alessandro_sciarroni_aurora_c_matteo_maffesantiAngela Bozzaotra

Rendere la città di Bruxelles un luogo di incontro tra culture, artisti e visioni: questa, fin dal 1994, la  mission specifica del Kunstenfestivalsedarts diretto da Christophe Slagmuylder e fondato da Frie Leysen (già direttrice dello storico centro Die Singel di Anversa) che durante il mese di maggio attraversa il centro della capitale belga con decine di spettacoli, mostre, proiezioni, concerti che si svolgono in teatri rinomati - quali il Théâtre de La Vie, il Kaaitheater e il Théâtre Varia - e in luoghi alternativi - Botanique, Les Birgittines, Les Halles de Schaerbeek.

La qualità principale del KFDA è la co-produzione e promozione di opere di giovani artisti e ricercatori provenienti da ogni parte del mondo e impegnati in settori diversi: performing arts, cinema indipendente, musica sperimentale, architettura, street art.

Durante il suo corso, il festival ha il merito di convogliare a  sé una pluralità di soggetti; l'anima fiamminga, francofona e gli immigrati di numerose generazioni si mescolano ai visitatori e agli studiosi provenienti da vari paesi, accomunati dall'interesse per l'arte. In una Bruxelles permeata dalla paranoia e dal terrore per gli attacchi terroristici, partecipare agli spettacoli è un atto di resistenza e di poesia, da parte degli artisti e degli spettatori. Le tre opere dell'edizione 2016 che, ormai a distanza di qualche mese dal festival, prendiamo qui in considerazione, risultano dunque esemplificative di modi di sentire che nel periodo storico attuale risultano urgenti: la necessità di una comunità - sportiva nel caso di Aurora di Alessandro Sciarroni, virtuale per Edith Kaldor - e l'accento sull'istanza rituale dell'atto performativo, riscontrabile nella performance La tête d'Acteon dello street artist Vincent Glowinski. 

Unico artista italiano in programma, Alessandro Sciarroni presenta l'opera AURORA, terzo capitolo della trilogia delle pratiche composta da Folk-s will you still love me tomorrow (2012) e Untitled I will be there when you die (2013). Lo spettacolo ha luogo presso Les Halles de Schaerbeek, spazio per eventi situato in quartiere di Schaerbeek uno tra i più multiculturali di Bruxelles. Lo spazio adibito allo spettacolo è una sala di dimensioni molto ampie, nella quale gli spettatori sono disposti su due spalti opposti, al centro dei quali si tiene la rappresentazione. Due squadre di tre performers ciascuna vengono disposte ai due lati dello spazio e bendati, lentamente, da due arbitri. Dopo tale operazione si dà il via a una gara di goalball, sport per non vedenti a metà strada tra il calcio e l'hockey. Lo spettatore si trova dunque di fronte ad un agone sportivo, vi è un punteggio, una squadra vincitrice e una perdente. Eppure da alcuni lievi dettagli emerge il carattere di opera teatrale di AURORA, ovvero l'uso drammaturgico delle luci e delle musiche e un breve monologo non improvvisato interpretato da uno dei performers che si rivolge agli spettatori con rabbia, prima del "finale di partita". Il climax si raggiunge con un crescendo musicale che ha la funzione di manipolare la visione dello spettatore, situando l'esperienza al confine tra evento sportivo e atto poetico. Il dato per cui i performers sono realmente non vedenti inoltre, contribuisce allo spessore emotivo dell'opera, che ricorda quell'atletismo affettivo che Antonin Artaud riteneva dote indispensabile dell'attore. Gli attimi di semi-oscurità hanno l'effetto di livellare l'esperienza; lo spettatore diviene parte attiva dello spettacolo, segue ogni momento con partecipazione ed empatia nei confronti dei performers. La ricezione di AURORA da parte degli astanti è un valido indicatore, molti lasciano la sala commossi. L'opera è accompagnata da un documentario dell'autore Cosimo Terlizzi, che viene proiettato dopo lo spettacolo e che documenta il processo creativo da una prospettiva originale e singolare.

