08_-alberto-biasi-io-sono-tu-sei-egli-e-tu-seiCristina Grazioli

Cristina Grazioli: Partirei da questioni storiografiche e di fortuna critica. Alberto Biasi, il Gruppo N, l’arte programmata e cinetica. Dal percorso dell’esposizione è percepibile la necessità di rimeditare, ricostruire e ricontestualizzare questi accadimenti importanti di un periodo fertilissimo della ricerca artistica in Italia. Ci sono dei momenti chiave della loro fortuna critica e delle motivazioni che ritieni importanti, oggi, per avvicinarsi a questo ambito di sperimentazione?

Guido Bartorelli: Innanzitutto, ci sono due momenti chiave che hanno pesato negativamente. Nei primi anni Sessanta l’arte programmata e i critici che la sostenevano hanno dovuto vedersela con la Pop Art, che nell’arena internazionale costituita dalla Biennale di Venezia ha finito per imporsi anche grazie a una maggiore malizia politica e comunicativa. Nessuno contesterebbe più il premio assegnato nel 1964 a un gigante quale Rauschenberg. Il problema è stato che le icone della Pop, sfacciatamente seducenti, hanno offuscato oltre il dovuto sperimentazioni molto più riserbate. Diversamente dalla Pop, l’arte programmata si è espressa attraverso invenzioni concentrate e di grande sottigliezza, avvertite come prettamente europee in opposizione al dominio consumistico di matrice statunitense. La Pop ha analizzato il presente facendone propria la scaltrezza mediatica. L’arte programmata ha invece mirato a un futuro in cui le tecnologie funzionassero di più e meglio, in modo più consapevole dei metodi e socialmente più equo. La tensione progressista non è però bastata a salvaguardare l’arte programmata da un secondo momento di sfortuna. Con il ’68 si volle un’arte rivoluzionaria, un’arte come «guerriglia» per dirla con Germano Celant. Questi prese le distanze dall’arte programmata per la sua compromissione con l’industria, sorvolando però sulle sue idee radicali, a partire da quella di «morte dell’arte». La conseguente, immeritata, sottovalutazione rende oggi l’arte programmata di enorme interesse. C’è l’interesse storiografico di vicende dimenticate che vanno recuperate. C’è la fascinazione per un tempo in cui si credeva ancora nel futuro migliore. C’è – bisogna ammetterlo – l’interesse di mercato, di chi vede in opere sottostimate un allettante campo d’investimento.

18_-alberto-biasi-eco-1974-tela-dipinta-fosforescente-e-irradiata-da-luce-wood-collezione-museion-bolzanoCG: Alcuni di questi lavori rivelano una sorprendente consonanza con motivi al centro di un versante della attuale ricerca artistica: una concezione del lavoro che muove dalla considerazione del fruitore, della sua posizione e percezione; al carattere «immersivo» (termine che all’epoca non esisteva) degli ambienti; alla «relatività», nel senso della difesa della molteplicità dei punti di vista e delle prospettive, con l’implicazione di una posizione di responsabilità da parte dell’artista. Le esperienze successive consentono di dipanare oggi tutte le implicazioni di quelle opere? C’è qualche episodio nel percorso degli ultimi decenni che «illumina» di luce particolare quelle esperienze?

GB: Quanto dici sugli ambienti è un altro motivo determinante il rilancio attuale. In fondo, l’arte programmata ha ripreso quota dalla riproposta degli ambienti. L’allestimento permanente degli ambienti del Gruppo T all’ultimo piano del Museo del Novecento a Milano ha destato molta curiosità. La mostra a Palazzo Pretorio nasce anche dalla volontà di riproporre un filone della ricerca di Biasi e del Gruppo N che è apprezzabilissimo, per nulla inferiore o in ritardo rispetto alle esperienze coeve. Esso è stato penalizzato dal fatto che ancora non si era potuto ammirare nella sua completezza. Con questa mostra si è colmata la lacuna. Tante persone, magari non esperte, hanno imparato ad aspettarsi da una mostra d’arte contemporanea un piccolo shock, il brivido di un disorientamento, di un’alterazione dei percorsi quotidiani. È quel che proviamo quando entriamo a tentoni nella stanza buia che accoglie un ambiente. Non dimentichiamo che questa modalità è stata inventata da Lucio Fontana nel lontano 1949 e codificata negli anni Sessanta dall’arte programmata. Alcuni artisti di oggi se ne ricordano bene, e si rivolgono ai precedenti per ricavarne ispirazione. Penso a Slow-motion shadow in colour di Olafur Eliasson, ambiente realizzato nel 2009 che mi piace pensare come remake di Tu sei di Biasi, del 1972.

