ttrip-protest_0G.B. Zorzoli

Il voto del parlamento della Vallonia contro l’accordo di libero scambio e cooperazione economica tra Unione europea e Canada (CETA) non è solo importante in sé. Chi si limita a ironizzare su un accordo che avrebbe coinvolto centinaia di milioni di persone, stoppato dai rappresentanti di poco più di tre milioni di individui, dimentica infatti che la stipula dei trattati commerciali è uno dei pochi poteri attribuiti alla Commissione europea. Se questa prerogativa non è stata esercitata, è perché la Commissione ha ceduto alla pressione di diversi paesi europei, decidendo di chiedere l’approvazione dei governi dei singoli stati; assenso che, nel caso del Belgio, richiede l’OK dei parlamenti regionali.

A bloccare il CETA è stata dunque la condizione di debolezza in cui versa il vertice di Bruxelles, che a sua volta riflette la crisi, a rischio di disintegrazione, della stessa Unione europea: non è infatti scontato che la Brexit rimanga un episodio a sé stante, senza imitatori.

La medesima sorte attende l’analogo accordo con gli Stati Unti (TTIP), i cui negoziati, già agonizzanti, sarebbero bloccati da un’eventuale presidenza Clinton, che sembra decisa a non ratificare nemmeno la parallela intesa, già firmata, con alcune nazioni asiatiche (TPP). Se l’eletto fosse Trump, denuncerebbe anche il trattato NAFTA con Canada e Messico, operativo da anni, oltre a decidere il ritiro unilaterale dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Sono tutti sintomi evidenti della crisi del processo di globalizzazione in chiave neoliberista, che sembra per ora reggere senza gravi scosse solo nella sua declinazione finanziaria. La teoria del trickle down, secondo cui i benefici economici della globalizzazione neoliberista non sarebbero andati a esclusivo vantaggio di una ristretta minoranza di privilegiati, grazie allo sgocciolamento verso il basso di una loro parte in misura sufficiente a garantire il benessere dell’intera società, alla lunga si è rivelata una favola; e, come amava ricordare Lincoln, per un po’ puoi ingannare tutti, ma per sempre soltanto qualcuno.

Tuttavia, in un vuoto quasi pneumatico di proposte alternative credibili e con le tradizionali forze politiche di destra e di sinistra che negli ultimi decenni si sono differenziate solo per qualche sfumatura nel sostegno al liberalismo imperante, la protesta popolare ha assunto prevalentemente un segno regressivo, sintetizzabile in una parola: chiusura.

Chiusura entro le frontiere nazionali, barriere – anche materiali – innalzate contro i migranti, rigetto radicale dei partiti tradizionali, che si traduce nel sostegno a forze e leader politici collocati su posizioni antisistema: in Gran Bretagna come in USA, in Francia come in Ungheria e Polonia, paesi, gli ultimi due, dove queste forze sono già al governo (in Ungheria l’opposizione più vivace viene da un partito addirittura ancora più reazionario). Fanno eccezione, se pur con orientamenti diversi, Podemos in Spagna e il M5S in Italia.

La sfiducia totale nei partiti tradizionali, non a torto considerati corresponsabili di una crisi di natura economico-sociale, ma anche di identità, tende per inerzia a mettere in discussione la superiorità della democrazia come modello istituzionale. A sopravvivere è solo il singolo individuo, che ha dismesso il tradizionale ruolo di soggetto sociale. Siamo alla rottura del patto fra cittadino e Stato, posto a fondamento delle democrazie moderne e basato su un do ut des: il primo cedeva parte della propria autonomia in cambio di alcune garanzie e protezioni, offerte dal secondo, che oggi sono venute a mancare.

D’altronde, l’ipotesi di un’alternativa alle democrazie tradizionali è resa credibile da una constatazione inoppugnabile. La Cina sta smentendo un luogo comune, che nei decenni della Guerra Fredda era stato innalzato al ruolo di assioma: una crescita economico-sociale, effettiva e stabile, è garantita soltanto in paesi retti da regimi democratici. Un assunto, questo, allora comprovato dal fallimento delle economie negli stati dove erano al potere i partiti comunisti, e in quelle nazioni del Terzo Mondo che avevano cercato di imitare l’esperienza sovietica o cinese.

Oggi si sta invece diffondendo la sensazione che i governanti di Pechino abbiano adottato le regole giuste per le società del XXI secolo; sensazione rafforzata dalla massiccia penetrazione economica nell’Africa subsahariana e dalla crescita degli investimenti in America latina e in Europa. In una Milano di cui, con eccesso di zelo, si celebra il rilancio, società cinesi hanno comperato la Pirelli e persino due simboli cittadini, come Inter e Milan.

Si parla poco della progressiva riduzione degli spazi di democrazia nella Russia di Putin e nella Turchia di Erdogan, e ancora meno delle analoghe involuzioni in Polonia e Ungheria. Nel corso della lunga campagna presidenziale, anche Trump non ha certo risparmiato affermazioni che vanno nella medesima direzione, spingendosi fino a dichiarare che una sua eventuale sconfitta sarebbe resa possibile solo dal ricorso a brogli elettorali. Questo annuncio ha scandalizzato politici e opinionisti, convinti che con simili parole Trump avesse oltrepassato il segno, mentre bastava navigare nei social network per rendersi conto di quanto fossero condivise: un ulteriore punto a favore della delegittimazione della democrazia, destinato a consolidarsi se, com’è probabile, Trump perdesse le elezioni.

Nelle elezioni francesi dell’anno prossimo ha buone probabilità di vincere il Front National di Marine Le Pen, che ha abilmente smorzato il profilo troppo intemperante dato al partito da suo padre, senza però modificarne nella sostanza messaggi e programmi. Qualcosa di simile potrebbe accadere in futuro anche negli USA, con un candidato lievemente più cauto, pronto a raccogliere con successo quanto seminato da Trump. Nelle elezioni presidenziali austriache del 4 dicembre, è invece quasi certa la vittoria di Norbert Hofer, candidato del partito di estrema destra FPÖ.

Per contro la prospettiva di un progetto politico alternativo, emersa dalle elezioni in Grecia, è svanita in un mese, distrutta dalle condizioni ricattatorie poste dagli altri stati europei, a difesa degli interessi della finanza internazionale. D’altronde, in un mondo globalizzato una simile ipotesi era ancora più improbabile di quella del comunismo in un paese solo negli anni ’20 del secolo scorso.

Intanto la crisi continua a mordere e tra gli addetti ai lavori si discute di stagnazione secolare. Grande è la confusione sotto il cielo, ma, contrariamente a quanto pensava il presidente Mao, la situazione è tutt’altro che eccellente.

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2 Risposte a Tutto a pezzi

  1. Fabio Ciriachi scrive:

    La Vallonia ha firmato. Il CETA c’è.

  2. Fabio Ciriachi scrive:

    Naturalmente mancano ancora molti passaggi di approvazione perché l’accordo diventi operativo. Come anche sono mancate informazioni in merito a una trattativa che per arrivare a questa prima firma ha impiegato sette anni. Per il TTIP si è discusso molto nell’ottica di difendere i consumatori e l’ambiente dalla violenza degli interessi multinazionali; non mi sembra sia avvenuto altrettanto per il CETA. Quanto è disponibile sul sito della Commissione Europea non scioglie, a mio avviso, molti dubbi http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/questions-and-answers/index_it.htm

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