don_delillo_654125aFederico Francucci

Zero K è un libro profondamente enigmatico, senza risposte, privo di alcuna consolazione, che investe il lettore con una forza strabiliante e destabilizzante. Poche volte come in queste pagine lo scrittore americano è riuscito a portare chi accetta di seguirlo sul filo di una scrittura perfetta, per come concentra in laconismo ieratico una formidabile carica psichica ed emotiva (i romanzi di DeLillo sono anche, tutti, trattati sulle passioni dell’anima), in un luogo mentale dove sperimenta il massimo del disorientamento come rivelazione, come punto finale di un percorso tanto estetico che conoscitivo. Ma per seguire DeLillo occorre a mio parere sgombrare il campo da alcuni giudizi che una lettura affrettata potrebbe ingenerare. Certamente Zero K, mettendo in scena la storia del miliardario Ross Lockhart e della sua seconda moglie Artis Martineau che decidono, partendo da condizioni diverse (malata terminale lei, perfettamente sano lui), di entrare in sospensione criogenica grazie all’assistenza di una struttura tecnologica e biomedica di ultravanguardia chiamata Convergence, parla della fusione di capitalismo brutale, tecnica e biopolitica in opera da alcuni decenni sulla scena globalizzata; e certamente, come ha dichiarato l’autore, spinta decisiva per la stesura del libro è stato apprendere dell’esistenza, in Arizona, di un istituto dove da qualche tempo è davvero possibile, dietro il pagamento di una cifra enorme, farsi ibernare. Altrettanto vero è che l’atmosfera umana del libro, per così dire, è quella in cui i rapporti con sé, con gli altri e con l’ambiente sono sempre più mediati dalla tecnologia digitale portatile e dall’accesso a internet.

Tuttavia alla dinamica propria di Zero K, impostato secondo il consueto uso di DeLillo su una struttura simmetrico-speculare (in questo caso due blocchi di dieci capitoli, separati da un intermezzo) che sempre più col passare del tempo mi fa pensare alla ritualità di un mandala, si approda soltanto quando si comincia a riflettere sulle caratteristiche del narratore in prima persona, filtro attraverso il quale ogni particola di questa storia ci arriva (a eccezione forse dell’intermezzo, ma di ciò tra poco). Ossia di Jeff Lockhart, il figlio di Ross, invitato da costui ad accompagnarlo a Convergence una prima volta, quando Artis ormai in fin di vita subisce il trattamento, e poi una seconda quando lo stesso Ross, che due anni avanti si era ritratto all’ultimo momento, entra nel guscio criogenico.

Il punto fondamentale infatti secondo me non è tanto l’esposizione della «filosofia» di Convergence, un misto di cyberfuturismo e vaga spiritualità orientale, niente più che una variazione su temi del pensiero transumanista; e non è nemmeno la pervasiva estetizzazione dell’impresa (gli stessi edifici che ospitano Convergence sono una gigantesca installazione land art nel deserto, dove all’estremo e talvolta elegantissimo minimalismo degli interni e delle camere di conservazione si oppongono gli spettacoli terrificanti di disastri naturali, immolazioni e combattimenti proiettati su schermi a discesa: la storia è sempre di più un incubo, ma ora si può decidere di abbandonarla, purché basti il portafoglio). Il punto fondamentale è che tutto questo viene detto e mostrato proprio a Jeff, instradato malgré lui su un processo di iniziazione che forse dovrebbe condurlo a uno stadio superiore e illuminato di coscienza; e che Jeff, per temperamento, per la sua storia familiare e personale, pur se recluso e totalmente immerso nel gelido spettacolo permanente della struttura, non possa crederci, anzi eserciti di continuo intelletto e immaginazione per acuire la percezione basilare della falsità, della stupidità, della buffonaggine intrinseca a quanto vede e sente.

Se Convergence nega la storia e l’individualità nei suoi limiti e contingenze, allora Jeff si adopera in una sghemba ma pertinace resistenza, dando nomi e inventando storie – lavoro famiglia vita privata – per tutti quelli che dovrebbero fargli da accompagnatori e mentori. Ma cosa gli permette di esercitare quella resistenza? In poche parole, l’ambiente in cui è vissuto, e ciò che vi ha imparato. Jeff infatti è figura di cerniera tra due mondi: quello della speculazione finanziaria di suo padre e quello molto più materiale, quotidiano, corporeo, di sua madre, con la quale il narratore è cresciuto, certo non nell’agiatezza, dopo l’abbandono di Ross. Se il tempo di Convergence è quello del «salto» verso una nuova forma di vita, astorica e forse immortale, il tempo che ha modellato Jeff è quello continuo, senza scossoni, della «ordinary life». E il ricordo della morte della madre fa da preciso contrappunto alle non-morti di Convergence, dove gli esseri umani sono trasformati in manichini con un minimo residuo di attività cosciente.

Ma niente è più lontano da DeLillo dell’idea di contrapporre un qualche dio delle piccole cose alla megalomania dell’uomo nuovo o del post-uomo. La «vita normale» di Zero K è proprio com’è quella vera: ottusa, mortalmente routinaria, schiacciante, spietata nel contrastare ogni tentativo di costituzione di un «noi», di un soggetto più che individuale. Gli esseri viventi risultano impenetrabili dall’immaginazione, rimangono del tutto misteriosi, salvo per rarissimi, imprevedibili momenti. Ross e Artis sono indubbiamente avviati su una strada delirante, all’insegna della volontà di «possedere la fine del mondo» (è l’incipit del romanzo, ed è Ross a parlare); ma Jeff per parte sua fluttua in una «deriva» non meno insensata, divisa tra ricorrenti tentativi empatici, regolarmente frustrati, e il rifiuto, tutto negativo e reattivo, di ogni responsabilità. Quando alle morti dei padri si incrocia la morte di un figlio, con un movimento spiraliforme dell’intreccio che non si può svelare, la vicenda arriva al picco di desolazione, o forse di tragedia.

Da questa mia sommaria esposizione è rimasto fuori l’intermezzo, intitolato Artis Martineau. Qui DeLillo, con un coraggio meraviglioso, rischiando il ridicolo, dà la parola alla mente di Artis in sospensione criogenica, bloccata in un immutabile adesso impossibile da esprimere con il linguaggio umano, che pure è ancora il suo, lacerata da uno sdoppiamento che la fa essere, insieme, prima e terza persona. Per trovare un’invenzione linguistica di questa altezza bisogna risalire a Mr. Tuttle, la misteriosa entità che abita la casa sul mare di Body Art, per il quale tutto il tempo è compresente. Difficilissimo dare un’interpretazione di questa sequenza, che presenta qualcosa di simile agli stadi intermedi di cui parla il Libro tibetano dei morti. È la smentita senza appello delle fantasie di «dominare la fine del mondo»? È il tentativo di fare un passo, con gli strumenti della finzione linguistica, in realtà del tutto insondabili? Oppure – improbabile, ma non del tutto impossibile – anche questo è frutto dell’immaginazione di Jeff, che si basa su quanto ha sentito dal personale di Convergence per dare al post-vita della matrigna una sembianza, sia pure tremenda, di figurabilità?

Non lo so. So però che, se ha ancora senso usare la parola «capolavoro», è per libri come questo che bisogna spenderla.

Don DeLillo

Zero K

traduzione di Federica Aceto

Einaudi, 2016, 248 pp., € 19

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