denial_enfilme_x8269_675_489Mariuccia Ciotta

Ci sono film che catalizzano l'energia di cinema e storia come Denial-La verità negata di Mick Jackson, un legal thriller come tanti se non fosse sul terzo grande processo contro il nazismo dopo quello di Norimberga e a Eichmann, e se non fosse un complesso congegno politico, una macchina ammazza-cattivi senza pistole. Allenamento molto attuale contro la retorica politica vuota, partita a scacchi fatta di parole inattese che ricorda l'astuzia giudiziaria del Lincoln di Spielberg. Ma c'è chi alla Festa di Roma, dove è stato presentato, sbadiglia con gli occhi alla ricerca di una svirgolata emotiva, di un'uscita dal film-tv di cui il regista inglese è un esperto, autore per HBO e documentarista – dopo il successo nelle sale, l'unico, di Guardia del corpo ('92) con Kevin Costner e Whitney Houston.
Nel 1996 David Irving, storico britannico negazionista, intenta causa per diffamazione a Deborah E. Lipstadt, studiosa della Shoah e autrice del libro Denyng the Holocaust, che lo definisce falsificatore e manipolatore di fatti e prove con l'intento di dimostrare, a sostegno della sua fede nazista, l'inesistenza dell'Olocausto. La parola va all'avvocato Richard Rampton (Tom Wilkinson) che dispone del copione di David Hare, drammaturgo britannico pluripremiato a teatro e al cinema per gli script tra l'altro di The Hours su Virginia Woolf e The Reader, nonché vincitore dell'Orso d'oro alla Berlinale 1985 per la regia e la sceneggiatura del Mistero di Wetherby (anche questo un «giallo» investigativo che non butta però in Law&Order ma in Harold Pinter). Ed è il meccanismo stesso del processo a farsi cinema seguendo il «montaggio delle attrazioni» di Ejzenštejn, rivisto da Pietro Montani quando ricordava, rileggendone la Teoria del montaggio, che il «materiale» del cinema non è lo spettacolo, ma lo spettatore: «il cinema è un genere oratorio» che deve avvincere, attrarre lo spettatore con tutti i mezzi, e saldare insieme – come fa un avvocato – ogni dettaglio eterogeneo per giungere al «verdetto»... musica, mimica, bellezza. È l'arte del bel gioco delle sensazioni ottiche e acustiche, direbbe Kant, più «la realtà pura e semplice»...
La Shoah, appunto, che lo pseudostorico Irving vuole negare. E che il collegio di difesa rimonta e rimette in forma, trasformando in cinema, e solo cinema, l'abietto inarcarsi delle sopracciglia e il tono carnevalesco, esagitato e finto autorevole del negazionista, che però la cinepresa mai si permette di inquadrare dall'alto in basso. O la disincarnata e minimalista «ferocia democratica» dell'esperto avvocato, ma piuttosto misterioso e alcolizzato, che tratta l'avversario come un disprezzabile sergente maggiore del sadismo, mai meritevole di una stretta di mano. E qui la lezione di Hitchcock e di Nodo alla gola si fa sentire.
Da costituzione d'oggetto a formulazione d'immagine. Tom Wilkinson (Rampton) e Timothy Spall (Irving), al termine di questo montaggio verticale fatto di piani, suoni, silenzi, tonalità di colore e di luci, non avranno più nulla né dell'attore né del personaggio storico, pur salvaguardando la cocciuta esistenzialità di un fatto di cronaca vera.
La suspense applicata ai forni crematori, dunque, nella visione allucinata tra la nebbia di Auschwitz, misurata a piedi dal difensore di Deborah E. Lipstadt non per fare una passeggiata della memoria ma per controbattere colpo su colpo alla tesi dell'avversario. Il campo di sterminio – sosteneva Irving – era piuttosto un campo di lavoro, e quei bunker sotterranei antiaerei servivano di riparo agli ufficiali tedeschi, non erano camere a gas. Ma i passi dell'avvocato Rampton misurano 4 km dalle dimore degli ufficiali, le bombe degli Alleati li avrebbero polverizzati sulla strada. Inesplicabile menzogna smascherata col compasso.
L'attualità del film sta anche nel «politicamente corretto», che, a sentirlo nominare, Goebbels avrebbe messo mano alla pistola. I cattivisti infatti, in nome della «libertà d'opinione», possono chiedere impunemente a un sopravvissuto ai campi quanto ha pagato il tatuaggio numerico sul braccio. Domanda che Irving aveva già rivolto in altri processi a testimoni ebrei, insultati e umiliati, ed esclusi perciò dal processo dalla squadra dei legali dalla scorza dura, matematici dei sentimenti, in contrasto con la loro assistita vibrante d'indignazione e che preme per sentire in aula la voce delle vittime. Chi meglio di un sopravvissuto allo sterminio potrà dimostrare che ad Auschwitz «il lavoro rende liberi» nei forni crematori? La vittima, però, non addolcisce il carnefice, anzi lo eccita. Mai piangere davanti alle Schutz-Staffel. E l'avvocato Rampton, che mai guarda negli occhi il negazionista, scarta la linea di una difesa emotiva a favore dell'imputata che secondo la vertiginosa legge britannica dovrà fornire le prove della sua innocenza. È lei, e non «l'amico di Hitler», a dover dimostrare davanti al giudice che sei milioni di persone furono eliminate sistematicamente dai nazisti.
L'esclusione di una giuria popolare, poco gestibile, è un altro colpo messo a segno dai legali che solleticano la vanità di Irving, «non vorrà che una giuria di inesperti confuti i suoi libri?». Sarà il magistrato Charles Gray (Alex Jennings) a presiedere il processo, in un crescendo di suspense per una storia di cui si conosce il finale e che, al di là della regia mainstream, colleziona ritagli di meraviglia, come quando si attraversano in un vuoto ipnotico i magazzini di Auschwitz stipati di scarpe e abiti, cenciosi relitti viventi, immense cataste di fantasmi. O quando l'ispezione tra la neve indica i quattro segni dei forni crematori dai quali piovevano i cristalli di Zyklon B, per Irving solo ombre sul ghiaccio. «Niente buchi, niente Olocausto», titolavano i giornali all'indomani dell'udienza.
E lo stuolo di attori, icone del cinema britannico, a recitare la pièce shakespeariana di David Hare, su dettatura di Lipstadt, l'americana (Rachel Weisz), che non si inchina davanti al giudice imparruccato e apparentemente dubbioso («e se lo storico negazionista fosse in buona fede?»). Già, come Leni Riefensthal.
Il film, tratto da Denial: Holocaust History on Trial, il libro-resoconto della studiosa ebrea, è un'altra traccia di cinema sulla Shoah, dopo i recenti Il figlio di Saul di Nemes, Remember di Egoyan, Hanna Arendt di von Trotta, ma va fuori strada nel riportare a oggi la dinamica di chi nega l'evidenza, la visione della catastrofe. Non ci sono ombre sulla neve.
Il processo Irving-Lipstadt iniziò l'11 gennaio 2000, durò 32 giorni e si concluse l'11 aprile con le 333 pagine redatte dal magistrato, che condannò il negazionista «mascalzone, razzista, bugiardo». Il ricorso in appello fu rifiutato.

Denial-La verità negata
regia di Mick Jackson, sceneggiatura di David Hare
USA-Gran Bretagna 2016, 110'

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