mary-quant-12Valerio De Simone

«Questo libro – sostiene Jon Savage nell’introduzione a L’invenzione dei giovani (Feltrinelli 2009) – finisce con un inizio». La sua ricerca ripercorreva le tappe del percorso socio-culturale che aveva contribuito alla «nascita» della gioventù contemporanea occidentale, e terminava proprio quando gli adolescenti, per una serie di fattori, iniziavano a riconoscersi come aventi una propria identità collettiva. Il saggio Gioventù ribelle a Londra, analogamente a come Enrica Capussotti aveva fatto per l’Italia (Gioventù perduta. Gli anni Cinquanta dei giovani e del cinema in Italia, Giunti, 2004), prosegue il filo «interrotto al secondo dopoguerra» di Savane: il libro di Ruggero D’Alessandro sceglie di soffermarsi sul contesto inglese, sottolineando nuovamente l‘inscindibile legame tra la nascita delle culture giovanili e cultura popolare.

Vero e proprio motore immobile di questo processo è l’innalzamento della scolarizzazione: la crescente fase di benessere economico comporta un aumento delle possibilità per le famiglie inglesi di far progredire negli studi i propri figli. L’incremento del numero di studenti sarà una delle motivazioni che contribuiranno a iniziare un processo di «svecchiamento» del sistema scolastico inglese, in particolar modo dissolvendo le pedagogie autoritarie.

Anche il cinema, la musica, l’arte e la moda si differenziano presentando una forte cesura con il passato. Proprio al cinema nasce, come hanno sostenuto studiosi quali Stephen Tropiano e Timothy Shary, un nuovo genere intermente dedicato alla gioventù: lo «Youth» o «Teen Film». A inaugurarlo sarà il trittico destinato a rimanere impresso nella storia del cinema: The Wild One di László Benedek (Il selvaggio, 1953), Blackboard Jungle di Richard Brooks (Il seme della violenza, 1955) e Rebel Without a Cause di Nicholas Ray (Gioventù bruciata, 1955). Le tre opere presentano come elemento cardine non solo l’irruenza e la delinquenza giovanile ma anche l’impossibilità da parte dei protagonisti di identificarsi nei modelli forniti dai propri genitori.

Anche la moda risente di questa profonda ondata giovanilistica aprendosi, per dirle con le parole dell’autore, al «mixaggio fra capi d’abbigliamento provenienti da classi sociali diverse». Così i blue jeans e il taglio «corto» della minigonna di Mary Quant anticipano l’imminente rivoluzione sessuale che stravolgerà e innoverà i costumi e le abitudini sessuali.

Ma è l’ascesa del Rock ’n’ Roll, con i suoi toni duri e i sensuali passi di danza dei cantanti, ritenuti peccaminosi e sessualmente espliciti dalla morale comune, a rendere insormontabili le divisioni tra giovani e adulti. L’innovazione musicale non si fermerà al Rock, anzi proseguirà, negli anni Sessanta, con la psichedelia che si contraddistingue per l’utilizzo di droghe lisergiche e il rifiuto di uno stile di vita convenzionale, come la Beat Generation stava già «urlando» in America. Molti gruppi musicali risentono di questa mutazione e sono i Beatles a incarnarla al meglio: da bravi ragazzi di Liverpool in giacca e cravatta si apriranno alle culture orientali e alle sperimentazioni, fino a inneggiare alla rivoluzione.

Certamente Gioventù ribelle a Londra tende a sottolineare come la nascita delle culture giovanili non sia da identificare esclusivamente come un fenomeno frutto della società capitalistica. Infatti l’opera evidenzia parallelamente anche la crescita e la condivisione di un impegno politico e sociale da parte dei giovani: dalla nascita della Campaign for Nuclear Disarmement (CND) nel 1958 alla comparsa della sottocultura Hippie e del flower power fino alla genesi della «New Left». Il rinnovamento non si fermerà solo alla politica «tradizionale», ma includerà anche soggetti che fino a quel momento erano stati relegati ai margini della società, come i pazienti psichiatrici.

Dunque il saggio di D’Alessandro diviene doppiamente interessante: non solo perché evidenzia come tra gli anni Cinquanta e Sessanta il mondo si sia stato attraversato da venti «progressisti», ma anche perché descrive la gioventù come soggetto attivo di questo processo. D’altronde, come dice l’attivista radicale americano Abbie Hoffman, «la rivoluzione non è un qualcosa legato all’ideologia, né una moda di una particolare decade. È un processo perpetuo insito nello spirito umano».

Ruggero D’Alessandro

Gioventù ribelle a Londra. Dai teddy boys alla psichedelica (1956-1967)

DeriveApprodi, 2016, 134 pp., € 15

Sulla home page di Alfabeta2 fino a sabato: Lello Voce e Frank Nemola, Lai del ragionare lento 

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