220px-celan_Luca Archibugi

La poesia di Paul Celan attraversa uno dei miti fondanti, e perduranti, di tutta la letteratura del ventesimo secolo e, forse, della letteratura in quanto tale: l’estraneità alla propria origine, alla terra (intesa in senso simbolico, nella duplice accezione di patria, fisica e interiore) e, per inevitabile conseguenza, alla propria lingua, tema ineludibile. Del tutto appropriato, come afferma Jacques Derrida in Schibboleth (il saggio su Celan del 1986, tradotto da noi cinque anni dopo da Gallio), riconoscere – soprattutto per un ebreo – tale frontiera in una phoné, un suono impronunciabile per chi ebreo non è, un modo per individuare il nemico. Da questo sentimento attinge – con maggiore o minore accento – il poeta di Czernowitz. È l’ictus dominante, senza eccezioni, che domina fin dalla prima raccolta che egli pubblicò nel ’48, impedendone in seguito la distribuzione a causa dei numerosi refusi oppure, secondo altri, per un’insoddisfazione circa i risultati: appunto La sabbia delle urne, che ora Einaudi ripresenta nella sua integrale flagranza, per la cura di Dario Borso.

L’enigmatico palinsesto delle inclusioni/esclusioni fra la prima e la seconda raccolta, Papavero e memoria, che due anni dopo includeva parte della prima, e il susseguirsi di poesie mantenute o espunte (per cui rimandiamo alle note del curatore, che mostrano senza lasciare dubbi la necessità di ripubblicare questo libro), non fa che testimoniare del lavorio contrappuntistico (in senso proprio, musicale) che qualifica le due raccolte, come fossero la mano sinistra e la mano destra di una composizione pianistica: da un lato complementari, e consegnate al tener conto l’una dell’altra; dall’altro due voci che sviluppano movenze proprie, svolgendo i temi in modo autonomo, per l’appunto «estranee». Tale «contrappunto» viene notato anche da Emmanuel Levinas (in Nomi propri, raccolta di saggi del 1987 riproposta due anni fa da Castelvecchi), ebreo come Derrida, riguardo all’intera opera di Celan. L’effetto viene ottenuto con semplicità, soprattutto attraverso l’inclusione o l’esclusione di un testo. Ma, per afferrare la composizione finale, La sabbia delle urne e Papavero e memoria non possono che essere «suonate» contemporaneamente.

Uno degli imprescindibili maestri concertatori, e spartiacque riguardo al tema dell’estraneità, non poté essere che Heidegger. Ma questo armonico risuona già in Trakl, in Primavera dell’anima («L’anima è straniera sulla terra»), la cui Erörterung (approssimativamente, «indicazione del luogo», secondo una vecchia traduzione pubblicata da Mursia che sarebbe quantomeno da ripensare) è affermata dal filosofo nelle pagine di In cammino verso il linguaggio. È probabile che proprio da questo punto si possa in parte spiegare il silenzio che verrà rimproverato a Heidegger: il silenzio che seguì alla disfatta della Germania e che lo accompagnò fino alle morte, avvenuta nel 1976. Celan stesso provò una delusione cocente per «la parola che non giunse» durante il notissimo incontro fra i due, a Todtnauberg nel ’67 (Todtnauberg s’intitola un componimento di Celan raccolto in Luce coatta, il libro pubblicato tre mesi dopo la sua morte).

Sembra dunque che proprio il silenzio sia stato un basso continuo (come sostiene, fra gli altri, George Steiner nel capitolo conclusivo del suo La poesia del pensiero, Garzanti 2012). Ma quel pur fragoroso silenzio non esaurisce il significato dell’incontro. Sembra che una parola adeguata l’abbia pronunciata qualcuno che non era presente fisicamente ma, oltremodo, spiritualmente: secondo Karl Jaspers, la colpa vera, indelebile, è quella di essere ancora vivi (nella Questione della colpa, le lezioni di Heidelberg – tradotte da Cortina nel 1996 – suo primo atto dopo il rientro in Germania, da Basilea, nel 1946). La colpa «metafisica» è quella per cui, se pure il nazismo risulta storicamente sconfitto, non sono state sconfitte le condizioni che lo permisero.

