oliAnticipiamo oggi per gentile concessione dell'editore una pagina dal volume Desolation Row. From Democracy to Oligarchy, 1976-2016 in uscita oggi nella collana Utopie della Fondazione Feltrinelli

Fabrizio Tonello

Siamo ormai tornati a un’era in cui “il pagamento dei prestiti esteri ed il ritorno alla stabilità delle valute erano considerati il simbolo della razionalità politica e nessuna sofferenza dei singoli, nessuna violazione di sovranità erano considerati un sacrificio troppo grande per riacquistare l’integrità monetaria. Le privazioni di coloro che per la deflazione rimanevano disoccupati, la miseria di pubblici impiegati licenziati senza un soldo di liquidazione ed anche l’abbandono di diritti nazionali e la perdita di libertà costituzionali erano considerati un buon prezzo da pagare per soddisfare i requisiti di bilanci solidi e di valute altrettanto solide, i presupposti del liberismo economico”. Frasi che suonano decisamente attuali, ma che vennero scritte da Karl Polanyi nel 1944 e si riferivano alle dottrine economiche prevalenti negli anni Venti del secolo scorso.1

Quando questo accade, cioè l’economia viene separata dalla politica democratica, le istituzioni si trasformano in una specie di “legalismo autoritario”2 simile a quello che esiste a Singapore: i diritti di proprietà delle élite sono difesi e le elezioni si tengono regolarmente, ma i cittadini non hanno voce in capitolo nelle decisioni importanti come quelle che riguardano il lavoro, le pensioni, la sanità, l’edilizia pubblica. Si tratta dell’approccio reso esplicito dal ben noto documento prodotto qualche anno fa dalla banca d’affari J. P. Morgan, che deprecava “la protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori” nei paesi del Sud Europa.

Questo tipo di regime oligarchico e autoritario non sembra tuttavia capace di costruire assetti politici stabili: ovunque vediamo reazioni che squassano i sistemi politici tradizionali. Come nota Wolfgang Streeck “un capitalismo disordinato è tale non solo per se stesso ma anche per i suoi oppositori, privati della possibilità di sconfiggerlo o di cambiarlo”. E’ questo che produce le “macerie e desolazione” che vediamo da Aleppo (Siria) a Calais (Francia), da Mosul (Iraq) a Flint (Michigan). Da quando le forze che storicamente hanno tenuto a freno il capitalismo sono state distrutte, non è chiaro quale futuro sia in vista per la nostra civiltà.3

Non staremo qui a rivisitare l’ormai vasta letteratura riguardante le origini della Grande Recessione del 2008 e le sue conseguenze: è sufficiente segnalare che gli ultimi otto anni di paralisi decisionale dei governi di tutto il mondo hanno portato all’invocazione della creazione di moneta da parte delle banche centrali come unica soluzione al collasso dell’economia mondiale. Una “soluzione” utile per guadagnare tempo ma ormai incapace di mascherare il fatto che la crisi attuale nasce e si sviluppa nelle contraddizioni di fondo del neoliberismo stesso e non – o non solo – nei mutui subprime americani. La “moneta facile”, introdotta dalle banche centrali ha dato avvio a una bolla speculativa che ha portato con sé un’ormai generalizzata volatilità dei mercati azionari mondiali.

Il neoliberismo non è interessato ai progetti di lungo periodo e crea le basi per una ‘stagnazione secolare’, proprio nel momento di apparente dinamismo tecnologico.4 Infatti la crescita della finanza a scapito della manifattura sembra confermare la profezia di Giovanni Arrighi, secondo il quale si è ormai vicini alla fine del ciclo sistemico di accumulazione dominato dagli Stati Uniti’.5

La combinazione di questi fattori negativi con la debolezza dei governi nazionali in materia economica porta a conseguenze ovvie sulla legittimazione stessa di questi governi: non c’è da sorprendersi se, nelle ultime elezioni politiche dei 28 stati dell’Unione Europea, 20 dei 28 governi uscenti sono stati sconfitti e nuovi partiti hanno ottenuto successi clamorosi. Consolidati equilibri politici sono saltati, come in Finlandia dove nel 2015 il Finns Party (prima noto come True Finns) è diventato il secondo partito ed è entrato nella coalizione di governo. O come in Italia, dove il Movimento 5 Stelle, ha ottenuto il 25% alle elezioni del 2013, salendo da 0 a un quarto dei voti in pochissimi anni. Lo stesso è accaduto in Spagna, dove Podemos è cresciuto da 0 al 20,7/% dei voti.

