ventroniCetta Petrollo

La sommersione è la seconda raccolta poetica di Sara Ventroni dopo il poemetto Nel Gasometro (fuoriformato Le Lettere 2006, con una lettera introduttiva di Elio Pagliarani e una postfazione di Aldo Nove). Questo silenzio editoriale di dieci anni è stato accompagnato da un laboratorio personale e collettivo (nell’ambito del gruppo romano Escargot) sulla scrittura e sul modo di presentarla e di esibirla (diverse e di molto, in questi ultimi anni, le performance pubbliche di Ventroni), punteggiato da incursioni nei territori della narrazione (si veda la partecipazione alle antologie Sono come tu mi vuoi e Con gli occhi aperti) e dello studio politico (Ventroni è fra le fondatrici del movimento Se non ora quando? e collabora con l’Istituto Gramsci e l’Archivio storico delle donne).

Dieci anni, quindi, di attenta e consapevole osservazione «politica» della realtà: quella che già armava e sosteneva con grande «fiato», come scriveva nella sua lettera Pagliarani, il GasometroObietterei che c’è troppo orgoglio in quel cranio con struttura di armatura, ma c’è soprattutto sicurezza, felicità espressiva. Il Gasometro, quello romano, vicino al teatro India mi sembra da rottamare, o lo è già. Non so se è vero per lui-là ma il lui-qua è solo da ammirare, è solo da esclamare: “Ma quanto fiato ha questo poeta!”, anzi poetessa, anzi lo stesso. Ciò che prende e sorprende nel tuo poemetto, anzi poema (non facciamo i finti tonti), è la perentorietà dell’espressione»).

Ora la tensione poematica del 2006, non più adatta a cantare la dissoluzione del primo decennio del ventunesimo secolo, e a trarne una morale, lascia spazio alla frantumata, quasi epigrammatica, annotazione degli scarti e delle marginalità: dall’iniziale big bang della nascita («A marzo si aggregano le molecole. / sonnolenza ad aprile, un sospetto a maggio») di cui per sempre si porterà l’ombra della generazione («Ma c’è un’ombra senza peso che accompagna / il peso del corpo») e il suo irrimediabile distacco senza ritorno («Luce che puoi dire che manca / quando è spenta / e non lancia più ombra») all’attesa implosione finale («Ci sono cani specializzati a scavare corpi. / Cosa fanno qui, da dove sto parlando? / la durata corre alla sua implosione»).

Il percorso dall’esplosione all’implosione viene raffigurato, per versi e per immagini, con doppia modalità espressiva. Gli stupendi scatti fotografici rilanciano la sentenziosità presente nei versi finali di molte poesie, vicini, per ritmo e misura, alle forme epigrammatiche, impersonali e dialoganti, dell’ultimo Pagliarani: «Occorre infatti aggiungere / che di questi errori / noi sentivamo grande bisogno»; «Avete scoperto niente di niente. / Non sapete nemmeno / accendere un fuoco»; «Anche tu lo vedi: / su di noi sta di nuovo diluviando».

Gli «oggetti e argomenti della nostra disperazione», la struggente consapevolezza della corruzione e della stessa corruttibilità della materia, la sorte mortale rievocata nella citazione del titolo (da Lezione di fisica, la raccolta pubblicata da Pagliarani in due forme diverse, nel 1964 e nel ’68), dove l’originale «per» è sostituito dal più asseverativo «del», sono ritagliati, potremmo dire alla maniera di Marina Ballo Charmet, con la «coda dell’occhio»: in torbide istantanee di reperti civili (la borsetta, il cappello, la tenda strappata, il vetro rotto, la sedia, gli sterpi), intravisti sul fondale dei fiumi d’Europa, che marcano il catalogo dei viventi destinati a morte (i serpenti, i pesci, i pappagalli, le oche, le mucche, i tori, le blatte…) in quasi medievale, ma non salvifica, esposizione.

Negli innesti prosastici del racconto La Grotta e di Panopticon – posti non casualmente al centro del volume – ci si muove fra l’avvicinarsi e il ritrarsi dal degrado: la decomposizione («il corpo della ragazza lo portano via sulla gondola funebre») non può essere vista troppo da vicino, ogni narrazione recando in sé la memoria di una ferita («Il romanzo cui si accenna in questo libro non verrà mai pubblicato per intero») e ogni scrittura poetica portando in sé la sua dimenticanza («Il sole da qualche parte dovrebbe sorgere / come una torre di sabbia»).

Così la struggente visione del mondo e della sua dissoluzione si trasforma in canto corale, nei modi contemporanei che solo i grandi riescono a continuamente a scoprire, riscoprire e reinventare. La Sommersione, splendida e coraggiosa prova di Sara Ventroni, dimostra come sia ancora possibile, e percorribile, scrivere rigorosa poesia «politica» partendo dalla significanza di sé.

Sara Ventroni

La sommersione

i domani Aragno, 2016

126 pp., € 12

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