È probabile che in Celan agisse un sentimento simile. La colpa di essere vivi accomuna vittima e carnefice. Il rimorso, nel caso di Celan riguardo ai genitori, di aver potuto fare qualcosa di più. Preoccupazione del tutto infondata ma che agisce e scava, fin nelle più recondite fibre, nella depressione che porterà Celan al suicidio nel 1970, a cinquant’anni esatti. Quando ormai – e non da poco – cominciava a raccogliere un consenso crescente intorno alla sua opera. Ma tale esito estremo e l’incapacità di venire a capo della colpa fanno affermare a Otto Pöggeler: «I sacri centri di un nuovo e diverso vivere insieme cominciano con le poesie, nel modo in cui Celan le tenta. […] L’avvenimento terribile della persecuzione e dell’eccidio si rovescia in un nuovo inizio» (Der Stein hinterm Aug. Studien zu Celans Gedichten, Fink 2000).

La traccia compiuta di tale rovesciamento inizia con La sabbia delle urne. La nota dominante è quella dell’«ultimo a parlare», la condizione dell’ebreo sopravvissuto alla Shoah. Per Blanchot, nel suo scritto su Celan, fondamentale quanto esiguo, intitolato proprio L’ultimo a parlare (tradotto dal melangolo nel 1990), crea una figura che accompagna il paradosso di tale annientamento rigenerativo. Considerato che «nessuno testimonia per il testimone», «ciò nonostante ci scegliamo un compagno, […] un compagno perduto in anticipo, la cui perdita stessa subentri alla nostra». È qui che si fa presente, che risponde con la presenza, il Dasein di Celan: un soggetto talmente stralunato, straniato, da diventare un luogo impossibile. È così che fin dai primi componimenti risuona un armonico pienamente congeniale, da cui non si separerà mai: la lontananza. Così, fra i componimenti della Sabbia delle urne, in Drüben («Là, oltre»: «Da me sfavilla lontananza»), in Schlaflied («Ninnananna»: «Oltre il lontano delle cupe pianure»), in Regenflieder («Lillà della pioggia»: «il lillà straniero»). Chi scrive sanguina ed è votato alla «straniera e misteriosamente intima» (il riferimento resta volutamente sospeso nella sintassi), così come in Mohn («Papavero») la notte occhieggia di «fuochi stranieri». In Bergfrühling («Primavera montana») è «azzurro il fumo delle lontananze».

Tutto ciò è curiosamente affine al sentimento di un altro poeta, tutt’altro che ebreo, teorico anzi di una rivoluzione nazionalsocialista ma che venne costretto al silenzio dal regime nel maggio 1936: «Ah, la terra lontana / […] là monologhi senza / riferimenti immediati, / autocoscienze, / remoti meccanismi, / frammenti di totem … / […] così cadono i giorni»: è il Gottfried Benn di Poesie statiche. Ma lo strazio è diverso. Non c’è, in Celan, la possibilità di perseguire una poetica dell’immobilità: come in Nähe der Gräber («Prossimità delle tombe»), davanti alla madre trucidata, maestra di lingua tedesca. Quella lingua che accomuna il poeta e il suo aguzzino: «E tolleri, madre, ah come in passato a casa, / la dolce, la tedesca, la dolorosa rima?»

Paul Celan

La sabbia delle urne

a cura di Dario Borso

Einaudi, 2016, 192 pp., € 14

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3 Risposte a Paul Celan. La colpa, la lontananza

  1. Antonello Sciacchitano scrive:

    Analisi perfetta. La colpa di essere vivi vale anche per Primo Levi.

  2. Analisi perfetta. Il senso di colpa per essere vivi (o sopravvissuti) vale anche per Primo Levi.

  3. D’accordo, ma in che senso il saggio di Blanchot sarebbe “esiguo”?

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