philip_k_dick_6713Antonino Trizzino

Philip K. Dick – forse il massimo scrittore americano di fantascienza, senza dubbio il più americano – nasce in una famiglia pericolosa: suo padre, Edgar Dick, lavora come tagliatore di gole di maiali per conto del ministero dell’Agricoltura; sua madre, Dorothy Kindred, è una femminista anaffettiva. Ma lui chi è? Nel 1993 Emmanuel Carrère decide di raccontare la vita, vissuta e sognata, del «Dostoevskij della nostra epoca»; il risultato è questa biografia, Io sono vivo, voi siete morti, che (a vent’anni dalla prima edizione italiana uscita da Theoria, e a dieci dalla seconda pubblicata da Hobby & Work) esce ora per Adelphi in una nuova traduzione. «Da adolescente – scrive Carrère nel Regno, Adelphi 2015 –, sono stato un lettore appassionato di Dick e, a differenza della maggior parte delle passioni adolescenziali, questa non si è mai affievolita. Ho riletto a intervalli regolari Ubik, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Un oscuro scrutare, Noi marziani, La svastica sul sole». Questi libri non sono meno decisivi dei loro titoli e rappresentano solo una parte dell’opera dickiana, che conta quarantaquattro romanzi e oltre un centinaio di racconti. Con un’intelligenza che ha felicemente la meglio sulla devozione, Carrère ricostruisce le tappe della vita di Dick tra esperienze trascendentali, farmacodipendenza, deliri paranoidi e ricoveri psichiatrici.

A metà degli anni Settanta arrivano per Dick i primi indizi del riconoscimento letterario; anche Hollywood, con Blade Runner (destinato a uscire nelle sale, però, poco dopo la sua morte precoce), si prepara a rendergli omaggio. A un certo punto Phil riceve l’invito a partecipare a un convegno di fantascienza a Metz, nel nord-est della Francia, di cui sarà l’ospite d’onore. Una volta scelto il titolo del discorso – Se vi pare che questo mondo sia brutto, dovreste vederne qualche altro –, lo scrive in una specie di trance; per tutta l’estate lo rilegge davanti a un registratore e il 23 settembre 1977 arriva finalmente in Francia. Phil attraversa l’Atlantico convinto di andare incontro al trionfo: le sue parole saranno una rivelazione, cambieranno la vita della gente. Ma si sbaglia di grosso.

Ad aspettarlo in aeroporto c’è una piccola folla di sessantottini «che ammira la testa di cazzo che lui si vanta di non essere più: Dick il paranoico, il tossico, l’estremista di sinistra, Dick l’irrecuperabile» e che avrebbe voluto veder scendere dall’aereo «una larva con il volto contratto, inebetita dalla droga»; tutta gente che rimane delusa quando si trova di fronte a un uomo robusto, in ottima forma, che «ride, occhieggia le ragazze, mangia per quattro, visibilmente contento dell’interesse che lo circonda, di essere in Francia e di aver preso l’aereo». Il giorno dopo, davanti al pubblico riunito nella sala congressi dell’hotel Sofitel, Dick non è più così rilassato, suda copiosamente e, in preda al panico, inizia il suo intervento con queste parole che Carrère sceglie come epigrafe a Io sono vivo, voi siete morti: «Sono certo che non mi credete davvero, e forse non credete nemmeno che ci creda io stesso. Eppure è la verità».

Il discorso di Dick si conclude nello stupore generale col racconto di una vera e propria visione avuta tre anni prima. Il mondo in cui crediamo di vivere è una finzione; dietro questo velo la «realtà» è che viviamo ancora schiacciati dall’Impero, ai tempi dei protocristiani perseguitati. «Parlò dei cristiani segreti – scrive Carrère – e del ruolo che avevano avuto nella caduta di Nixon. Spiegò che lui stesso, Dick, era stato riprogrammato nel corso di una di quelle insidiose trasformazioni della realtà che formano la trama dell’universo, e che in tale occasione aveva avuto un contatto diretto con il Programmatore. Di solito resta nascosto, è il Deus absconditus, come dicono i teologi. È presente in ogni atomo del mondo, ma nessuno lo vede, se non i pochi uomini che Lui sceglie come si sceglie un pedone sulla scacchiera per fare la propria mossa. Dick era stato quel pedone e ora poteva ripetere per esperienza le parole di san Paolo: è terribile e meraviglioso cadere nelle mani del Dio vivente». Quando Dick scende dal palco sussurra a Joan, la sua accompagnatrice: «Comunque, è davvero strano. Tutti si sono preoccupati di una questione priva della minima importanza: se credevo o meno a quello che stavo raccontando. E nessuno si è fatto la domanda fondamentale: “È vero?”».

La biografia di Emmanuel Carrère deve molto a quelle che l’hanno preceduta: Divine invasioni. La vita di Philip K. Dick di Lawrence Sutin (tradotta nel 2001 da Fanucci) e The Search for Philip K. Dick di Anne R. Dick, la sua terza moglie (letta da Carrère quand’era ancora inedita, è stata poi pubblicata nel 2010). Come loro, Carrère ha tre ostacoli da superare: deve ridire con altre parole gli incubi che Dick ha raccontato in modo insuperabile nei suoi libri; deve convincersi che l’universo letterario di Dick sia soltanto un’autobiografia camuffata; deve trascrivere – o meglio: ricreare – fatti veri. Io sono vivo, voi siete morti è un libro insolito; se è simile a qualche altra biografia, lo è a H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita di Michel Houellebecq (uscita in Francia nel 1991, Bompiani 2003), che è anche «una specie di primo romanzo; un romanzo con un solo personaggio (lo stesso H.P. Lovecraft) e nel quale tutti i fatti riferiti e i testi citati sono autentici, nondimeno una specie di romanzo».

