gruppo 63 - Gruppo 63 archivio Giovannetti/effigie - Fotografo: nn

gruppo 63 - Gruppo 63
archivio Giovannetti/effigie - Fotografo: nn

Angelo Guglielmi

Il 21 e 22 ottobre il Gruppo 63 ha riunito a La Spezia i protagonisti ancora viventi; l’occasione è stata la ricorrenza del cinquantenario di una analoga riunione che il gruppo tenne nella stessa città di La Spezia nel 1966 (appunto cinquant’anni fa).

Il Gruppo ’63 (che è stato la conclusione di un percorso iniziato molti anni prima) ha significato per noi il recupero della buona letteratura (italiana e soprattutto straniera) degli anni venti e trenta, e quindi Pirandello ,Svevo, Joyce, Proust, Gadda, Musil, senza dimenticare il Moravia degli Indifferenti (la vera unica proposta di novità dello scrittore romano) e alcuni saggisti e critici, per me soprattutto Spitzer e la critica stilistica. Da questo complesso di libri (romanzi, prose narrative e saggi) non era difficile prendere atto della necessità di superare il naturalismo con i suoi scivolamenti nell’intimismo e nel risaputo e della possibilità di una nuova idea di realismo che rifiutava di coincidere con la rappresentazione della realtà della cronaca .

Così rimanevo stupito che negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra (gli ultimi quaranta e i primi e non solo anni cinquanta, che erano stati gli anni del mio esordio come critico letterario) proprio quell’idea di naturalismo scivolante verso il crepuscolarismo tornava a vincere e proprio il realismo (perfino nella letteratura resistenziale, vedi La ragazza di Bube) non rinunciava alla facile emotività (a scadimenti sentimentali)

La ribellione fu naturale e tanto violenta quanto la meraviglia che nonostante le scoperte garantite da tanta letteratura contemporanea europea e anche italiana dei decenni passati (quelli in cui noi eravamo nati) e nonostante il grande sconvolgimento sociale di cui era stato oggetto il Paese, con i contadini diventati operai e gli analfabeti in grado di scrivere, si continuasse a pubblicare romanzi come se nulla fosse accaduto in una Italia non più a trazione agricola..

Che la situazione andasse rovesciata alla ricerca di una lingua e contenuti diversi diventava un obbligo. Il problema era capire che cosa potesse significare trovare una nuova lingua e nuovi contenuti. Capimmo subito che non si trattava di due problemi ma di uno solo e che trovare nuovi contenuti era trovare una nuova lingua. La narrativa di rappresentazione aveva esaurito il suo corso cedendo il passo alla narrativa di espressione.. Ce lo gridava, almeno per me con autorità incontestabile, il grande Gadda, per altri Joyce, Musil, Mann, Beckett ecc., e a questa nuova coscienza si conformò il Gruppo. La cosa provocò un vero subbuglio nella cultura e tra gli scrittori italiani e si determinò almeno per una paio di anni una sorta di paralisi: nessuno aveva più il coraggio di scrivere; ma quando ritrovarono il coraggio in realtà ritrovarono la loro viltà e ripresero a scrivere nel modo morto in cui lo avevano fatto fino allora o forse da sempre.

Questo capitava allora; ma da allora sono passati più di cinquant’anni.

I protagonisti ancora viventi del Gruppo 63 si sono riuniti qui a La Spezia per riflettere su questi 50 anni passati; lo abbiamo fatto rievocando la stessa riunione (ma più numerosa di partecipanti) che il Gruppo organizzò in questo stessa città nel 1966. Io di quella lontana riunione poco ricordavo, quel poco erano le letture dei poeti Vicinelli, Torricelli e Rosselli e lo stupore (come di cosa nuova) che avevano suscitato. Queste letture erano state piuttosto delle performance cioè delle esibizioni dove gli autori si rappresentavano combinando parole gesti immagini visive rumori ( sonorità di varia provenienza - vocale e materiale). Quello stupore esigeva di essere indagato. E fu confusamente chiaro ( e solo negli anni successivi divenne una convinzione) che con quei poeti la poesia usciva dal libro come era accaduto alla pittura che già da tempo era uscita dal quadro.I Novissimi, che erano la base capitale del Gruppo 63, avevano aperto alla poesia una spazio infinito di ricerca e di sperimentazione consentendole di raggiungere forme espressive avanzate e impreviste. Questo per la poesia, ma per la narrativa? Gli spazi di sperimentazione di cui poteva approfittare erano più limitati? Questo non lo, so ma certo so che la narrativa non può uscire dal libro; ma se non può uscire dal libro (e pensarsi oltre il libro) certo può guardarsi dentro (riflettere su se stessa). E la riflessione significa il metaromanzo (il romanzo del romanzo), significa la destrutturazione ironico-comica della trama, la contaminazione di narrativa saggistica, e perché no poesia, significa pastiche linguistico incrociando (mischiando) lingua, forme dialettali di varia estrazione e ogni altre convenzione verbale o semplicemente segnica di ieri e di oggi . Significa ogni altro approdo che la riflessione su di sé consente. Ma certo il romanzo non può uscire dal libro. Le suggestione più comunemente (e certo più superficialmente ) ricavabili dal Gruppo 63 e cioè illeggibilità e l’irrealismo che hanno permesso (benefiche!) alla poesia di avventurarsi in soluzioni le più alte e ardite, si rivelano alla prova per la narrativa di efficacia più ridotta L’illeggibilità ebbe la maggiore diffusione con Manganelli, l’autore di La letteratura come menzogna che con l’illeggibilità riassumeva sua idea di menzogna in quanto possibilità della parola di dire la verità solo arrotolandosi intorno al non senso. Manganelli costruiva poemi di parole inseguendole in eroiche avventure. Le parole erano i suoi Orlando, Ulisse e Donchisciotte. L’irrealismo (lo abbiamo più sopra anticipato) era ed è la ferma denuncia che la realtà non è dove si crede (non coincide con quella che troviamo la mattina uscendo di casa ) ma è altrove. E dove ce lo dice il grande romanzo contemporaneo Di lì abbiamo appreso che il romanzo non deve rappresentare la realtà perché la realtà è sempre la realtà del momento, quando è già finita, ma deve raccontare il mondo, come fa Joyce con Ulisse, Musil con L’uomo senza qualità , Beckett con Aspettando Godot; o Faulkner che ne L’urlo e il furore ne evidenzia l’intrico discordante e l’impossibilità di uscirne, o Wallace che con Infinite Jest ne epicizza il dissolvimento e fa la conta dei cocci che sono infiniti come le oltre mille pagine del romanzo.

