jacobstrialCorrado Benigni

Raccontare i meccanismi processuali prendendo spunto dalla letteratura e dal cinema, dall’arte e dall’opera lirica. Questa è la sfida della Borsa di miss Flite di Bruno Cavallone, finissimo giurista e già professore di Diritto processuale civile. Un saggio illuminante che sfata prima di tutto un luogo comune: il mondo del processo, con il suo corollario di riti regole e linguaggio, non è poi così inerte e oscuro come molti pensano. Anzi, contrariamente a quanto possa sembrare, la lingua del diritto è potentemente creativa, perché genera norme, atti, sentenze che hanno conseguenze reali sulla vita delle persone, modificandola.

La letteratura, prima ancora del cinema e dell’arte, è stata la prima ad accorgersi della potenzialità creativa del diritto e della sua lingua irta di stereotipi, di arcaismi, di frasi formulari, soprattutto nel gergo del processo. Quante storie sono state intrecciate a un procedimento giudiziario!

Per quanto possa apparire sorprendente le infiltrazioni tra diritto e letteratura sono reciproche e le corrispondenze profonde. Da questo assunto sembra aver preso le mosse Bruno Cavallone. Il libro del giurista milanese è un’indagine del processo come fenomeno psicologico, esistenziale e antropologico-culturale prima che istituzionale e giuridico. Analizzando i procedimenti giudiziari messi in scena nella letteratura, nell’arte e nel cinema, Cavallone – lungo una narrazione di grande fascino – ci racconta il rapporto tra arte e giustizia: come la prima è per eccellenza la capacità di sentire concretamente la vita di altri, di personaggi incontrati o solo immaginati o inventati, di sentirli vivi come noi e di farli vivi come noi; così anche la giustizia, nel momento del processo, ha a che fare con la vita e con quella rappresentazione della vita che è l’arte, proprio perché nasce dal senso concreto dell’individuo e dalla capacità di sentire – non solo di pensare – persone che esistono, concrete e in carne ed ossa. Persone che hanno come noi passioni, sentimenti, esigenze.

Il libro è una carrellata di «storie e immagini del processo» e l’autore ci conduce come in una passeggiata della mente tra quadri rinascimentali, fiabe, romanzi, personaggi di opere liriche e passi della Bibbia. Tra gli autori esaminati figurano Shakespeare, Kafka, Dürrenmatt e ovviamente Dickens. Un altro raffinato giurista-scrittore, Salvatore Satta, ha scritto una volta: «il processo una volta istituito vive di vita propria, o almeno tende a vivere, e si ritorce come una serpe contro colui che l’ha allevata». Proprio come accade alla miss Flite, protagonista di Casa desolata (Bleak House) di Dickens: ossessionata dalla pratica giudiziaria fino al punto da ammalarsene. E ancora, nel Processo di Kafka, il Tribunale esercita sul protagonista una forza magnetica, «infettando» Josef K. fino a ucciderlo, così come in precedenza aveva colpito il commerciante Block e gli altri anonimi imputati che nei corridoi della Legge appaiono trasformati fisicamente – come se un morbo li avesse colpiti. «Il processo come contagio, dunque», secondo la felice intuizione dello stesso Cavallone.

Il registro dominante del libro è quello dell’ironia, quasi a voler dire che il processo ha a che fare anche con una dimensione scherzosa, a volte persino carnascialesca. Non a caso uno degli autori più citati è Rabelais. Cavallone vede nell’anziano giudice Bridoye, che nel Tiers Livre decide le cause lanciando i dadi, non una parodia, «bensì una rigorosa e inquietante teoria del processo e del giudizio». Più o meno lo stesso che capita al Pinocchio di Collodi: che, dopo essersi fatto gabbare dal gatto e la volpe (definiti «promotori finanziari» da Cavallone), ricorre al giudice che però lo condanna, dimostrando con un finissimo ragionamento come nella logica processuale questo rovesciamento delle parti possa avere un senso (assurdo, forse, senz’altro non «umano»).

Davvero geniali e vivissime le pagine nelle quali viene preso in esame uno degli aspetti più tecnici e freddi del processo, e tuttavia imprescindibile: quello della notificazione. Spiega Cavallone: «la notificazione della citazione, sotto un’apparenza arida e burocratica, può rivelare un groviglio di sentimenti, di tensioni psicologiche e sociali, di timori e speranze, ed è naturale che sia così, perché si tratta di un limes». Ebbene, questo momento della pratica giudiziaria consente a Cavallone di parlare dell’immagine-simbolo del processo, la porta: la soglia che conduce al tribunale, magnificamente usata da Kafka nella parabola Davanti alla legge del Processo, ma che appare anche in pittura, come nel dipinto di Abraham Solomon Waiting for the Verdict, dove una famiglia attende l’esito del giudizio aldilà di una porta che separa crudelmente i due mondi.

Proprio l’apparato d’immagini iconografiche del processo è una delle sezioni più affascinanti di questo volume. Ritroviamo qui gli attributi che per tradizione accompagnano la giustizia, come la spada, il gladio, la bilancia, ma anche la bacchetta con cui in epoca moderna toccando il corpo del soggetto veniva effettuata la notificazione. Con un geniale paragone, Cavallone considera l’Annunciazione come un caso speciale della pratica: l’arcangelo Gabriele, spesso ritratto con un bastone simile al bâton judiciaire, reca a Maria un messaggio sconvolgente; e in effetti – nei dipinti di Guercino, di Zurbáran e soprattutto di Lorenzo Lotto – la Madonna appare spaventata come il più tipico degli imputati.

Bruno Cavallone

La borsa di miss Flite. Storie e immagini del processo

Adelphi, 2016, 310 pp., € 28

Per tutta la settimana sulla home page di Alfabeta2 il video Nuvolari di Giovanni Fontana

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!