volodine_1Marco Giorgerini

Recentemente due giovani e meritorie case editrici, L’orma e 66thand2nd, hanno provveduto a colmare parzialmente una pesante lacuna del panorama editoriale italiano. Lo hanno fatto con la pubblicazione di due importanti volumi di Antoine Volodine, principale pseudonimo di un inclassificabile scrittore francese che, nato nel 1950, ha all’attivo oltre quaranta libri: quasi nessuno, però, sinora edito in Italia. L’edizione francese di Angeli minori risale al 1999, mentre Terminus radioso è stato pubblicato due anni fa (e ha conseguito il Prix Medicis).

Nei due libri si fa di frequente riferimento alla cosiddetta letteratura «post-esotica», e proprio così potremmo definire quella di Volodine, dall’elevato tasso di metatestualità. Proviamo a dirla così: una narrazione è post-esotica quando racconta di un mondo dopo la fine del mondo a noi noto, di una resistenza etica postuma, di un post sempre possibile, oltre l’umanità, oltre lo spazio e oltre la morte. La prima conseguenza di un approccio di questo tipo è un allargamento smisurato del cronotopo, se vogliamo utilizzare una terminologia bachtiniana. Gli ambienti spaziano dalla taiga infinita a un imprecisato oriente tra Russia e Mongolia (Volodine, che insegna russo, ha tradotto numerosi libri da questa lingua, fra i quali diversi dei fratelli Strugackij, gli autori dai quali Tarkovskij trasse Stalker): in questi universi, meticolosamente tessuti, i giorni si sommano ai secoli o ai millenni; l’asse temporale indugia in lenti movimenti a misura d’uomo, per poi repentinamente accelerare sino a bruciare, nel volgere di una pagina, decine di generazioni.

La morte è un punto quasi insignificante: di fatto si continua a vivere, deboli e privi di energia, o per meglio dire si continua a non vivere, immersi nelle proprie o altrui visioni oniriche. Morire è un verbo tragicamente imperfettivo: un po’ come nella Trilogia di Beckett, dove Malone «muore» nel senso che continua a morire, di lui non si potrà mai dire «è morto». Anche in Volodine emerge qui e là il desiderio di farla finita, unitamente all’impossibilità di fuoriuscire dalla dimensione temporale in cui i personaggi sono immersi.

Visioni oniriche, abbiamo detto. Questo è un punto fondamentale. Forse potremmo pensare a Volodine – con un’improvvida semplificazione – come a una sommatoria allucinata e fantastica di onirismo magico, tensione etica declinabile in senso sociale e politico, e una cifra pseudoesistenzialistica visibile in certe riflessioni sul nulla: «Ho lasciato senza alcuna transizione lo stato di latenza che prolunga così piacevolmente il nulla, per cadere poi in quello stato di agitazione che precede la morte, nel tempo atroce e lunghissimo che corrisponde alla vita» (Angeli minori).
L’umanità è pressoché estinta, sopravvivono pochi individui in fuga beneficiari di interventi magici (Will Scheidmann in Angeli minori) o di un improbabile adattamento a condizioni apocalittiche (i personaggi di Terminus radioso, resi immortali dal contatto quotidiano con dosi mostruose di radiazioni frutto dell’esplosione di centrali nucleari). Il cruccio è sempre lo stesso: il fallimento delle ideologie egualitarie e la conseguente «strada disgustosa della società dei consumi», che conduce «a subire di nuovo la tirannia dei mafiosi, dei banchieri e delle belve guerrafondaie» (Angeli minori). In Terminus radioso i personaggi vagheggiano addirittura i campi concentrazionari, unico esempio di un’uguaglianza ancora possibile.

