into-the-infernoLorenzo Esposito

Il vulcanologo Clive Oppenheimer e Werner Herzog approdano in uno sperduto villaggio australiano dove un’antica tribù vive, venerandolo ciecamente, alle pendici di un attivissimo vulcano (la situazione ricorda altri incontri herzoghiani alla fine del mondo e dell’antropologia, come nell’episodio amazzonico Ten Thousand Years Older per il collettivo Ten Minutes Older: The Trumpet). Siamo già Into the Inferno (passato di recente alla Festa del Cinema di Roma, ma già da molti mesi presenza stabile nei festival internazionali, da Telluride a Toronto, e di prossima messa in rete su Netflix che produce). Oppenheimer, che affianca Herzog nei suoi incontri con il capo del villaggio, confessa che la prima volta in cui si incontrarono, all’epoca della spedizione antartica di Encounters at the End of the World (2007), aveva pensato che se lo avessero lasciato troppo fare lui li avrebbe condotti dritti nella bocca del vulcano. Dovette ricredersi, e al contrario stupirsi delle misure e delle attenzioni prese dal regista per non far coincidere il suo desiderio di mai visto col rischio di non vedere più. «Ora capisco che non avresti fatto i film che hai fatto se non avessi tenuto abbastanza alla tua vita». A Herzog, tipicamente, scappa un sorriso (e poco dopo, in alcuni takes alternativi da Encounters, lo si vede in amabile conversazione con Oppenheimer sull’orlo dell’abisso, alle spalle il vulcano dà all’improvviso qualcosa più di un segno di vita, e allora, altrettanto tipicamente, fatica a nascondere l’esaltazione per il pericolo incombente...).

Non è che non sia d’accordo, ma probabilmente dopo tanti anni si chiede anche lui se non sia proprio questa ricerca della distanza giusta fra l’uomo e la (sua) natura la ragione stessa del suo filmare. Questione di responsabilità. Probabilmente oggi Herzog il viaggiatore estremo, Herzog il cineasta visionario per eccellenza (questa la vulgata), è più interessato al puntellamento astrale di urgenze fisiche terrestri (e non solo) – oggetto e soggetto insieme di una natura (non) indifferente – che non alle apocalissi procurate da umane nefandezze. Si tratta di un vorticoso sistema di micce, che passa anche per l’intrecciarsi delle memorie di viaggio in forma di à rebours interno al proprio cinema (il già citato Encounters e, ovviamente, l’apocalisse perfetta di La Soufriére). Come se il movimento continuo di Herzog intorno al mondo facesse infine eco a se stesso e producesse da sé l’immagine, la traccia minima e al tempo stesso indelebile di un qualche passaggio. Herzog insegue l’immagine di se stesso? Non è solo narcisismo. O per lo meno lo è nella misura in cui alcuni luoghi sulla terra si credono invulnerabili al punto da esprimersi solo per successivi trionfi della catastrofe.

Probabilmente oggi Herzog sceglie piuttosto l’intensità del miraggio, non l’allucinazione, ma proprio il luogo in cui l’immagine si smarrisce e letteralmente si dissemina sottoforma di atomi d’aria riflessi altrove. In Into the Inferno la loro produzione ha del prodigioso: Etiopia, Islanda, Corea del Nord… In tutti e tre i casi Herzog si ritrova all’improvviso in territori sconosciuti (il tema dei vulcani, al solito, è puro pre-testo), e suo malgrado (ché non smetterebbe mai di camminare) è costretto a fermarsi, a sospendere il moto nel febbrile narcisismo del documento (come quando ci si esalta per il rinvenimento di una citazione sfuggita ai più), cui viene riconosciuta non la capacità di specchiarsi, ma il cinismo misto a malinconia con il quale, gettandosi a capofitto, manca sempre il suo oggetto supposto. La verità è che tutto è sempre compromesso. In Etiopia c’è il più grande cercatore di fossili di tutto il mondo, un americano che rinviene ossa millenarie (o quelle che ci dice tali) come lo potrebbe fare lo spettatore di una partita di baseball in attesa del primo home run dell’anno (episodio invero esilarante e inquietante insieme che lascia Herzog quasi senza parole); in Islanda scopriamo che la metà dell’isola, con i suo avvallamenti e le sue gole a perdita d’occhio, è il risultato di una delle più tremende eruzioni mai avvenute nella storia dell’umanità; in Corea del Nord (qui servirebbe un saggio a parte, visto che Herzog è uno dei pochi a cui è stato recentemente permesso di entrare e filmare) nulla è come sembra, dallo storico coreano scelto dal dittatore-dio per spiegare il legame ancestrale fra i padri della nazione e il dio-vulcano, alla bambina prodigio che si muove virtuosa e catatonica sul pianoforte e che chissà in quale cratere viene tenuta in incubazione e da quanto tempo…

Non è un caso, a proposito dell’immagine come miraggio di se stessa, che Herzog quest’anno raddoppi, e che lo faccia con Lo and Behold-Reveries of the Connected World (da poco nelle sale), dove si mette sulle tracce di qualcosa cui l’abitudine concede ormai una certa dose di spettralità vicina al fantastico, e sulla cui origine regna ancora, dimenticata nei locali di una stanzetta di un’università americana, un notevole mistero. Internet, la connessione, la rete. Anche qui, nell’affollarsi di personaggi eccentrici, che doppiano a loro volta le smagliature e i buchi che sostanziano la rete stessa, Herzog mostra semmai come l’iper-connessione sia sintomo di un neanche troppo celato sogno di apocalittica disconnessione globale. La fine del mondo, colta a uno stadio già molto avanzato, e di cui Internet può essere contemporaneamente e alternativamente la fatale ammissione o l’ultima barricata prima dell’invasione, passa per brevi accensioni replicanti (Herzog chiede a due cervelloni californiani: la rete sogna?), robot che studiano da esseri umani e umani che pensano a delle colonie su Marte (in realtà, apprendiamo, cosa già fattibile, salvo che il problema da risolvere sarebbe, guarda caso, portare Internet lassù, e poi trovare dei volontari, visto che se l’andata è sicura il ritorno è ancora una chimera; Herzog a questo punto lascia basito lo scienziato-imprenditore: «Ci vado io su Marte!»). Di fronte a un tale arcipelago in fiamme, Herzog sceglie la strada inaugurata con la fondamentale serie (e il film che la introduce, Into the Abyss) sulla pena di morte On Death Row, e cioè, in maniera sensibilmente inedita per lui, opera una scrittura da poemetto (o da sonata), dove la geometria dei capitoli nasconde il fiume in piena di un mondo ormai divenuto a noi stessi tortuosamente imponderabile (il tutto accompagnato da quella sua voce calda e accorata, che sembra incedere per sospensioni e fragilità interne del pensiero, richiamando lo spettatore continuamente in scena, stretto fra enigma e trasparenza dell’enigma). Nascita della rete, fine della rete. Il fatto è che Herzog non è un visionario, ma insegue il visionario. Se si abbandona al vedere ne segnala sempre la tragicità; più è fisico, o fisicamente ipnotico, più ne denuncia la decomposizione, la lacerazione, il difetto mostruoso all’origine.

Into the Inferno

regia di Werner Herzog

Gran Bretagna-Austria 2016, 104’

Internet: il futuro è oggi (Lo and Behold-Reveries of the Connected World)

regia di Werner Herzog

USA 2016, 98’

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