La reazione dei partiti tradizionali si è concretizzata nella costruzione di Grandi Coalizioni (ora al governo in 8 paesi UE su 28) o in governi di minoranza, come quello che nascerà in Spagna in questi giorni. Un’ulteriore conseguenza è il rafforzamento dei governi a scapito dei parlamenti. Si tratta di processi che sono la conseguenza dell’indebolimento delle pratiche democratiche tradizionali, della ‘cartellizzazione’ della forma partito, del calo della partecipazione elettorale e politica dei cittadini e soprattutto del trasferimento di poteri a organismi non-democratici, non-controllabili e sovranazionali.

Oltre a non essere democratico, un contesto politico basato su logiche tecnocratiche risulta essere estremamente fragile: i cittadini si aspettano di essere tutelati dallo stato non solo contro i terremoti ma anche nelle difficoltà economiche: la costante propaganda sulla ‘meritocrazia’ non può durare a lungo.

Da un punto di vista filosofico, il neoliberismo rifiuta di farsi carico del benessere collettivo. Ma questa è una ricetta per il caos, non per la prosperità (nemmeno per le ridottissime e avide elite: tutte le società contemporanee necessitano di un minimo di stabilità). Nel ventesimo secolo, i governi nazionali hanno (almeno parzialmente) regolamentato il capitalismo, mitigato la delocalizzazione economica e creato stati sociali più o meno efficienti. Privati del potere di proteggere i cittadini più vulnerabili, gli stati sono diventati qualcosa di diverso: apparati puramente repressivi dove i diritti umani e le libertà civili sono a rischio. Ma non solo: la corruzione è diventata endemica, i parlamenti sono affogati nell’irrilevanza e i partiti sono diventati strutture che trovano vita solo nelle campagne elettorali. I bisogni della cittadinanza aumentano, le risposte delle istituzioni latitano.

Se i leader ormai competono tra loro solo per entrare nelle grazie degli oligarchi e riducono le loro relazioni con le masse a un mero esercizio retorico, il fallimento del modello politico attuale è vicino. Se non ci sono guerre, se il terrorismo è sotto controllo, l’economia cresce e la mobilità sociale è apparentemente preservata, l’apatia sociale può prevalere. Quando la disoccupazione cresce, la classe media si sente ancora più minacciata e il problema dell’immigrazione appare irrisolvibile i regimi politici attuali prima traballano e poi collassano.

La paralisi parlamentare statunitense è ormai una costante degli ultimi vent’anni e la rabbia dei cittadini sembra aver raggiunto lo zenith, come mostra la retorica parafascista di Donald Trump. Ma è l’Unione Europea, con suoi trattati, i suoi organismi, i regolamenti e le commissioni che rischia di restare vittima dell’imminente tsunami politico, come abbiamo appena visto con il prevedibile risultato del referendum nel Regno Unito. Molte delle elites europee sono sinceramente legate ai valori fondanti dell’Unione ma allo stesso tempo sembrano completamente incapaci di capire che la sofferenza che per anni è stata imposta ai cittadini del continente può avere una sola conseguenza: la rinascita di regimi politici fondati sulla promessa di tornare a regolare l’economia e la società, dopo quarant’anni di dominio di oscure e tecnocratici orgnaismi sovranazionali. Purtroppo, data la debolezza della sinistra attuale, la fine del ciclo neoliberista sembra dirigersi verso una qualche forma di fascismo del XXI secolo.

1 Karl Polanyi, The Great Transformation, New York 1944, p. 148. Trad. it. La grande trasformazione, Einaudi 1974, p. 182.

2 Kanishka Jayasuria, ‘The Exception Becomes the Norm: Law and Regimes of Exception in East Asia’, Asian-Pacific Law & Policy Journal 2001, vol. 2, pp. 108-124.

3 Il tema è esplorato da Saskia Sassen, Espulsioni, Feltrinelli, 2015.

4 Come osserva Streeck, ‘il capitalismo è profitto, non produttività. E queste due possono andare assieme ma anche essere in contrasto. ‘How Will Capitalism End?’ NLR, n. 87, 2014, p. 60. Profitto e produttività possono essere in contrasto per svariate ragioni, non solo per l’espansione del settore pubblico. Si veda per esempio Larry Summers, Why stagnation might prove to be the new normal, 2013; http://larrysummers.com/commentary/financial-times-columns/why-stagnation-might-prove-to-be-the-new-normal/ (retrieved August 28, 2015).

5 Giovanni Arrighi, The Long Twentieth Century. London 2010.

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