giomi-livePaolo Carradori

Relazione, strategia, potrebbero risultare le parole chiave per un avvicinamento, il più libero possibile da pregiudizi, a “Symphony Device” teatro sonoro per dispositivi, una produzione di Tempo Reale/La Biennale di Venezia, presentata in prima esecuzione assoluta alla Sala d’Arme dell’Arsenale. Forte è la necessità di un appiglio diverso, uno sguardo critico depurato da luoghi comuni, perché se l’opera sviluppa in realtà una strada già tracciata (da l’”intona rumori” futurista di Russolo, attraverso la musica concreta fino ai più recenti percorsi dell’elettronica) esprime l’urgenza di una sua organizzazione complessa, attraverso sistemi di controllo (hackeraggio) di oggetti diversi, di uso quotidiano o tecnologicamente obsoleti, che agiscono sia sul piano sonoro che teatrale/visuale ambendo ad una forma classica della storia della musica. Allora sia relazione che strategia, termini estrapolati dalle profonde ricerche in merito al concetto di dispositivo di Foucault, risultano elementi di approfondimento utili. Perché se queste macchine/interpreti (in totale 34) si relazionano, con le loro voci, movimenti più o meno evidenti, attraverso immagini e suoni, lo fanno all’interno di un processo strategico che vuole evocare i movimenti della forma sinfonica (intro/1-printer/adagio/scherzo/2-scanner/coda). Tutto è elaborato in una partitura che ne dovrebbe delineare un aspetto drammaturgico, una “meccanicità elettrica organizzata” secondo gli autori. Qui le cose si fanno più complicate perché la ricerca di una traccia narrativa è fortemente condizionata dalla forza delle immagini delle tv – tematicamente dedicate a dispositivi, sottolineando anche problematiche etiche, ambientali ed ecologiche legate allo smaltimento dei rifiuti elettronici - Quando queste non sono in gioco l’impianto generale ne risente, rimangono gli aspetti ritmici, anche tribali, le sonorità techno, il rumore, quasi silenzi, ma perdiamo qualcosa della visione d’insieme, delle relazioni. L’aspetto teatrale risulta sottoesposto rispetto a quello sonoro/visivo, anche perché se i dispositivi ci regalano sorprendenti sonorità, ci convincono come “nuovi” strumenti musicali, non altrettanto ci affascinano nel loro essere soggetti narranti, personaggi.

Su questi difficili equilibri si muove “Symphony Device”. Per entrare meglio nel suo contesto progettuale e programmatico abbiamo intervistato uno degli autori, Francesco Giomi che di Tempo Reale è anche direttore.

Affiancare al termine sinfonia, con tutto il suo peso mitico nella storia della musica il termine contemporaneo “dispositivo” può apparire rischioso. Come dobbiamo leggere questo connubio?

Quando in filosofia (ma anche nella scienza) compare un concetto nuovo come quello di dispositivo capita che termini e pratiche storicizzate possano essere riletti in una luce nuova. La definizione di Focault di dispositivo come insieme eterogeneo di enunciati, strutture, regole, proporzioni e della rete relazionale che si stabilisce tra questi non può forse fare da modello per una forma musicale complessa come la sinfonia? Gli elementi in gioco in Symphony Device attuano relazioni e costruiscono un percorso di espressione artistica urgente, strategica; e questo avviene attraverso un ensemble di dispositivi tecnologici (propriamente detti) che “suonano insieme” e che al loro interno contengono il medesimo modello teorico iniziale. Ma accostare questi due termini ha anche un ulteriore significato, ovvero quello di un prepotente “ritorno alla musica” e ai suoi meccanismi rispetto a tante esperienze recenti della musica digitale e della sound art che si allontanano da percorsi drammaturgico-emozionali a favore di una esclusiva valenza di stampo concettuale. Mi piace sottolineare anche come i pionieri della musica concreta Pierre Schaeffer e Pierre Henry chiamarono “Sinfonia per un uomo solo” uno dei primi capolavori elettronici della storia musicale recente.

In “Symphony Device” i vari dispositivi, oggetti, l’insieme delle macchine coinvolte sono vecchie, superate, obsolete. Perché questa scelta dal sapore nostalgico?

Nostalgia è un sentimento per me molto bello e non necessariamente lo declino in chiave negativa. Detto questo, ritengo però che lo si possa applicare poco a questo progetto: intanto a fianco di tecnologie obsolete di qualche decennio fa troviamo anche oggetti della quotidianeità attuale come frullatori, aspirapolvere e così via. I dispositivi obsoleti non vengono usati per quello che nominalmente erano chiamati a fare, bensì sono stati “hackerati”, trasformati ed arricchiti per sfruttarne alcune potenzialità nascoste che fanno emergere la loro capacità di emettere suoni oltre il loro confine di un tempo. La stampante ad aghi per esempio diventa un sintetizzatore polifonico, grazie ad una serie di sistemi di controllo che vanno ad agire direttamente sui suoi componenti interni (testina, motore, ecc). Gli oggetti diventano nuovi strumenti musicali, probabilmente rozzi, ma in grado di funzionare al servizio di una partitura; così come un pianoforte, o ancora meglio un pianoforte preparato, è un mezzo entrato nel vocabolario di tutti i compositori e per questo non certo identificato come nostalgico. L’uso delle macchine obsolete, ma più in generale dei dispositivi tecnologici che ci circondano come imprescindibile estensione dell’attività antropica quotidiana, vuole anche far riflettere su quello che è uno dei più rilevanti problemi dell’ecologia contemporanea: lo smaltimento dei rifiuti elettronici, delegato oggi in gran parte a zone remote del globo e ad un conseguente sfruttamento di persone. Allora non è forse meglio trovare modelli di riutilizzo più interessanti, come l’idea di trasformarli in strumenti musicali?

Si può ipotizzare nell’opera un tentativo di “umanizzare”, avvicinarci ai sistemi tecnologici così freddi e per i più incomprensibili.

La reazione dei dispositivi (specie di quelli più imprevedibili) alla partitura non è mai uguale a sé stessa, sembrano quasi interpretarla: questo è dovuto sia alla loro natura in parte meccanica sia ad una serie di parametri pseudo-casuali che abbiamo inserito nei sistemi di controllo. Ecco quindi che alcuni dispositivi diventano personaggi dotati di identità musicale, attori di un teatro sonoro che fa della parte visiva un aspetto altrettanto importante del lavoro. Inoltre, in Symphony Device ci sono numerosi tratti di natura antropica, a cominciare dalle presenze umane inserite nei frammenti video che in alcuni momenti compaiono sui televisori a tubo catodico: si tratta di fulminee sequenze tratte da film, documentari o altri audiovisivi che si riferiscono sempre all’universo della tecnologia o comunque a dispositivi già presenti anche fisicamente.

Biennale Musica 2016

Tempo Reale

Symphony Device” teatro sonoro per dispositivi

(2016, 50’)

9 ottobre – Venezia, Arsenale Sale D’Armi

Drammaturgia, composizione e tecnica: Francesco Canavese, Francesco Casciaro, Francesco Giomi, Damiano Meacci

Collaborazione: Giulia Sarno, Francesco Perissi

Produzione: La Biennale di Venezia, Tempo Reale

I dispositivi: 9 televisori a tubo catodico - 2 trombe da stadio - 1 stampante ad aghi - 2 scanner - 4 frullatori - 1 aspirapolvere a bidone - 1 levigatrice - 4 floppy disk - 8 hard disk - 1 telefono a disco - 1 sirena di allarme

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