frogFabrizio Tonello

Philip Roth aveva correttamente previsto che il fascismo sarebbe arrivato negli Stati Uniti attraverso regolari elezioni. Il complotto contro l’America è ambientato nel 1940 e il candidato repubblicano è l’eroe dell’aviazione Charles Lindbergh, che a sorpresa sconfigge il presidente Franklin Roosevelt, nomina vicepresidente un senatore isolazionista e Henry Ford come ministro degli interni. Lindbergh firma un patto di non aggressione con Germania e Giappone, poi iniziano le persecuzioni antisemite, annunciate nelle primissime righe del romanzo: «La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica».

Fear, paura: questa è stata la nota dominante della campagna elettorale di Donald Trump. Paura dei terroristi islamici, paura degli immigrati messicani, paura della concorrenza cinese. Paura del governo federale, paura dei media, paura delle donne e delle loro mestruazioni (citate in una pubblica aggressione verbale contro una giornalista «ostile»). Paura di un mondo incomprensibile e avverso, paura di città invase dai criminali, paura di poteri occulti che nell’ombra dominano le nostre vite.

Ovviamente, Donald Trump come milionario protetto dalle decine di buttafuori che presidiano l’ingresso della Trump Tower non ha alcuna di queste paure. Ma i suoi sostenitori sì, invece. E il Donald Trump candidato le ha sfruttate tutte, con l’istintivo senso della folla che hanno i grandi demagoghi: Hitler entrava in una comunione quasi mistica con il popolo tedesco, Trump è il suo erede americano, un leader che i politici e i giornalisti tradizionali non capiscono, ostinandosi a rimproverargli proprio gli ingredienti chiave del suo successo: la violenza del linguaggio e la vaghezza dei programmi.

Il New York Times ha pazientemente messo insieme tutti gli insulti rivolti da Trump agli avversari, ai giornalisti, alle donne, ai messicani, ai disabili, ai musulmani, palesemente ignaro del fatto che il linguaggio «macho» è una virtù e non un difetto fuori delle sale ovattate delle redazioni. Un veloce ripasso di storia delle elezioni americane avrebbe permesso ai redattori di scoprire che non tutti i candidati fanno il baciamano alle signore: basta risalire al segregazionista George Wallace nel 1968, al senatore del Wisconsin Joe McCarthy nel 1948, o al giovane Richard Nixon nel 1950, quando accusò la candidata democratica Helen Douglas, sua avversaria per un seggio alla Camera, di essere «pink down to her underwear», rosa (cioè «rossa», filocomunista) anche nella biancheria intima.

Nel 2016, per la prima volta dal 1787, c’era una donna come candidata alla presidenza e questo faceva pensare agli esperti che il gender gap, cioè la tendenza delle donne a votare per i democratici in misura maggiore degli uomini si sarebbe ulteriormente ampliato. E, in effetti, l’elettorato femminile ha scelto la Clinton per il 54%, contro il 42% a Trump. Questo margine di dodici punti percentuali non era però molto diverso da quelli ottenuti da Obama nel 2012 (11 punti a suo favore) e nel 2008 (13 punti). Hillary non ha affatto capitalizzato la questione di genere.

Questo è interessante perché nel giornalismo e nella politica l’establishment aveva dato Trump per finito dopo la rivelazione di un nastro registrato in cui si vantava delle sue conquiste femminili, assicurate dalla sua celebrità. Il linguaggio volgare aveva scioccato i benpensanti ma, a quanto ci dicono gli exit polls, le donne americane sono meno vittoriane, o meno interessate alla questione, di quanto si pensi a Washington: gli elettori di razza bianca e sesso femminile hanno votato al 53% per Trump. La misoginia del candidato repubblicano non è stata punita.

La celebre studiosa di gorilla e scimpanzé Jane Goodall ha paragonato Trump alle grandi scimmie: «In molti modi le performance di Donald Trump mi ricordano quelle degli scimpanzè maschi e dei loro rituali di dominio. Per impressionare i rivali, i maschi cercano di salire nella gerarchia esibendosi in azioni spettacolari: battendosi il petto, battendo le zampe sul terreno, impugnando rami, tirando sassi. Più è vigorosa e fantasiosa l’esibizione e più veloce sarà l’ascesa del maschio nella gerarchia». Non bisogna dimenticare che l’homo sapiens potrà anche aver inventato Facebook e altre meraviglie della modernità ma biologicamente resta un cugino degli scimpanzè.

In realtà, la sopravvalutazione della «questione femminile» durante la campagna elettorale derivava da una incomprensione culturale e politica del gender gap. In una società dove la misoginia ha radici profonde, la «femminilizzazione» di un partito provoca necessariamente la «maschilizzazione» dell’altro. Ogni discorso dei democratici rivolto alle donne fa aumentare i consensi dei repubblicani tra gli uomini. È una reazione quasi meccanica quella che sposta una maggioranza di maschi americani non laureati verso il candidato con cui si sentono maggiormente a loro agio: qualcuno con cui si potrebbe bere una birra, fare un barbecue e, magari, parlare dei propri successi con le donne, veri o presunti. Ne consegue che il 53% degli uomini ha votato per Trump, ma la percentuale fra quelli non laureati sale al 72%.

Fascismo e nazismo erano, e non potevano che essere, movimenti che crescevano per l’ansia e le paure di una società economicamente e socialmente traumatizzata. A quanto pare, l’establishment democratico ha completamente perso il contatto con la realtà dell’America rurale. Domenica 6 novembre la prima pagina del New York Times aveva un’enorme foto di Hillary sorridente a fianco del titolo: «La disoccupazione al livello più basso dal 2008; salgono i salari, 161.000 nuovi posti di lavoro». Con notizie di questo tipo a 72 ore dall’apertura dei seggi (ma i molti stati si stava già votando) e con un presidente popolare come Obama la vittoria del candidato democratico avrebbe dovuto essere una passeggiata. E invece è andata com’è andata.

Forse i consiglieri della Clinton avrebbero dovuto leggere un articolo dello stesso giornale del 16 ottobre in cui si citava uno studio dell’economista di Princeton Alan Krueger: sette milioni di americani maschi fra i 25 e i 54 anni sono fuori dal mercato del lavoro, cioè hanno semplicemente rinunciato a cercare un impiego. Non sono i disoccupati: sono persone con difficoltà fisiche, problemi di alcol o di droga, che vivono dei miseri assegni della Social Security, di lavoretti occasionali, dell’aiuto di parenti e amici. Sono stati espulsi da un capitalismo che non ha bisogno di loro perché vive di manipolazioni finanziarie e, se proprio c’è bisogno di fabbricare qualcosa, lo si fa fare in Cina. A loro, Donald Trump ha promesso di riportare la prosperità nelle zone rurali, nella Rust Belt, nei centri industriali dell’Ohio e del Michigan che un tempo avevano fatto grande l’America e ha ottenuto i loro voti.

Come le fantasie di Hitler di restituire alla Germania il suo Lebensraum, il suo spazio vitale, sono promesse ovviamente impossibili da mantenere, ma molte lacrime dovranno scorrere prima che gli americani se ne accorgano.

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