1-quartaparete_bookCarlo Branzaglia

Il social design è diventato, negli ultimi anni, un punto di riferimento dell’espansione del concetto di design a territori ben più estesi di quanto non si fosse disposti a riconoscergli. Dopo l’interazione, i servizi, i materiali, è appunto l’area del sociale a essere oggetto di una attenzione propugnata in primis dalla stessa ICSID, l’International Council of Society of Industrial Design, l’organizzazione che riunisce a livello globale associazioni, centri e istituzioni attive nel settore.
D’altra parte, il suo membro fondatore italiano, ADI Associazione Disegno Industriale, già da due anni ha istituito nel suo Index (vero e proprio annual del design italiano) una sezione apposita, che vanta nella freschissima edizione 2016 tredici progetti di caratteristiche certo diverse, ma accomunati da un unico fine: quello di migliorare le relazioni sociali, accrescere il valore delle comunità, favorire lo sviluppo degno delle persone.
Si tratta di operazioni molto distanti dai tradizionali concetti di beneficenza e volontariato, e allineate in questo senso con l’azione di molte ONG e Onlus; ma destinate a estendersi in termini di massa critica di utenti e di varietà di attività messe in gioco. Fino a costruire modelli economici alternativi, economie sociali appunto, all’interno dei quali ricadono definizioni più o meno consolidate come quelle di città in transizione, commons, social street, e via dicendo.
D’altra parte, il design progetta sempre relazioni: fra gli umani e gli oggetti, per esplicitarne le funzioni; nelle organizzazioni, gestendone la comunicazione; nella movimentazione di dati e servizi. Nulla di strano che oggi si trovi a progettare anche assetti relazionali fra le persone: attivando percorsi comunitari, profondamente rinnovati, che non servono solo in paesi in via di sviluppo per aggiornare le culture locali al mercato globale; ma anche nei nostri ormai declinanti stati ricchi, ove sempre più spesso l’ideologia del mercato ha rapinato le popolazioni delle loro ricchezze.
3-design-training-product-development-filippineEcco allora che si scopre un nuovo ruolo per il progettista, un facilitatore, o un configuratore (come lo chiama Giovanni Anceschi) destinato a dare forma a relazioni sociali, uno specialista che aiuta gli altri a esplicitare le proprie dinamiche progettuali, volte alla soluzione di problemi ben concreti. Design, When Everybody Designs, è il titolo significativo dell’ultimo libro di Ezio Manzini, edito da MIT Press, e teso a raccontare appunto come il mestiere di designer possa interagire con la innata capacità progettuale tipica dell’uomo. Cosa che le città in transizione, modelli comunitari locali, praticano grazie all’utilizzo delle cosiddette Open Space Technologies, esercitazioni mirate a ridare al cittadino una capacità di analisi, sintesi e costruzione. Una capacità progettuale, insomma.
In questo contesto, le scuole sono state piuttosto rapide a intuire le potenzialità offerte da questo approccio. Non solo in termini educativi, ma anche economici: sarà orizzontale, ma sempre di economia si tratta, con uno scambio di valori ben più ampio del semplice rapporto monetario. Mentre è altresì vero che tutta una serie di pianificazioni pubbliche vedono nelle comunità e nelle infrastrutture ad esse pertinenti un ambito sul quale operare investimenti, a cominciare dal tema della rigenerazione urbana. Onde: un mercato: che abbisogna di operatori preparati, e di strutture che li formino.
Fra le scuole scese rapidamente in campo ce ne sono diverse, in Italia come all’estero, dalle rette piuttosto elevate. Il che significa che allo studente si garantisce comunque una occupazione. Fra le antesignane, la newyorchese School of Visual Arts, giunta ormai al sesto anno con un master (ovvero un biennio di specialità, nella definizione anglosassone) diretto da Cheryl Heller, fondatrice del laboratorio CommonWise e ideatrice per le cartiere Sappi del progetto Ideas That Matter, che ha prodotto negli anni centinaia di progetti di comunicazione sociali destinati a finanziare comunità. La stessa SVA ha in catalogo anche un workshop annuale per professionisti, anch’esso al sesto anno di vita: Impact, dedicato al Design for Social Change, e capitanato da Mark Randall, fondatore di Worldstudio, affiancato da Steven Heller, autorevole commentatore e storico di graphic design.
“Molti professionisti” spiega Randall “hanno spostato i loro sforzi verso progetti dall’impatto comunitario positivo; alcuni con approccio imprenditoriale, altri includendo una finalità sociale nella loro attività. Impact esplora i molti ruoli che i designer possono agire se impegnati in operazioni di carattere collettivo, incentrandosi su due aree critiche: imprenditoria sociale e impegno comunitario". Aggiunge Heller: “Impact è stato lanciato da SVA per aggiungere la dimensione del servizio sociale su scala metropolitana, attraverso il design. Il suo scopo è condurre l’innovazione sociale come un business sostenibile".
