violenzaLetizia Paolozzi

Venti ottobre 2016. Si chiama “Ni una Menos” (Non una di meno) la marcia di Buenos Aires. “Scusate il disturbo - scandisce la protesta delle donne - ma ci stanno ammazzando”. Come hanno ammazzato Lucia, una sedicenne drogata, stuprata e impalata a Mar de Plata. Se poi vi interessassero le cifre, in Argentina ogni trenta ore una donna viene uccisa da uno o più uomini.

Ventuno ottobre 2016. In nome di Maddalena, tredicenne di Melito Porto Salvo violentata da “gente bene”, sfila un lungo corteo sul lungomare Falcomatà di Reggio Calabria. Sullo striscione puoi leggere che “la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”.

Proprio “ultimo” non saprei giacché, in maniera più o meno feroce, la violenza attraversa tutte le società. Il suo è un ceppo robusto, millenario. Da quel ceppo si diramano i bombardamenti di Aleppo; l’esplosione della ennesima auto a Bagdad; il massacro del Bataclan a Parigi.

Qualcosa avvicina queste e altre infinite mostruosità che, d’altra parte, non sono sovrapponibili all’uccisione di Lucia, all’abuso di Maddalena. Delitti, questi, con una loro peculiarità: tenere strettamente legati il disprezzo per la mente e l’asservimento, l’umiliazione del corpo femminile. Non è una novità; succede in guerra e in pace.

Freud (nel Disagio della civiltà) diceva: “L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccato; è vero invece che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non solo un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarla, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e ucciderlo”.

Vero. La mitezza è poco frequentata in special modo da un sesso che pure si dedica a grandi e nobili imprese. “Da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire nulla di perfettamente dritto” aveva affermato Kant.

La concezione freudiana dell’aggressività non sa che pesci prendere di fronte al disfarsi dei legami umani, al perpetuarsi dei carnai, al riesplodere di conflitti sanguinosi. Per raddoppiare la pena, nei conflitti armati alle donne è specificamente riservato lo stupro, la schiavitù sessuale. Le spiegazioni economiche, etniche, religiose hanno un senso ma bisogna anche sollevare il velo e gettare luce sui meccanismi del potere.

Chi ha amministrato quei meccanismi?

Generalmente la storia lascia intravvedere la posizione apicale di un sesso al quale spetta lo scettro, la corona e poi il privilegio della toga, della tonaca, della divisa. Anche se viene sempre più criticato, il ricorso alla violenza pare incollata al genere maschile. I terroristi sparano all’improvviso in un iper-mercato. A Nizza, “l’inatteso” è il camion bianco, impazzito, che irrompe sulla Promenade des Anglais.

Stefania Formicola quell’ “inatteso” l’aveva previsto in una sorta di testamento: “Alla mia morte, qualunque ne sia la causa, mio figlio deve essere affidato a mia madre e mio padre e in caso di loro morte, a mia sorella Fabiola”.

Causa della morte, un amore finito male. Gonfio di gelosia (maschile); segnato dalla precarietà economica. Lei con la paura di denunciare. Lui che la maltratta e poi, regolarmente, si pente. Chiede scusa. Fino a quando perfora con un proiettile l’addome della moglie e quindi telefona per avvertire il 118.

Raptus seguito dal pentimento, astrologano i media. Stefania voleva separarsi. Due figli, quattro anni di agonia nei quali la necessità di sfuggire alla tortura si era sedimentata nell’aspirazione a un’esistenza libera. Voleva finirla con l’insensata virilità del marito che consisteva nel menar le mani.

Eppure, a Sant’Antimo, Stefania ha concesso al marito l’ultimo “chiarimento”. A Parma, Elisa Pavarani, uccisa a coltellate, va a riprendersi i vestiti nella casa dell’ex compagno. Donne troppo fiduciose. Io sarei più diffidente verso un uomo che aveva giurato di tenermi per mano e dal quale raccoglievo promesse ancora sfuggenti?

Nelle relazioni amorose c’è una fune intessuta di reciproche responsabilità e complicità che tiene insieme (fino a un certo punto) i due sessi. Tra dominio e sottomissione i confini non sono precisi. Leggete Jessica Benjamin in Legami d’amore I rapporti di potere nelle relazioni amorose (Raffaello Cortina editore 1988 prima edizione italiana 2015, prefazione all’edizione italiana di Vittorio Lingiardi , Nicola Carone): l’amore non lascia la violenza fuori dalla porta.

Quanto a quelli che ammazzano a Bagdad, a Parigi, ma anche a Sant’Antimo, a Parma, davanti agli occhi gli scorre il sesso e la morte. Adesso, però, la sopraffazione maschile sembra sul punto di precipitare dal piedistallo patriarcale sul quale si immaginava. Almeno dalle nostre parti, i ruoli sociali definiti dagli uomini per gli uomini si sfarinano nell’opinione pubblica. D’altronde, La scuola cattolica di Albinati, alcuni programmi televisivi, i film, biasimano la violenza. Quando il giudizio sociale diventa sanzionatorio dei passi avanti sono stati compiuti grazie alla politica delle donne che deve aver innestato un cambiamento soggettivo maschile. E il desiderio di sperimentare qualcosa di diverso per la propria vita.

In effetti, la domanda "Che uomini vogliamo essere, prima della violenza?" ha attraversato una serie di incontri (di cui alcuni ancora si devono tenere in varie città) costruiti sulla presa di parola pubblica di etero, omosessuali, sposati, divorziati, riuniti nelle associazioni, nei gruppi. E’ un gesto che equivale a rompere la complicità con i violenti.

Il 26 novembre, a Roma, sarà la volta dell’appuntamento nazionale: “Non una di meno - Tutte insieme contro la violenza maschile sulle donne”. Dettato dalla collera perché i gesti criminali si ripetono con cadenze terribili, l’appuntamento ribadirà la forza e la dignità femminile, a partire da quella che dimostrano i Centri antiviolenza dove tante contribuiscono all’uscita delle loro simili dalla condizione di vittime.

The Times They Are A Changin’ cantava Bob Dylan C’è una trama di relazioni che vede uomini e donne in cammino. Anche il contratto sociale andrebbe ridefinito, appunto tenendo conto del cambiamento.

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2 Risposte a Non una di meno

  1. Tullio Porta scrive:

    Sono daccordo con l’articolo non con la sua lunghezza per me inutile.
    Utile sarebbe istruire fin da bambini a scuola le future generazione ed ora invece continuare con camoagne e punizioni esemplari facendo scontare interamente la pena.

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