rafficheAnnalisa Sacchi

In origine ci fu Splendid’s, messo in scena dai Motus nel 2002. In Splendid’s un gruppo di gangster si asserraglia nella suite di un sontuoso hotel. Sette uomini circondati dalla polizia. Al centro un cadavere, quello di una donna presa in ostaggio e poi uccisa. Splendid’s era un piano inclinato verso la sconfitta di chi non rispetta la legge eppure continua a ribellarsi, in cui i corpi degli attori colavano sempre più rapidamente nella voragine del loro abbattimento finale. Lo spettatore sostava ai bordi di questo piano, in una perturbante prossimità in cui spartiva con i gangster lo stesso spazio lussuoso e concentrazionario.

Splendid’s è una pièce teatrale di Jean Genet: scritta nel 1948 e mai rappresentata, l’autore stesso dichiarò di averla distrutta nel ’52. Quarant’anni più tardi venne ritrovata, e pubblicata postuma, una versione superstite dell’opera. Genet non esercitò mai, dunque, alcun diritto su questo lavoro. Tanto più grottesco appare allora il fatto che l’agenzia che gestisce per gli eredi il diritto d’autore abbia negato a Motus la possibilità di rimetterlo in scena sebbene, nelle intenzioni del gruppo, il testo sarebbe rimasto intatto, come già nel lavoro del 2002.

Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande volevano Splendid’s nella sua versione originale, ma intendevano farlo interpretare a un gruppo esclusivamente femminile. E questo, per chi detiene il diritto d’autore, non è accettabile. La risposta di Motus è stata allora quella di riscrivere l’opera, dedicandola a Genet e opponendo alla logica del copyright una scrittura relazionale e collaborativa, a firma di Magdalena Barile e Luca Scarlini.

Non si è trattato di riassegnare, a delle interpreti donne, dei ruoli che furono in origine maschili. Nel testo di Barile e Scarlini sono state rimescolate le carte, altri temi si sono imposti: in Raffiche i gangster sono adesso un gruppo di attiviste che compie azioni dimostrative e di resistenza al regime di dominio e di controllo eterosociale. Donne con nomi maschili, quelli dell’opera originale, che imbracciano armi (giocattolo?) come critica radicale ai dispositivi disciplinari e coercitivi imposti dalla tecnologia biochimica e dal farmacopotere che, attraverso gli ormoni, detiene dagli anni Cinquanta del Novecento il controllo sui corpi, sui generi, e sulla nozione di «normalità».

C’è insomma, nel nuovo ordito drammaturgico, Paul B. Preciado e c’è Judith Butler, ci sono le Pussy Riot ma c’è anche il Terry Gilliam dell’Esercito delle dodici scimmie a galvanizzare questa scena che si impone come un laboratorio eco-sessuale, a sostenere queste attrici che superano il binomio sesso/genere per dare voce e potere a ciò che è relegato come minore, osceno, deviante.

Ma quello che in Judith Butler rimane attestato a livello testuale qui torna a ingorgarsi nei corpi: l’identità è costruita attraverso un processo performativo e il performativo ha pur sempre una scena come orizzonte e come desiderio. E poi il fatto che i corpi, tutti i corpi, sono elementi di estrema densità politica, per cui anche la loro dissidenza, il loro meticciarsi, si pone immediatamente come azione di guerriglia. I corpi sono qui quelli delle terroriste del gruppo delle Raffiche, che si rifiutano di essere messi a valore, che si addensano e si respingono, catalizzati attorno alle due polarità centrali del lavoro e dal loro antagonismo: Jean (Silvia Calderoni), che fu Valerie e che è il capo carismatico e non violento della banda, a cui si oppone Riton (Alexia Sarantopoulou) con una serie di azioni che determineranno la rovina del gruppo. Ma ogni attrice è poi una polarità a sé, sostenuta di volta in volta da tutte le altre: c’è Rafale (Ilenia Caleo), che viene da tre anni di guerriglia nella foresta, c’è Scott (Emanuela Villagrossi) che fino alla fine dominerà la situazione con l’ironia e il cinismo dell’intellettuale del gruppo, c’è Bravo (Sylvia De Fanti) che prima era un’attrice di porno e che rivendica il suo ruolo guida nell’educazione all’eccesso, c’è Bob (I-Chen Zuffellato) che si ammutina da subito in una professione di individualismo, ma si lancia poi a sostenere il peso della disperazione di Pierrot (Ondina Quadri), la superstite delle due «gemelle terribili» cui la polizia ha appena ucciso la sorella. E infine c’è il Poliziotto (Federica Fracassi) che anche nel suo votarsi alla causa del gruppo passando dall’altra parte incarna un aspetto infame e opportunista del potere.

La musica ha un ruolo fondamentale nel sostenere la trama delle relazioni che si articolano come coreografie, e a sua volta accosta una scena radicale e queer (con brani di Amanda Palmer e di R.Y.F.) a un omaggio indiretto a Genet, quando risuona la voce di Barbara.

Queste Raffiche femminili non sono antagoniste di quelli che furono i loro doppi precedenti e maschili. Le presenze si configurano anzi, spesso, come archivi affettivi in cui balenano i gesti, le immagini, le inflessioni degli attori di Splendid’s. È questo dialogo sottile e segreto che mostra a noi, spettatori due volte, spettatori di una scena attuale e di una scena fantasmatica, che il teatro è sempre, e qui in particolare, il luogo di un tempo disallineato, mai del tutto concluso e mai completamente dimenticato. E che, soprattutto, è un luogo di ritorni – di immagini, ma anche di presenze, di affetti, di vite – capace di far esorbitare una memoria che continua a differire il tempo istituzionale dell’evento e quello biologico di un’esistenza.

Ed è nello specchio ustorio di questa scena presente e memoriale che la presenza dello spettatore viene inclusa senza forzature, senza inviti a rompere la cornice, eppure in una prossimità così intima da produrre un regime empatico che si impenna nel finale, quando la diaspora rabbiosa di questa armata di amanti finisce nel sangue e nel tradimento.

Ma Rafale continua a sparare. A sparare ancora. Per inventare i gesti di una rivoluzione, l’alienazione del genere, la rete degli affetti che si rinsaldano nel rifiuto di aderire alla legge. Sparare perché nella canna del mitra canti una voce nuova, si spezzino gli enunciati, vibri una parola che non appartiene più ad alcun autore, sganciata dalla miseria di un diritto negato. Gli spari, le esplosioni, le raffiche in arte non hanno niente a che spartire col terrorismo e col terrore del mondo. Semmai sono un modo per attaccarlo, per farlo smottare, per smascherarne il fondo grottesco e vigliacco, per liberarci dalla paura. E allora se davvero a teatro esiste per lo spettatore qualcosa come una catarsi – la purificazione, la liberazione dal terrore – i Motus, e le loro otto magnifiche attrici, l’hanno saputa scatenare.

Raffiche ha debuttato il 18 ottobre all’Hotel Carlton di Bologna, nell’ambito del progetto «Hello Stranger» che festeggia i 25 anni di vita di Motus e nella programmazione del Festival Vie (www.motusonline.com)

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2 Risposte a Motus, per farla finita con la dittatura del genere

  1. Antonio scrive:

    Il testo di Genet fu messo in scena da Gruber quando i Motus erano ancora al Liceo
    Saluti

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