CG: I motivi ai quali stiamo facendo riferimento sono complessi, ma in sintesi quali pensi siano i momenti di discontinuità rispetto al presente? Rammentiamo che, come avveniva anche in ambito teatrale, gli artisti italiani degli anni Sessanta/Settanta sperimentano a costi bassissimi, mettendo una tecnologia «artigianale» al servizio di idee concettualmente forti. Quali riflessioni ne possiamo trarre oggi, circondati da tecnologie a basso costo ma anche da sistemi ad altissima definizione?

GB: Condivido il tuo riferimento al divario tecnologico tra gli ambienti di allora e quelli attuali. L’arte programmata conserva il fascino archeologico dei «nuovi media» dei tempi andati, di quei meccanismi che allora erano definiti sprezzantemente «macchinette». Oggi all’entusiasmo per ciò che è nuovissimo si aggiunge una certa nostalgia per gli stadi superati delle nostre tecnologie, per gli stati 1.0. Gli anni Sessanta sono stati il tempo in cui l’artista/artigiano sognava un futuro computerizzato, programmava meraviglie con il righello e le faceva muovere dai motorini elettrici.

19_-alberto-biasi-io-sono-tu-sei-egli-e-1972-dimensione-ambientaliCG: Credi si possa affermare che vi era una maggiore attenzione (o ingegnosità) e sperimentazione sulle potenzialità insite nei materiali, in mancanza di dispositivi sofisticati? Penso ad un’opera come Eco (1974): è il tipo di tessuto utilizzato che rende possibile l’effetto di permanenza dell’ombra, mentre la luce di Wood non era certo acquisizione recente o inconsueta. Questo motivo mi fa pensare anche al fatto che Biasi si confronta con la concezione di «ambiente», al centro di questo percorso, anche prima di approdare all’impiego del dispositivo luministico, come è molto ben evidenziato dall’esposizione e dall’utilissimo e raffinato catalogo che l’accompagna.

GB: Biasi e compagni mettevano nel loro lavoro non solo rigore costruttivo ma anche la provocazione dada e futurista. Il loro formalismo geometrico-tecnologico sa essere spiazzante, deviato verso l’imprevisto. Basti pensare al ruolo del visitatore, a ciò che si è chiamati a «fare» in quel campo d’azione che è un ambiente. Eco sottrae i materiali alle applicazioni industriali e li rende supporto di un’esperienza immaginativa, perturbante in modo esemplare: il distacco dell’ombra.

CG: Un altro spunto di riflessione interessante suggerito dalla mostra è la questione della conservazione e delle sue implicazioni: il fatto che molte opere siano andate distrutte pone il problema (tecnico, materiale) della ricostruzione ma anche quello concettuale circa il senso della loro rinnovata esistenza in altro contesto. Come si pongono entro uno spazio museale lavori concepiti per l’effimero?

GB: Gli ambienti erano pensati più come provocazioni, capaci però di rivelare al massimo grado e senza compromessi la purezza della ricerca, piuttosto che come opere destinate a restare. Ancora non era pensabile che essi potessero interessare il mercato ed era troppo impegnativo per gli artisti riportarli in studio a fine mostra. Così gli ambienti finivano per essere distrutti. Quelli che vediamo oggi sono quasi tutti rifacimenti basati sui vecchi progetti. Nel caso di Biasi, però, mi sembra più corretto parlare di nuove realizzazioni piuttosto che di rifacimenti. Da sempre l’arte programmata ha teorizzato che il lavoro è l’idea, cosicché il progetto può partorire nel tempo realizzazioni multiple, da considerarsi tutte legittime. A Cittadella abbiamo scelto che ogni didascalia specificasse le rispettive date del progetto, della prima realizzazione (spesso successiva di qualche anno) e della realizzazione in mostra.

Alberto Biasi

Gli ambienti

a cura di Guido Bartorelli

Cittadella (PD), Palazzo Pretorio, dal 29 maggio al 6 novembre 2016

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!