E per rimanere nei nostri confini patri, prendiamo il caso di Balestrini, il più avanguardista del Gruppo. Scrive le prime poesie col computer e ne scrive ancora oggi col metodo combinatorio e la serialità digitale, ma quando scrive romanzi scrive Vogliamo tutto o I Furiosi(e tutti gli altri a seguire). Romanzi leggibilissimi, costruiti con un intervento di montaggio creativo sulle parole del metalmeccanico della Fiat o quelle delle bande di tifosi infuriati sugli spalti di San Siro. E Eco, l’autore di Opera aperta, in cui indicava un nuovo modo di leggere (e vedere) l’arte contemporanea rendendo comprensibile ciò che fino allora era parso oscuro e indigeribile, quando decide di scrivere un romanzo scrive Il nome della rosa, un romanzo fin troppo leggibile, costruito approntando un ordigno artificiale tra giallo e filosofia.,

Dunque non era l’illeggibilità la chiave per entrare in un narrativa credibile e non era nemmeno l’indifferenza alla realtà dell’esperienza ( l’uno e l’altro avevano rappresentato una spinta non piccola per la fortuna della poesia). Certo vi era stata la sciagura del neorealismo letterario rivelatosi più un ritorno al naturalismo ottocentesco sommamente deprecabile, ma c’era stato, sommamente interessante e apprezzabile, il neorealismo cinematografico. Paisà e Ladri di biciclette della realtà valorizzano non l’aspetto subdolamente emotivo ma quello materico; la realtà non è pianto, è un precipitato di materia incandescente. Che è poi l’aspetto che apprezzavamo leggendo Il Pasticciaccio e quello che ci esaltava nel Capriccio di Sanguineti. E (aggiungiamo) quello che mancava nei romanzi romani di Pasolini.

E insieme a Balestrini e Eco, e prima di loro con prodotti autorevoli e più duraturi, c’è: l’agguato parodico al “significato” in Malerba, la narrativa di cumulo di Arbasino che trabocca garantendosi un continuo inizio, l’epicità stranita di Germano Lombardi, il vagabondaggio scrupoloso di Celati, lo smarrimento inseguito di Leonetti, poi alcuni più giovani (ma forse oggi settantenni) che hanno sterzato dalla scelta autobiografica, consapevoli di essere riflesso e non specchio, come Trevisan, Covacich, Pascale e alcuni altri (forse nemmeno tanto pochi) i cui nomi do per conosciuti

Certo vi è poi un forte gruppo di scrittori più sui 50 anni e anche oltre (Ammaniti, Trevi , Pincio, Baiani, Pecoraro, Falco, Vasta e molti altri – fino a dodici dice Cortellessa ) che non hanno come punto di riferimento per la loro formazione e il loro operare il Gruppo ’63 ma altre situazioni, dai Cannibali a Internet e i misteri del web alla complicità con i media freddi dalla musica leggere, ai fumetti, a una più spregiudicata lettura dei classici (magari col rischio di non cogliere gli aspetti visionari della narrativa di Balzac), alla naturalezza (non il naturalismo) dei giovani americani da Franzen a Foer. Hanno allargato l’idea di realtà ricavandone un nuovo senso di responsabilità e pratica di rapporto..

Questo mi pare di avere ricavato dall’incontro di La Spezia meritandomi qualche interesse ma molto disaccordo. A compenso non ho rimpianti convinto (mi capita la prima vola) di avere ragione.

Tagged with →  
Share →

2 Risposte a Cinquant’anni dopo

  1. fabbri scrive:

    hai proprio ragione, soprattutto sui cd. neorealismi attuali, volentieri appoggiati alla volgarizzazione di uno scientismo kitsch.

  2. Alberto Zino scrive:

    Grazie di cuore ad Angelo Guglielmi. Sono stato allevo di Aldo Rescio, ai tempi della Scuola Psicanalitica Freudiana di La Spezia e Firenze, tra la fine dei ’70 e la metà degli anni ’90. Rescio era di La Spezia, fece parte dell’ultimo tempo del Gruppo ’63 e rammento bene i suoi appassionati racconti di quella vostra esperienza seminale. Non è solo un ricordo, oggi, ma un impegno, ancora, nelle nostre scritture e nel pensiero critico cui non possiamo rinunciare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!