straussMatteo Moca

In un libro di Botho Strauss del 1992, L’inizio perduto (tradotto da Mimesis nel 2013), l’autore – classe 1944, noto soprattutto come drammaturgo – riflette su un argomento centrale della sua poetica e del suo pensiero, ovvero quella che lui stesso definisce la «mancanza di inizio». In modo perentorio, e con l’appoggio tanto sorprendente quanto stabile di teorie astrofisiche e cosmologiche, Strauss afferma che non esiste un inizio delle cose del mondo: un’affermazione che porta a una dispersione e si staglia contro l’uno e l’unicità di qualsiasi narrazione. Secondo questa impostazione la realtà non è mai indagabile fino in fondo, non è possibile trarne tutti i suoi i segreti e al fondo di tutto resta sempre un enigma. Un assetto teorico così costituito ha un ruolo fondamentale all’interno dell’opera di Strauss, perché questa forma incompiuta si riflette nella struttura dei suoi testi, caratterizzati da una diegesi irregolare che non prevede, appunto, un inizio. Essi si pongono invece come materiale in movimento, ricco di luoghi misteriosi e ambigui, situazioni equivoche e parole impenetrabili. Già in Origine, intimo e commovente diario di una memoria in disfacimento pubblicato lo scorso anno dal Saggiatore, i piani del ricordo si sovrapponevano, le stagioni si confondevano e il risultato finale era un collage di ritagli di tempo in cui il passato lontano, quello più prossimo e il tempo della scrittura si mescolavano con la nostalgia e il sogno, in un mosaico tanto variegato quanto personale e fedele.

Ma forse è in Mikado, ultima opera di Strauss tradotta e pubblicata in Italia (sempre dal Saggiatore e sempre con l’ottima traduzione da Agnese Grieco), che questa impalcatura teorica mostra in maniera più limpida il suo funzionamento. Come il numero dei bastoncini del famoso gioco cinese, la raccolta di Strauss si compone di 41 racconti: alcuni cortissimi, altri un poco più estesi, ma comunque tutti veloci come schegge che si sommano e vanno a formare una massa strutturalmente omogenea. Ogni racconto o breve pezzo muove da un enigma, quello che per Strauss sta alla base della descrizione della realtà. E da questo enigma si dirama una delle infinite possibilità – quella che Strauss, con il suo tono surreale e sempre paradossalmente aderente alla realtà, disegna.

Esemplare è il racconto che dà il titolo alla raccolta, nel quale protagonista è un fabbricante che paga lo scotto di una realtà impossibile da dominare. Reduce dal rapimento della moglie e dal pagamento del riscatto per poterla avere di nuovo al suo fianco, la donna che la polizia gli riporta sembra un’altra persona: «la donna che gli era stata sì portata, ma non ri-portata indietro». È un dubbio che non è dato sapere se verrà mai fugato, perché è questa un’altra caratteristica dei racconti di Strauss: come il principio è inconoscibile, anche i finali non sono mai definitivi, bensì aleatori e mutevoli, interpretabili ma mai esplicabili.

I racconti di Mikado sono ricchi di scambi di persona, di scherzi del caso, di follie umane e sovrannaturali; ma, all’interno di questa diversità di soggetti, Strauss è abilissimo nel permettere al lettore di estrarre un filo rosso dall’intricato labirinto, un messaggio che riguarda l’impossibile possesso dell’uomo della vita nella sua interezza, sempre minata da tradimenti, squilibri e alienazioni. È questo il caso del marito che venti anni dopo scopre di essere stato tradito dalla moglie, e per cancellare la propria ingenuità decide di ergersi a nuovo Otello e ucciderla, perché incapace di accettare non tanto il tradimento quanto la pietà della moglie. Ma è anche la storia del protagonista del racconto I mobili, tecnico dei telefoni che tornato a casa trova il suo appartamento senza niente dentro e la moglie che litiga con uno sconosciuto; basterà uscire e rientrare qualche ora dopo perché tutto torni di nuovo normale; anche se, pensa il protagonista, «una terza persona però, evidentemente, non c’era più nelle loro quattro mura».

Ma i racconti più forti, e forse anche i più decisivi per un’analisi completa dell’opera, sono i due che chiudono la raccolta: Amarodolcina e Diga di sbarramento. In questa chiusura Strauss pare condensare il senso di tutti i racconti e offrire, intervenendo quasi in prima persona, una chiave di lettura per l’intero libro. Perché Mikado non è solo una costellazione di surrealismi, paradossi, follie e vertigini; è anche un tentativo autentico, come lo era Origine, di tornare al cuore delle cose, di mettersi alla ricerca di un’autenticità che non appartiene più alla contemporaneità e che invece, con uno scavo quasi romantico, è lo scrittore a tentare di riportare alla luce. Le immagini deformate, i personaggi non perfettamente calibrati sulla realtà, le case quasi sempre fortini oscuri di sapore fiabesco, sono anche possibili figure di una vita vera, quella che si muove a cavallo tra sogno e realtà, dove l’individuo si sforza di trarre fuori dalla realtà il suo senso (per esempio nel racconto della signora in abito da sera che baciando il muro lo sgretola finché non ne esce fuori il suo uomo ideale).

Con Amarodolcina si entra direttamente nello studio dello scrittore: il protagonista Cystobal è inseguito dalle creature incomplete delle sue opere, che vengono a reclamare dall’autore una forma più completa e definitiva perché «non si scrive nulla mettendoci l’anima, si scrive andando sempre più a fondo dentro di sé. E da quel fondo possono in ogni momento tornare a galla». Diga di sbarramento invece, che chiude la raccolta, narra di una follia, o meglio del preciso momento in cui il protagonista scivola nel baratro dell’incoscienza. Ed è in quel momento, in quella lucidità che precede il buio, che il ricordo del narratore coincide, forse, con la luce teorica che filtra per tutta la raccolta: «Bisogna solo raggiungere un livello superiore di conoscenza e poi sarà possibile numerare l’innumerabile. E l’insensato mostrerà il suo senso».

Botho Strauss

Mikado

traduzione di Agnese Grieco

il Saggiatore, 2016, 202 pp., € 22

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