L’opera di Carrère spiega la vita e le ossessioni di Dick: la morte della sorella gemella Jane, la droga, i sussidi di disoccupazione, i cinque matrimoni, la fama, i soldi. Non è mai chiaro in che misura il protagonista di questa biografia coincida con l’uomo nato nel 1928 e morto di ictus nel 1982. L’idea di Carrère ricorda il procedimento usato da un altro sublime biografo, Thomas De Quincey, per raccontare gli ultimi giorni della vita di Kant: l’opera, costruita collazionando le testimonianze degli amici del filosofo, è unicamente un artificio di De Quincey. Il suo scopo è fare in modo che la realtà ci sembri irreale. Come De Quincey, Carrère «sigilla la sua invenzione con il sigillo contraffatto della realtà»: quando deve raccontare il fallimento del matrimonio di Dick con Anne, Carrère usa le stesse parole – «una periferia dell’esistenza» – che userà vent’anni dopo per raccontare la fine del suo matrimonio con un’altra Anne, proprio nei mesi in cui scriveva la biografia di Dick; anche la dedica «per Anne» a Io sono vivo, voi siete morti ricorda quella, più sibillina, di Dick alla Svastica sul sole: «A mia moglie Anne, perché senza il suo silenzio questo libro non sarebbe mai stato scritto». (Probabilmente Carrère sentiva che Dick, in qualche modo, era lui stesso. Forse non lo sentiva in modo cosciente, ma poco importa.)

Quando racconta la vita di Philip K. Dick, Carrère racconta di sé, della fede, del proprio matrimonio, della conversione, degli specchi, di una preghiera. Questo procedimento lo avvicina più a Dick che a Truman Capote, e più a Paolo di Tarso che a Dick. Ecco un esempio: «Andare incontro a se stessi e chiedersi chi sia quello che si avvicina. Un riflesso, certo, un semplice riflesso. Ma alcune persone non possono fare a meno di immaginare che lo specchio abbia una sua profondità, che al di là di quella superficie apparentemente piatta si celi un mondo altrettanto compiuto e reale del nostro, se non di più. Che il corridoio di cui intravediamo l’inizio continui anche nel mondo dello specchio. E così, a poco a poco, è facile arrivare a convincersi che il vero mondo sia quello dall’altra parte dello specchio e che siamo noi a vivere nel riflesso. Phil lo sapeva fin dall’infanzia, e sapeva anche qualcosa in più degli altri: perché lui sapeva chi c’era dall’altra parte dello specchio».

Dick non è uno scrittore che, tracciato un confine, non si spinge oltre; la sua vocazione gli impone di spostare continuamente quel confine; un esercizio che, secondo Carrère, trasforma uno dei capolavori di Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (da cui fu appunto tratto Blade Runner), in «un vertiginoso trattato di teologia cibernetica». La scatola empatica, con cui John Isidore contempla l’ascesa sul Golgota del vecchio Wilbur Mercer, sembra alludere al «test di Turino» che distingue l’essere umano dall’androide: «quella che san Paolo chiamava carità e considerava la più importante delle tre virtù teologali».

Nell’Avversario, scritto sei anni dopo Io sono vivo, voi siete morti (Einaudi 2000; Adelphi 2013), Carrère dedica le righe iniziali al ricordo «di un libro al quale lavoravo da un anno: la biografia dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick. L’ultimo capitolo raccontava i giorni che lo scrittore aveva passato in coma prima di morire. Ho finito il martedì sera, e il mercoledì mattina ho letto il primo articolo di “Libération” sul caso Romand». La storia del segreto (e dell’orrore) di Jean-Claude Romand, il protagonista dell’Avversario, si chiude con una confessione di Carrère: «Ho pensato che scrivere questa storia non poteva essere altro che un crimine e una preghiera»; confessione che richiama le pagine finali della biografia dickiana, in cui Carrère parla della carità e del dolore di Doris Sauter, l’amica che per tre notti rimane al capezzale di Dick morente: «Pregò per la sua salvezza, sicura che sarebbe stata esaudita, sicura che in realtà tutti saremo salvati: Cristo è venuto per questo. E proprio perché ne era sicura, si disse che avrebbe recitato quella preghiera ogni giorno per il resto della sua vita. (Nel momento in cui scrivo è ancora viva e continua a pregare)».

Carrère non sa dire se Dick, durante l’agonia, abbia visto faccia a faccia quello che aveva intravisto come in uno specchio. Non la cita, ma forse sta pensando alla Prima Lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto». Il racconto di Carrère è meno una biografia che una lunga preghiera. Carrère non sa se Dio esista, o meglio ritiene che la questione esuli dai compiti del biografo, ma sa che la preghiera crea un vuoto che facilita un influsso superiore. Attenersi a una norma di fede, anche senza vocazione, non è così illogico. Apre un varco alla partita metafisica. Dio dovrebbe rispondere.

Emmanuel Carrère

Io sono vivo, voi siete morti

traduzione di Federica e Lorenza Di Lella

Adelphi, 2016, 351 pp., € 19

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Una Risposta a Emmanuel Carrère racconta Philip K. Dick

  1. Umberto Rossi scrive:

    Il libro di Carrère NON è una biografia. Quella di Sutin è una biografia. E quella di Rickman (incompiuta). Informatevi prima di fare affermazioni perentorie.

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