Angeli minori si articola in 49 narrat, «istantanee romanzesche che fissano una situazione, delle emozioni, un conflitto vibrante tra memoria e realtà, fra immaginazione e ricordo». Una prima persona aperta assume la voce dei personaggi: in apertura di libro, ad esempio, facciamo la conoscenza di Fred Zenfl, scrittore che nega l’esistenza della morte, «fenomeno che non è stato mai descritto dall’interno da nessuna testimonianza attendibile». Khrili Gompo è invece un alieno inviato in missione sulla Terra perché dia una valutazione delle condizioni del mondo. La storia al «centro» del libro (per quanto sia lecito parlare di centro, in una prova letteraria che rifugge qualsiasi forma di linearità narrativa) è però quella di Will Scheidmann. Questi altro non è che il prodotto di un rito magico delle «nonne» – secolari e immortali protagoniste di un tempo ormai tramontato, quello della Seconda Unione Sovietica – allo scopo di ripristinare quella società Così a Will, nato da un atto del tutto irrazionale, verranno insegnati pedissequamente i fondamenti della dottrina marxista e del materialismo storico. Sarà poi condannato a morte, quando le vecchie verranno a sapere che ha fallito rovinosamente il compito, ma graziato perché ricordi a tutti il mondo che fu. Lo farà declamando brevi racconti, ovvero appunto i «narrat» che compongono Angeli minori.

Se qui è forte la componente onirica, essa è onnipresente in Terminus radioso. Il romanzo – dotato di un intreccio fiabesco più convenzionale – è nei suoi momenti migliori una vertigine di sogni che si intrecciano a realtà ibride lungo percorsi magici che forse solo Soloviei, presidente del kolchoz «Terminus radioso», conosce. Apparentemente ligio agli stilemi fiabeschi più consueti (il presidente potente come un re; tre figlie-amanti la cui purezza deve essere preservata; un fonografo, non un fuso, con cui il protagonista, Kronauer – nome col quale Volodine ha firmato diversi libri – si punge), il libro dispiega la sua forza immaginifica quando si abbandona alla registrazione della perturbante inquietudine di chi non sa se vive un’esistenza reale o se è una pedina nei sogni del misterioso sciamano.

A proposito: le interferenze tra mondi paralleli, per cui è difficilissimo tracciare una linea di demarcazione tra i vari livelli di realtà, sono una costante nella narrativa di Philip Dick, che è per l’autore francese un’influenza palese. Nelle Tre stimmate di Palmer Eldritch l’allucinogeno Chew-Z spalanca mondi dominati dalla figura enigmatica di Eldritch (è un umano? è un dio?). Nell’altro capolavoro Ubik, i morti non sono davvero tali: si trascinano stancamente in una circolare condizione purgatoriale a metà tra la vita e la morte. Ma Dick risuona in queste pagine anche per dettagli tematici rivelatori: penso soprattutto alla polvere, al residuo sterile di un mondo in disfacimento, che compare qui come in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (il romanzo da cui fu tratto Blade Runner).

Atri elementi meriterebbero di essere approfonditi. Il senso più sollecitato, nelle pagine di Volodine, è l’olfatto. Angeli minori e Terminus radioso sono ricolmi di odori. È forse un modo per riallacciare i contatti con un’umanità allo stato ferino, al di là di ogni sovrastruttura ideologica, magica o onirica? O l’elencazione di profumi e fragranze ha lo scopo di lenire l’ansia dei protagonisti, secondo quello che Andrea Inglese chiama, in relazione a Beckett, «principio di inerzia narrativa»?
Che dire, poi, del cannibalismo? Anch’esso è una costante, colorata spesso di humour nero: «È evidente che ingrassano la madre spinti solo dal cannibalismo».

Antoine Volodine ha la capacità di suscitare labirinti di pensieri, una volta conclusa la lettura dei suoi lavori: e questo succede solo coi grandi scrittori.

Antoine Volodine

Angeli minori

traduzione di Albino Crovetto

L’orma, 2016, 213 pp., € 15

Terminus radioso

traduzione di Anna D’Elia

66th and 2nd, 2016, 540 pp., € 20

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Una Risposta a Antoine Volodine, dopo tutte le fini

  1. Vanessa scrive:

    Grazie per averlo suggerito.
    Da qualche anno mi appassiona la fantascienza, non quella propriamente hard, però, quella che si può dire una commistione di fantastico, realismo magico, intimismo, quella che qualcuno – non ricordo chi, forse i curatori della famosa antologia ” Le meraviglie del possibile “- definirono fantascienza dell’ interiorità e il tuo autore mi sembra far parte di questo filone, almeno da come ne hai parlato io l’ ho colto così.
    Ciao.

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