ciro_guerra_el_abrazo_de_la_serpiente_03-jpgMichele Emmer

«Sbarcare in un pantano, marciare attraverso i boschi, e in qualche posto avanzato dell’interno sentire che la natura selvaggia, tutto quel che si può dare di più selvaggio s’è richiuso attorno a lui, tutta quella selvatica vita che si agita misteriosamente nella giungla, nella foresta. E non c’è iniziazione per siffatti misteri. Egli ha da vivere nel bel mezzo dell’incomprensibile, che è anche detestabile. E tutto ciò possiede per di più un certo fastidio che a poco a poco agisce su di lui». Joseph Conrad pubblica Heart of Darkness per la prima volta su una rivista nel 1899. Parla della giungla, del terribile Kurtz, dello sfruttamento, del mistero, del fascino del male, della giungla scura e impenetrabile, della malvagità. Della volontà di entrare e penetrare il fascino misterioso e tenebroso della giungla.

In quegli anni uno dei tanti esploratori Europei decide di penetrare nelle parti della giungla Amazzonica dove nessuno era mai stato. In quella che è la regione del Vaupes, nella parte Sud-Est della Colombia, ai confini con il Brasile, sono gli anni 1903-1905. È un etnologo tedesco e si chiama Theodor Koch-Grünberg. Farà altri viaggi entrando in contatto con molte popolazioni indigene sempre rimaste isolate. Malgrado le precauzioni morirà di malaria in Brasile nel 1924, al ritorno di un ennesimo viaggio in Amazzonia, in cui era andato per realizzare un film con il regista Silvino Santos, già autore di un documentario di successo, No Paiz das Amazonas, presentato in prima mondiale a Parigi. Anche il nuovo film, No Rasto do El-Dorado, ebbe un buon successo.

Nei suoi primi viaggi l’etnologo tedesco aveva scattato molte fotografie ovviamente in bianco e nero. In alcune di quelle foto si vede anche lui tra quelli che vengono chiamati, da noi civilizzati, gli indigeni. Scriverà Koch-Grünberg nei suoi Diari: «In questo momento non è possibile per me sapere se l’infinito della giungla ha iniziato in me un processo che ha già colpito molti altri che si sono avventurati in queste regioni, un processo che porta alla completa ed irrimediabile pazzia… Trovo impossibile da descrivere a parole perché altri capiscano la bellezza e lo splendore… Quello che posso dire è che quando sono tornato in possesso delle mie facoltà, ero diventato un altro uomo».

Aveva scritto Conrad: «Per capire l’effetto che l’avventura ebbe su di me, bisognerebbe che sapeste come fu che io andai a finire laggiù, che cosa ci ho visto, come risalii per la prima volta quel fiume sino al luogo dove incontrai per la prima volta quel povero diavolo. Fu quello il punto estremo della nostra navigazione e il punto culminante della mia esperienza. Mi parve come gettasse una certa luce su tutto quello che mi era attorno, e sui miei pensieri. Qualcosa di abbastanza cupo e pietoso: niente di straordinario e nemmeno di molto chiaro: eppure fu come se avesse fatto una certa luce».

La giungla Amazzonica, le popolazioni locali, esploratori partiti alla ventura, per fotografare, filmare, raccontare. Insomma, una grande avventura in un paesaggio unico, inesplorato, incognito. Per farsi capire l’etnologo fotografa.

theodor-koch-grunbergQuelle foto vengono riscoperte dall’antropologo Ignacio Prieto della Universidad Nacional de Colombia a Bogotà. Prieto incontra un giovane che si occupa di teatro e che vuol diventare regista di cinema, Ciro Guerra. Avrebbe voluto realizzare anche lui un documentario, Prieto, ma non ci riesce, fa vedere le foto a Guerra e gli passa il testimone. Prieto e Guerra partono per tre anni a esplorare quei luoghi. Il film cercherà di far parlare coloro che da sempre abitano quei luoghi. La lingua, le lingue che si parlano nel film diventano un elemento essenziale del film – saranno dieci, alla fine, incluso Cubeo, Huitoto, Ticuna e Wanano. Prieto e Guerra entrano in contatto con diverse popolazioni, alcuni di loro diventano attori del film, suggeriscono i luoghi. E comincia l’avventura di un film sulle tracce dell’etnologo di un secolo fa, con le persone che vivono oggi in quei luoghi, con le loro parole, i loro miti, gli animali, le piante, le divinità. Il giaguaro e il serpente. Il giaguaro che uccide il serpente, stritolandogli la testa. E si produce quella strana alchimia per la quale noi spettatori – che sappiamo che si tratta di un film che vuole raccontare una avventura avvenuta tanti anni fa e che tutti quelli che si incontrano sono attori che recitano, anche se sono indigeni di quei luoghi – siamo lì, sulla piroga che discende i fiumi enormi, con l’oscurità della vegetazione, alla ricerca di qualcosa, come l’ultimo sciamano rimasto, Karamakate, che non vuole assistere alla distruzione totale del suo popolo e vive da solo nella giungla. Uno sciamano dal corpo incredibile, bellissimo, che nella prima parte si muove a suo agio nella giungla e nella seconda parte, quarant’anni dopo, è un vecchio che non sa più quale sia il suo ruolo, divenuto ormai un chullachaqui, un uomo svuotato di emozioni e sentimenti, un nulla. Arriva un secondo esploratore nordamericano, cerca la pianta talismano che cercava anche l’etnologo tedesco.

Il film non poteva che riprodurre i colori delle foto originali e quindi uno splendido bianco e nero. Tranne pochissime immagini a colori, che rimandano al finale di 2001 A Space Odyssey di Kubrick. La scena della canoa trascinata nella giungla in salita rimanda a quella follia di film che fu Fitzcarraldo di Herzog con un invasato Klaus Kinski protagonista. Insomma non un film ingenuo sui primitivi, ma un film che rimanda, cita, favoleggia, sogna, distrae, colpisce, con le parole, tante parole in tante lingue perché nessuna giungla è più misteriosa della mente umana. Terribili le immagini dello sfruttamento degli indigeni che erano costretti a raccogliere il caucciù, morti a migliaia. E le distruzioni dei missionari cattolici che consideravano le parole degli indios malefiche incarnazioni del demonio (forse l’unica parte poco riuscita del film). E, su tutto, quella foresta di cui non capiremo mai l’infinità, l’eternità, quelle vite disperse, quasi distrutte che non torneranno. Un film, una fiction, in cui si parla di tutto quello che è importante, senza dare risposte, ma finendo con la distesa immensa della verde giungla che tutto racchiude e nasconde. Un misterioso film amazzonico, primo film Colombiano candidato all’Oscar, nel 2016. Un film che sarebbe piaciuto a Conrad e, sicuramente, a Francis Ford Coppola.

«No. È impossibile, impossibile comunicare ad altri la sensazione viva di un momento qualsiasi della nostra esistenza, quel che ne costituisce la verità, il significato; la sua sottile e penetrante essenza. È impossibile. Si vive come si sogna: perfettamente soli» (Joseph Conrad).

El Abrazo de la Serpiente

regia di Ciro Guerra, soggetto di Ciro Guerra e Jacques Toulemonde Vidal basato sui diari di Theodor Koch-Grünberg e Richard Evans Schultes

Colombia-Venezuela-Argentina, 2015, 125’

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