Bonom - alias dello street artist, performer e artista visivo Vincent Glowinski - ha il pieno possesso artistico del Botanique, il museo botanico cittadino, situato nell'omonimo parco. Ne ha dipinto le pareti interne e allestito una personale mostra di dipinti e sculture, creando un ambiente a tratti gotico, dai colori terrei e decisi. Attraversando la hall del museo, si percorrono corridoi ricchi di piante esotiche e non, immerse in piccoli laghi artificiali, e si arriva alla grande sala dove ha luogo lo spettacolo: La tête d'Acteon. Gli spettatori sono disposti nella sala e su un secondo livello posto in alto, dove si può avere una prospettiva ravvicinata alla scultura di un curioso pterodattilo-marionetta fatto di ossa di cartapesta appeso al soffitto. Il resto dello spazio è istoriato dalle opere di Bonom, da un gruppo di musicisti e da uno schermo gigante dietro il quale vi è un accatastamento di oggetti e strumenti musicali. La performance si basa sul mito di Atteone e riproduce un clima ritualistico e violento, generato dall'estetica dell'artista e dalle musiche originali composte in collaborazione con il musicista Walter Hus, con il quale ha ideato un'orchestra generata da un software, la "Orgue Decap", accompagnata dal suono live del jazz elettronico del duo composto da Teun Verbruggen (batterie) e Andrew Claes (sassofono). Durante il concerto Glowinski, munito di una tavolozza elettronica la cui superficie è proiettata sullo schermo che fa da sfondo, prende delle illustrazioni e le manipola con pennellate e versamenti di pittura nera, rossa o bianca. I dipinti si animano e raffigurano la narrazione mitologica in sequenze figurative. Oltre al live painting, Glowinski costruisce delle sculture di ossa finte, si traveste con una sorta di scheletro giurassico e guida la scultura dello pterodattilo che vola dal soffitto della sala per seppellirlo. Un'opera d'arte totale, dove l'autore dei precedenti Human Brush, Meduses e Black Light dà vita a un dispositivo performativo visuale basato sulla performance dal vivo e sull'uso del video come doppio della scena. Glowinski abita il luogo e dona allo spettatore un'esperienza polisensoriale che lo proietta nella sua personale elaborazione del mito dell'eroe Atteone punito per la sua hybris.

Presso il Théâtre de la Vie, un accogliente edificio old style con bar interno situato nel quartiere Saint-Josse, ha luogo la performance-spettacolo Web of trust ideata dall'autrice ungherese naturalizzata stanutitense Edith Kaldor. Il trait d'union principale dei lavori dell'artista, figura di rilievo della performance internazionale (collabora con lo Squat Theatre di New York), è l'unione tra realtà quotidiona e contesto spettacolare. Uno dei suoi spettacoli più noti è C'est du chinois del 2010, dove cinque performers cinesi provano a insegnare l'idioma del Mandarino agli spettatori. In Web of Trust (tradotto "rete di fiducia") Kaldor progetta un software che consiste in un sito web dove perfetti sconosciuti possono incontrarsi ed effettuare una serie di azioni virtuali, tra le quali scrivere un file di testo collettivo, comunicare in chat, utilizzando le proprie webcam. In sostanza il sofware si basa sui comuni programmi di chat e di videocall (come Skype, Chatroulette) con un design essenziale e vintage che ricorda i primissimi siti di online meeting di inizio anni Duemila. Il concept che sta dietro la realizzazione di questa rete di fiducia è - come indica il titolo - la necessità di strutturare una connesione tra persone che hanno bisogno di comunicare un disagio e non hanno nessuno con cui farlo. Edith Kaldor e il suo team di collaboratori hanno il compito di mettere insieme queste persone e allo stesso tempo di interagirvi, ascoltarle ed aiutarle. Durante la performance gli spettatori sono invitati ad osservare una session di chat e se vogliono, ad intervenire offrendosi come interpreti o ad iscriversi alla rete. Web of trust restituisce un ritratto di umanità desolata e persa nell'asetticità della propria vita; stralci di vite soggiogate dall'indifferenza altrui e dalla solitudine che vanno a delineare una costellazione digitale di primi piani di webcam appartenenti ad utenti di diverse nazionalità uniti nel qui e ora della performance e dal bisogno di essere semplicemente ascoltati. Dalla ragazza che ha tentato il suicidio al quarantenne che rischia lo sfratto, dal promotore di manifestazioni pro-immigrati alla studentessa solitaria, in Web of Trust sono gli users stessi che diventano attanti, presentando se stessi senza filtri, alla ricerca di una collettività che gli dia fiducia quali individui e soggetti. Edith Kaldor tocca dunque alcuni dei nodi più complessi della Zero Generation, ovvero la tendenza all'isolamento derivante dalla sfiducia nei riguardi della società e l'utilizzo del web quale luogo immateriale per creare comunità reali, in un presente storico caratterizzato da disillusione e carenza di collanti sociali.

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