beethovenBenedetta Saglietti

È un'icona. Può essere tutto, e il contrario di tutto. Ha finito per dar suono e forma all'anelito alla felicità. Interrompe la manifestazione della AfD (Alternative für Deutschland, il partito di ultra-destra tedesco) il 25 novembre scorso. Regna incontrastato sui flash-mob. Dà la colonna sonora alle rivolte di massa. Naturalmente, si oppone ai regimi (protesta di piazza Tienanmen, 1989). Se li avesse, sarebbe la felicità dei suoi eredi, poiché farebbe più soldi di Beyoncé.

L'inizio della fama di Ludwig van Beethoven risale al 1814 e da allora, a parte qualche sporadico momento di declino, non è mai venuta meno. Come nessun altro prima di lui ha incarnato il mito dell'artista solitario in lotta contro le convenzioni della sua epoca, contro il mondo che lo circonda, per votarsi completamente alla sua arte. È uno spartiacque: c'è nella storia della musica un prima e un dopo. Per fare un esempio: la lunghezza iniziale massima dei CD (74 minuti) decisa dal capo della Sony, Norio Ogha, nel 1982 è stata inventata per non interrompere una sua composizione.

La forza del mito di Beethoven risiede probabilmente nella sua duttilità. Si presta a una miriade di interpretazioni. Una forza che, allo stesso tempo, può essere la sua debolezza (la sua musica era diffusa anche nei campi di concentramento). Come la moda, e come solo le autentiche icone sanno fare, la sua immagine viene plasmata attraverso le epoche. Non smette di affascinare artisti figurativi (l'ultimo della serie è Andy Warhol), colleghi compositori, romanzieri e uomini di lettere. Eppure, da circa un trentennio non si allestiscono mostre su di lui, nonostante gli sia stato fatto il ritratto per più di 40 volte e nonostante sia stato il primo musicista consapevole che senza un'immagine pubblica, e senza popolarità, la musica si vende meno bene (si legga Beethoven, ritratti e immagini, EDT-De Sono 2010)

Oggi, però, la complessità, la ricchezza artistica e ideologica di Beethoven sono al centro dell'importante esposizione Ludwig van, le Mythe Beethoven che sta per aprirsi a Parigi alla Cité de la musique (14 ottobre 2016 - 29 gennaio 2017) organizzata dalla Philharmonie. La figura del compositore tedesco con la sua opera e la sua immagine, così tanto spesso riprodotta, non riguarda più oggi solo l'ambito musicale, ma anche l'arte e la politica. È entrata tout court nell'immaginario collettivo, popolare e colto.

Per questo la nuova mostra, concepita con minuzia e intelligenza dagli storici dell'arte Colin Lemoine e Marie-Pauline Martin, è incentrata sulla posterità straordinariamente lunga di Beethoven e su tutte le sue incarnazioni: musicista, uomo, icona, mito, feticcio, ideologia e ispirazione. Ludwig van, le Mythe Beethoven corona una lunga serie di progetti museali iniziati dalla Philharmonie de Paris nel 2010, che danno corpo alla musica, istituendo un proficuo dialogo tra musica, arti plastiche e arti visive (il catalogo è edito da Gallimard).

Ci hanno raccontato in anteprima alcuni degli aspetti salienti della mostra, che si articola in sei sezioni. Il primo tema affrontato è la morte di Beethoven e il suo rapido passaggio verso l'immortalità, avvenuto da un lato attraverso i popolarissimi resoconti (scritti e visuali) del decesso e del funerale che attirò una folla immensa, dall'altro per mezzo della maschera mortuaria, più e più volte riprodotta nel corso dell'Ottocento e del Novecento da moltissimi artisti diversi, dal tedesco Franz von Stuck fino ad Arnulf Rainer.

I monumenti rendono omaggio alla sua gloria eterna e sono il "contenitore" simbolico del corpo immortale di Beethoven. Il punto nodale della seconda sala è l'architettura funeraria, sia quella davvero esistente, come il celebre monumento che si trova sulla piazza principale di Bonn (1845), sia quei memoriali progettati, di cui esistono schizzi e abbozzi, che però non sono mai stati realizzati. Il percorso sonoro di questa sala accompagnerà il visitatore aiutandolo a riflettere su alcuni "monumenti musicali" che furono dedicati a Beethoven dai colleghi in segno di omaggio, da Schumann a Stockhausen.

La terza sezione "Il musicista come profeta" indaga la trasformazione romantica che, attraverso l'unione dell'iconografia tradizionale a un vocabolario di tipo religioso, ha investito Beethoven. Diventato quasi un Messia, Beethoven è il protagonista di un culto, basato anche sulla conoscenza delle sue ultime, complesse opere, che costituiscono una sorta di iniziazione ai misteri della creatività musicale. Due saranno gli approfondimenti presenti in questa sala: il cabinet sui feticci e le reliquie - come ciocche di capelli, cornetti acustici, etc. ovvero i segni tangibili dell'appropriazione del corpo come se Beethoven fosse, tra i musicisti, il "Santo dei santi" - e il cabinet sulle sue case che, alla stregua di un santuario, diventano meta di pellegrinaggi, di ammiratori e appassionati, un tema su cui ha lavorato a lungo l'artista Joseph Beuys.

Un'ennesima, diversa incarnazione è quella dell'eroe tragico, capace di sublimare il dolore in bellezza. L'immagine era già cara a Richard Wagner ed è stata molto popolare durante tutto l'Ottocento, ma prende nuovi significati all'inizio del Novecento e soprattutto durante e dopo le due guerre mondiali. Il percorso musicale che arricchisce la visita in tutte le sale si concentra in questo spazio (intitolato Visages tragiques et mondes interieurs) su opere come Ludwig van di Mauricio Kagel del 1969.

La quinta sala è la più politica di tutte: sarà dedicata ai destini ideologici della Nona Sinfonia e illustra come ideologie sia artistico-musicali (il romanticismo tedesco, la secessione viennese, l’illustrazione patriottica, il punk) sia politiche, di qualsiasi orientamento, si sono appropriate dell'Inno alla gioia facendone un uso contraddittorio e a volte contrastato. Le varie declinazioni qui presentate arrivano fino al Cosa Nostra Klub, gruppo metal francese. L'installazione cinematografica è intitolata La musique de Beethoven et l’imaginaire fictionnel: saranno proiettate opere (dal 1950 al 2013) che illustrano come la musica del compositore ha fatto leva sull'immaginazione dei registi, suggerendo loro singole scene, atmosfere, personaggi o vere e proprie ossessioni. Grandi classici del cinema trovano spazio accanto a film di animazione: questo focus promette di essere una sorpresa anche per i cinefili e i musicofili più esigenti.

La sesta sala, Transpositions, sonda l’aura e la pregnanza di Beethoven diventata popolare e diffusa in tutto il mondo, specie dopo il centenario della morte (1927). L'appropriazione di Beethoven è ormai diventata completa: appartiene a popoli di culture, tradizioni e lingue diverse. È capace di influenzare l'immaginario poetico, musicale e artistico in un modo straordinariamente ricco: per fare solo qualche esempio, si va dalla pittura figurativa di Casorati, all'arte di Idris Kahn fino al rock di Chuck Berry.

Da molti anni ci si augurava una mostra sulla seminale immagine di Beethoven. Finalmente il momento è arrivato: non possiamo far altro che rallegrarcene.

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