joseph-kosuth-words-are-deedsVincenzo Ostuni

Trattando della poca somiglianza fra il romanzo dei fratelli Strugackij Picnic sul ciglio della strada (1972) e lo Stalker che Tarkovskij ne trasse nel 1979, Fredric Jameson scrive: «La storia vuole che la partita di pellicola con cui [Tarkovskij] aveva girato una prima versione relativamente fedele si dimostrò difettosa, e che le scarse finanze rimaste determinarono purtroppo le più modeste soluzioni allegoriche del prodotto finale» (Archaeologies of the Future. The Desire Called Utopia and Other Science Fictions, Verso 2005, p. 74; il libro è stato in parte tradotto in italiano come Il desiderio chiamato utopia, Feltrinelli 2007). La stanza «dei desideri più intimi e segreti», un ambiente spoglio e negativo, sostituisce in Stalker il simbolo pieno dei fratelli Strugackij, il mitico artefatto alieno «situato nella Zona, che ha la forma e l’aspetto di una grande sfera ed è in grado di esaudire i desideri degli umani». Credo di non esser l’unico a preferire invece la soluzione di Tarkovskij, proprio per il suo carattere di polivocità e indeterminatezza.

Una felicità di segno simile consegue oggi Gherardo Bortolotti, che pure ammette l’influenza di penurie materiali sulla scelta della sua forma oramai costante, la prosa breve (altri potrebbero scrivere lo stesso sulla poesia): «ha [in essa] un ruolo fondamentale la modulazione del mio tempo di scrittura (e del mio tempo di vita) in funzione del passaggio dalla condizione di studente fuori corso a quella di lavoratore […] la prosa breve, scritta in pochi minuti sul quadernetto da tenere in tasca e poi sul cellulare, sullo smartphone, magari direttamente on line, come produzione “onesta”, con le giuste stigmate della vita ai tempi del salario» (This Be the Verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli, a cura di Claudia Crocco, formavera.com, 23 novembre 2015). Attraverso la scarsità, Bortolotti – che si è sempre definito narratore – accede a quell’allegoria, a quella diffrazione, a quel toglimento della narrativa che è la (sua) prosa breve; e tanto più la prosa breve di Quando arrivarono gli alieni. Parti 234-361 (Benway Series 9, Tielleci Editrice, 15 euro; contiene, sul verso, When the Aliens Arrived: Parts 234-361, la traduzione inglese curata da Johanna Bishop), «libro di fantascienza», certamente il suo più narrativo. Anche se dei «nanopersonaggi» presenti nel suo precedente Tecniche di basso livello (Lavieri, 2009) rimane solo l’alter ego minimale bgmole («B[ortolotti] G[herardo] mole», in inglese «talpa»), infatti, del mondo, o meglio dei mondi – tutti però sottilmente contraddittori, congetturo – descritti dalle 128 prosette vengono chiaramente narrate vicende.

Probabilmente mossa dai postumi di «una catastrofe, di qualche forma di pandemia, di conflitto globale» (335), sulle sue astronavi «lunghe chilometri, sottili, storte come fili lanciati nell’aria» (342), si trasferisce sulla Terra per qualche tempo una stirpe di alieni umanoidi. Si tratta di presenze per lo più bonarie, silenziose, osservatrici, malinconiche, si direbbe angeliche – e alcuni dei paragrafi più belli sono proprio dedicati alla loro misteriosa, auratica, muta presenza: «Degli alieni il silenzio era profondissimo e lo sguardo non ci abbandonava per lunghissimi minuti, come se fossimo noi l’evento inaspettato, il dato incongruente in un quadro, fino a quel momento, sinistramente normale» (245; ma vedi anche, fra gli altri, 262 e 326; in 260 essi «ci accarezzavano» persino «il capo»). Raramente si accenna a loro aggressioni (332): nella gran parte dei casi, ci guardano e stanno zitti, del terribile silenzio di chi neppure pone un enigma, bensì lo è: «Nei pomeriggi più profondi, ci raggiungevano nei nostri salotti, nei corridoi in cui avevamo indugiato per abitudine, e ci facevano un gesto, un cenno senza futuro» (290). In un passo cruciale, sembrano promettere «un ciclo perfetto di produzione e consumo, senza inerzia, senza attrito, senza crisi ecologica, caduta del saggio di profitto, disoccupazione. I prodotti sarebbero stati l’espressione inesauribile di una civiltà oltre la morte e il salario» (358); promessa poi probabilmente disattesa. A un certo punto viene «scoperta una verità sugli alieni» (351) e questo lascia ai terrestri un sentimento di «disgusto […] costernazione» (ibidem)», «vergogna e disillusione» (360, in posizione di significativa chiusura). Gli alieni se ne vanno come sono venuti, lasciando le loro astronavi a galleggiare nell’aria.

