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G. B. Zorzoli

Quando nel 2004 Philip Roth pubblicò The plot against America (tradotto da noi l’anno seguente, da Einaudi, col titolo Il complotto contro l’America), Donald Trump era solo un miliardario eccentrico, che interessava esclusivamente gli amanti del gossip. La storia narrata da Roth ha per protagonista una famiglia ebrea che abita a Newark. È un’ambientazione che ritorna in molti suoi lavori ma, a differenza degli altri, questo è un romanzo distopico.

Nelle elezioni americane del 1940 Charles Lindbergh ha battuto clamorosamente Roosevelt con una campagna volgare e populista, intrisa di isolazionismo e di antisemitismo, che accusa il presidente uscente di portare il paese alla rovina, glissando su quanto ha fatto per ridare fiato all’economia americana, messa in ginocchio dalla crisi del 1929. Forte della popolarità acquisita con il primo volo senza scalo New York-Parigi, accusa gli ebrei di volere la guerra contro Hitler, con la complicità di Roosevelt. «Vote for Lindbergh or Vote for War» è il suo slogan vincente.

Con l’insediamento di Lindbergh alla Casa Bianca, giorno dopo giorno l’esistenza della famiglia ebrea di Newark ricalca quella dei loro simili che vivono sotto il dominio nazista. La morsa si stringe intorno a loro, mentre il presidente Lindbergh firma un accordo con Hitler, col quale gli dà carta bianca per la conquista dell’Europa, ed emana norme che pongono severi limiti alla libertà di stampa e di critica. Durante le elezioni mid-term del 1942 i comizi degli oppositori sono oggetto di aggressioni squadristiche, e si moltiplicano gli arresti degli ebrei, accusati di connivenza con i nemici dell’America. Lindbergh arriva a chiudere il confine col Canada, per impedire l’esodo degli oppositori e degli ebrei. La vicenda si risolve quando l’aereo guidato personalmente da Lindbergh, che non perde occasione per rinverdire la sua immagine di pilota spregiudicato, risulta disperso. Con la sua uscita di scena, gli Stati Uniti tornano gradualmente alla normalità.

Concepita all’inizio del secolo, dopo che Donald Trump ha vinto, l’ucronia di Roth appare un artificio formale, scelto dall’autore per manifestare la sua inquietudine per le trasformazioni che stavano investendo il sentire di una larga parte della società americana. La crisi del 2007-2008 al posto di quella del ’29; la negazione dei meriti di Roosevelt sostituita dalla visione catastrofista della presidenza Obama; i mussulmani e i latinos invece degli ebrei nel ruolo di nemici dell’America; la chiusura isolazionista che promette oggi di dare carta bianca all’espansionismo di Putin, mentre agli inizi degli anni Quaranta l’interlocutore era Hitler; il confine col Canada chiuso vs. il muro alla frontiera messicana.

Il complotto contro l’America è un romanzo profetico anche nella sua conclusione. L’ultimo capitolo si intitola «Eterna paura». Lindbergh è morto, ma la Stimmung ha subito un cambiamento irreversibile. Anche se Trump fosse stato sconfitto sarebbe rimasto vivo il trumpismo, che viceversa ha prevalso. Molti, fra cui il sottoscritto, erano convinti che Trump fosse il candidato ideale per la Clinton. Era vero il contrario, the Donald ha tratto vantaggio dall’avere come avversaria la tipica rappresentante di un establishment responsabile della profonda divisione sociale e identitaria esistente oggi in America.

Lindbergh ha davvero vinto. E adesso, pover’uomo?

 

E inoltre, sul prossimo alfadomenica un commento da New York  di Fabrizio Tonello sulle elezioni Usa 

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