Sono i designer grafici ad essere i più regolarmente coinvolti: nell’avere gestito, tradizionalmente, le relazioni fra le organizzazioni pubbliche e il cittadino. L’Istituto Europeo di Design (a sua volta, scuola privata) di Milano ha deciso di rappresentarsi all’interno della International Graphic Design Week 2015 con un progetto, Identità dei Territori Identità dei Designer, che mette in relazione l’attività dei progettisti con la cura dei territori e delle loro popolazioni.
2-moleasy_app“Si tratta di una riflessione strategica interna alla scuola” spiega Dario Accanti, coordinatore del corso di I livello in Graphic Design “legata all’evoluzione/rivoluzione della figura professionale del progettista di comunicazione visiva,con l’intento di ridefinirne ruoli, competenze, obiettivi; ma soprattutto di affermare per i designer un ruolo nei processi di ridefinizione identitaria, propositivo nei confronti delle amministrazioni e delle comunità; e ancora di esperire metodologie non tradizionali, partecipative, essenziali quando si affronta un tema complesso e delicato come quello dell’identità di un territorio.
Ancora un graphic designer, Bernard Canniffe, sta riportando in aula la sua esperienza nel design for communities, di cui è stato antesignano con PIECE Studio, all’interno della Iowa University, di cui è responsabile del programma in Graphic Design. “PIECE Studio” racconta Canniffe “è nato in realtà quando coordinavo il corso di Graphic Design all’Università del Maryland d Baltimora, dove avevamo un progetto sulla sanità con la John Hopkins University; uno dei primi processi a coinvolgere comunità metropolitane di diseredati. Dopo tre anni di insegnamento in questo contesto mi è apparsa chiara la necessità, sentita dagli studenti come dalle collettività, di aprire una attività professionale che sviluppasse un lavoro consimile, ma ancor più necessario. Si trattava, più che di progettare servizi, di ideare strategie.”
Strategie sono quelle che coniugano rigenerazione urbana a economia sociale, questioni nodali nelle comunità metropolitane contemporanee: alla base del progetto di Distretto Popolare Evoluto, ideato dall’associazione bolognese Planimetrie Culturali, cui il laboratorio di sintesi finale dei corsi di Design Grafico e Design di Prodotto della locale Accademia di Belle Arti sta dando definitiva forma “Siamo coinvolti in questo progetto” ha spiegato Enrico Fornaroli, direttore dell’Accademia, durante il convegno di presentazione del Distretto “perché crediamo che partecipare a un processo di rigenerazione e redesign degli spazi in termini comunitari sia un tema che matura le competenze espresse dai nostri studenti.”
Altri soggetti contribuiscono al tema: quelli che lavorano alla possibilità per tutti di fruire di beni e servizi, finalità del Design for All, il design inclusivo che muove le sue origini dalla progettazione per le diverse abilità, che ha contribuito al sistema formativo europeo con la costruzione da parte di DfA Europe del network accademico ACADET. “Il DfA si presta come modello ideale per la formazione alla mentalità del progetto” suggerisce Pete Kercher, ambasciatore di DfA Europe “nel coinvolgimento delle tante variabili in gioco e dei tanti experiencer che possono contribuire alla massimizzazione dell'inclusione in ogni progetto, sia un luogo, un prodotto, un servizio, una strategia. Nelle scuole, il DfA mette l’aspirante progettista di fronte alle sfide poste dal mondo reale in cui dovrà operare nei decenni a venire, oggetto di cambiamenti repentini e continui”.
Sotto un altro punto di vista, non bisogna dimenticare infine che l’approccio learning by doing, con la dimensione laboratoriale ad esso connaturata, è di per sé strumento di una pedagogia che si definisce nel suo stesso farsi. Questo è anche il senso di operazioni che portano una metodologia progettuale all’interno delle comunità dei paesi tradizionalmente definiti in via di sviluppo, ma in realtà caratterizzati da condizioni di sfruttamento da parte del sistema produttivo di stampo capitalista. Dove il punto è sviluppare consapevolezza di mezzi di produzione e distribuzione gestiti dalle comunità, con progetti come il Design Training & Product Development gestito da Patrizia Scarzella in Tailandia, Kenya e Filippine (qui, con la collaborazione di Valentina Downey) e destinato a donne in situazione di disagio sociale “Al di là dei risultati concreti” racconta Patrizia Scarzella “ovvero la trasmissione di conoscenze e competenze di base di design per creare manufatti comunitari di maggiore qualità e mercato più congruo, l’obiettivo più importante è stato quello di realizzare un’azione di empowerment per far emergere il potenziale creativo delle donne beneficiarie”.
Uno dei tanti percorsi nei quali il design si presenta sempre più come strumento, atto ad ottenere risultati e raggiungere obiettivi a lungo termine; piuttosto che non come disciplina, codificata quanto autoreferenziale.

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