Attorno a questo filone, centrale ma frammentario ed esiguo, ne concrescono altri. 1. L’incontro con tracce aliene avviene anche nel corso di imponenti xenomigrazioni: la nostra specie visita lontani pianeti, in certi casi trasferendovisi, in altri incontrandovi enormi manufatti abbandonati. 2. A ciascuna comunità umana tocca affrontare la certezza di un’incalcolabile pluralità di mondi e di significati, spesso nella forma di una moltiplicazione vertiginosa – più che di un’assenza radicale – di senso, di produzioni testuali o immaginative di enorme lunghezza, che divengono oggetto di riti, ricerche, contemplazioni. 3. Nel frattempo, si sviluppa un bellum omnium contra omnes, in cui si confrontano e confondono poteri statuali, multinazionali e ogni genere di sette religiose o fazioni militari (lo stesso bgmole «fiancheggia [… una] resistenza» [242]). 4. Pervadono il mondo modalità di controllo o manipolazione delle coscienze, dei cervelli, dei patrimoni genetici e degli organismi, consentite dai grandi progressi scientifici e strettamente connesse all’ipertrofia e all’onnipresenza della Rete.

Ma se questa smunta diegesi, contraffortata dal ricorso a tanti tópoi del genere, rimane riconoscibile, domina e dà valore a tutto il libro un senso – non sempre freddamente – lirico di «lutto, di un’amnesia» (291), di perdita definitiva, di proliferazione e dissipazione delle possibilità di racconto, delle capacità di intelligenza, delle aspettative di giustizia o verità; per le quali ultime sembra quasi potersi leggere una speranza di «redenzione debole» nella tragica affermazione finale di bgmole, il quale «si ripeteva, ossessivamente: “Stabiliamo, dove possibile, una gerarchia delle fonti”» (361, le ultime parole del libro). Il rapporto con le dimensioni modernamente costruttive e progressive della storia si dà figura di negazione metafisica e al contempo di rammemorazione epico-elegiaca. L’utilizzo dell’imperfetto, il tempo dell’elegia per eccellenza, e della persona epica, la prima plurale, segna questa doppia dimensione; e la confermano l’«alto» nitore, la purezza e l’articolazione della sintassi e della lingua, tipiche di Bortolotti e qui ancora spiccate.

Se il cuore dell’elegia sta nel non poter raggiungere qualcosa, quella di Bortolotti si muove però lungo una doppia freccia temporale: verso il passato del tempo narrato, un futuro remoto (ma per certi versi prossimale: si vedano le descrizioni del funzionamento della Rete, che rispecchia l’attuale) raccontato all’imperfetto dal narratore collettivo «noi»; e quella che dal nostro tempo punta al futuro narrato all’ultrafuturo della narrazione, tremendo il primo, del tutto opaco il secondo. Il limite dell’asintoto – che qui riguarda non ciò che si è perso, o ciò che si sarebbe potuto avere ma non si è avuto, bensì ciò che si è pur sfiorato ma non si sarebbe mai neppure potuto – biologicamente e ontologicamente – ottenere, è proprio l’enigma in sé e per sé insolubile, eternamente separato, dei folgoranti alieni di Bortolotti, asessuati visiting angels cui ci lega in perpetuo – attraverso gli spazi sterminati e bui – il più insondabile e tremendo, il più struggente e ghiacciato e letterale amor de lonh.

Quando arrivarono gli alieni

di Gherardo Bortolotti

edizione bilingue con traduzione inglese di Joanna Bishop
«Benway Series» Tielleci, 2016, 64 + 64 pp., € 15

Sulla home page di Alfabeta2 fino a sabato: Lello Voce e Frank Nemola, Lai del ragionare lento 

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Una Risposta a Visiting aliens

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