bignardiCristina Zappa

Entrando, lo sguardo è catturato dagli occhi bistrati e ammalianti di una bellissima donna, un ritaglio dei tanti «media trovati e modificati» che compongono i collages di Umberto Bignardi. Una grande tela dal sapore poetico e nostalgico ove scampoli di giornali, delimitati e illuminati da macchie di colore e grafismi, ci riportano all’euforico clima culturale della sperimentazione della Neoavanguardia italiana.

Il fascino dei nuovi media, la tirannìa della pubblicità e la seduzione delle immagini propagandistiche importate dall’America catalizzano il variegato lavoro di Bignardi, che è parte integrante delle espressioni degli artisti della sua generazione, nonostante sia caratterizzato da una totale indipendenza nella tecnica, non corrispondente alla carica emotiva che lo unisce fortemente, invece, alla Scuola Romana di piazza del Popolo.

Nell’ala sinistra della galleria Bianconi sono esposti i lavori su carta della fine degli anni Cinquanta, nei quali l’artista mescola macchie di colore, equazioni, serie numeriche, nomi, figure geometriche e, talvolta, fa un quadro dentro il quadro, recintando la macchia con tecnicismi grafici e ritagliando dei veri e propri «campi». A matita disegna tratti istintivi e secchi e li ammorbidisce con colori fluidi e cremosi: pensieri, sogni e ricordi si leggono nelle opere di questo periodo, ove predomina sempre il colore, costretto nella sua iniziale esplosione. Influenzato solo in apparenza da Cy Twombly, che ha conosciuto e frequentato a Roma in quegli anni, Bignardi non elogia nei suoi disegni il grafismo – talvolta incerto e talaltra preciso – ma si concentra sul colore, che plasma la forma degli scarabocchi, trasformandoli in riferimenti simbolici o frammenti figurativi.

Sin dal 1961 Bignardi è sedotto dal «pensiero mitologizzante» indotto dalle pubblicità americane, che creano una «coscienza mitica», come aveva inteso Ernst Cassirer. L’artista utilizza le illustrazioni pubblicitarie (Life, Newsweek, Look e Marieclaire) che assurgono a mito i simboli (make up, torte, scarpe, creme e automobili) della nuova società consumistica e tecnologica. Non usa le icone, ma seleziona ritagli che gli permettono di smontare, destrutturare e riposizionare l’oggetto appetibile in un display ideale, ove le nuove utopie vengono rese dinamiche dal suo intervento pittorico. Le figure seducenti, che scaturiscono da smontaggi e rimontaggi, non sono gli oggetti del desiderio di massa della Pop americana. Bignardi utilizza la figurazione commerciale e modifica i media «prelevati», armonizzandoli con una propria e inedita sensibilità artistica che apre a nuove interpretazioni intime. Lo interessano i moderni tecnicismi della comunicazione mass-mediatica americana e, in particolare, i billboard, i grandi cartelloni che presentano dispositivi meccanici che rendono dinamici i Segni.

Nel 1966, nella presentazione del Fantavisore e del Prismobile alla Galleria L’Attico di Roma, Alberto Boatto parlava di «potenziamento della suggestione delle immagini nella spettacolarità visiva». Con l’impiego di nuovi strumenti tecnici quali un motore elettrico, lo specchio, la luce artificiale, il neon e l’unità modulare ripetibile e modificabile dalle parti, l’oscillazione tra realtà e illusione offre uno spettacolo in divenire. Una ricostruzione visiva ad hoc, grafica e coloristica, che stimola nello spettatore un linguaggio esplorativo.

Questo interesse dell’artista, diretto allo stravolgimento delle figure pubblicitarie, arriva a concepire processi grafici che portano alla conformazione finale dell’immagine per mezzo di una dissociazione degli elementi costitutivi, come in Clariol (1964), ove la bocca e l’occhio truccato della pubblicità di un lipstick creano una composizione dinamica.

In mostra nell’ala destra della Galleria Bianconi, il periodo dell’arte «in movimento» di Bignardi. Dopo il 1963, prendendo ispirazione dalla cronofotografia del fotografo anglo-americano Eadward Muybridge, l’artista lavora su sagome umane e animali, moltiplicandone le forme con diversi stratagemmi, ove tecnicismi grafici e cromatici le frammentano in successione e le moltiplicano su campi bianchi che ne incorniciano la frequenza, creando una vibrazione percettiva. La sequenza frammentata che ne scaturisce è contaminata dal processo con cui ogni singolo fotogramma è sentito e trattato e crea delle inquadrature indipendenti, che fanno perdere il carattere timbrico della sagoma originale.

Umberto Bignardi

Una stagione Pop, 1959-1968.

a cura di Walter Guadagnini

Milano, Galleria Bianconi, dal 28 settembre al 5 novembre 2016

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