londonLuca Sebastiani

Da qualche tempo gli indici delle uscite testimoniano di un’accresciuta attività intorno all’opera Jack London. Non che l’interesse sia mai venuto meno: London resta imprescindibile, anche se spesso confinato nell’orizzonte di consolidate idées reçues. Ma ora che cade il centenario della morte dello scrittore statunitense (22 novembre 1916) le uscite di materiali diversi, inediti o introvabili, permettono a uno spirito curioso di spingersi oltre l’immagine canonica dello scrittore avventuroso e romantico, vagabondo e rivoluzionario; e di aggiustare il tiro integrando nell’opera londoniana la complessità di un’esperienza composita, votata al tentativo di aprire un varco nella gabbia d’acciaio che si stava chiudendo sulla «vita» al passaggio tra Otto e Novecento.

In questo senso un particolare rilievo hanno un paio di raccolte di scritti, rispettivamente su temi prevalentemente sociali (Rivoluzione, Mattioli 1885) e letterari (La forza della letteratura, Nova Delphi). Il primo è la ristampa di Revolution and others essays, pubblicata dallo stesso London nel 1909, la seconda una scelta di articoli su libri e scrittori da lui letti e amati, e che andrebbero considerati come una sorta di autocommento. Se ne ricava una via d’accesso privilegiata al mondo di London, ai suoi riferimenti, alle sue idiosincrasie; e il senso preciso di uno scrittore all’altezza della posta in gioco senza indulgere in fughe romantiche.

o-jack-londonProfondamente influenzato, come per sua stessa ammissione in vari degli scritti qui contenuti (e come annota giustamente Cristiano Spila nell’introduzione alla Forza della letteratura), dalla lettura dei classici del positivismo, da Darwin e in particolare dalla sua declinazione sociale di matrice spenceriana, London, in conformità col dettato zoliano, interpreta la letteratura come indagine e lo scrittore come chierico del progresso. Certo una posizione simile appare venata di un fiducioso – e, oggi diremmo, un po’ troppo ingenuo – ottimismo. Ma nella sua narrativa, e qui e là anche in questi scritti, London va al di là di certe formulazioni zoliane. Non fa l’errore, in primis, di scambiare la letteratura con la realtà. «Chi scrive racconti farebbe bene a lasciare da parte i fatti», scrive (in Più strano della finzione, nella Forza della letteratura). La vita con la sua economia energica, cui fa continuamente riferimento London, non è qualcosa che si possa riprodurre nella coscienza, ma al limite qualcosa di cui si può fare esperienza nella creatività della scrittura. Da questo punto di vista non si capisce come si sia potuto prendere il vitalismo londoniano per un banale superomismo affermativo. È lo stesso autore a lamentarsene, in una lettera riportata da Spila. La sua semmai era una critica alla vulgata nietzschiana.

Ma basterebbe a tal proposito prendere Martin Eden. La vicenda di Eden dimostra bene come la vitalità diretta al riconoscimento sociale, alla soddisfazione, non possa che sfociare in un fallimento. E il fallimento non è solo un rovesciamento critico del sogno americano, ma la manifestazione dell’impossibilità della «vita» nella civiltà moderna, che la aliena alla prescrizione separandola da ciò che la fa viva, la morte. Non sembri paradossale, ma dire che la vita si dà solo all’altezza della morte, è un tema onnipresente nella narrativa londoniana: nei racconti del grande Nord, dove la minaccia della morte nel vuoto terribile della wilderness cancella l’identità umana e riduce la vita a conato biologico; nei sogni ricorrenti del cane Buck nel Richiamo della foresta che, nel percorso verso il richiamo della sua origine, ritrova la paura dell’uomo primitivo appena assunto alla coscienza. «Alla radice più profonda della razza c’è la paura. Essa venne al mondo per prima e fu l’emozione dominante del mondo primitivo», scrive London in un articolo su Poe (sempre nella Forza della letteratura).

london1Questa anteriorità umana che la modernità capitalista mutila per oleare i suoi ingranaggi, London la fa reagire in Martin Eden con l’eterna posterità del moderno, che nella sua ansia di programmare si culla nell’illusione di poter eliminare la morte dall’orizzonte. Alla fine del romanzo la malattia del protagonista è proprio questa rimozione: «se solo avesse avuto paura, avrebbe fatto rotta verso la vita». Conquistando la celebrità letteraria, Eden conquista forse la salvezza sociale, ma conquistandola mutila se stesso e diventa un uomo moderno, vive nel confort e viaggia in prima classe, ha rimosso la minaccia e con essa la vita.

Nell’Imprevisto, uno dei suoi tanti racconti a tema o sperimentali (nel senso zoliano), London esplicita direttamente la sua critica della razionalità moderna; anche nel Richiamo della foresta (ristampato da Einaudi nella classica traduzione di Gianni Celati, uscita la prima volta trent’anni fa) si legge: «la civiltà ha l’effetto di imporre la legge umana su tutto l’ambiente finché esso non acquisti la regolarità di una macchina. Ciò che è discutibile viene eliminato, l’inevitabile viene previsto. Non siamo più neppure bagnati dalla pioggia né raffreddati dal gelo; e intanto la morte, invece di aggirarsi tra di noi sinistra e accidentale, diventa un corteo pre-organizzato, che si muove lungo i binari ben oleati fino alla tomba di famiglia». Dove si capisce che il luogo comune dello scrittore romantico che invita all’esperienza sembra ribaltarsi nell’autore ben più moderno della fine dell’esperienza, cioè della sua impossibilità nella modernità (una prospettiva che si ritrova in uno dei saggi di Rivoluzione, Il pianeta si restringe).Tra Twain e London c’è già un abisso.

L’ingiunzione nietzschiana del diventare se stessi, contrariamente alla vulgata superomistica, sembra significare in London non tanto la costruzione del sé attraverso l’esperienza, quanto la sua perdita. Eden la vive alla fine della sua lunga trama quando, conquistato l’oggetto del suo desiderio, fa esperienza del desiderio che non ha più nulla da desiderare, se non, appunto, la sua perdita. E le pagine finali del romanzo, caricate degli echi delle energie vitali spese nelle pagine che precedono, con la volontà di morire che combatte con l’istinto di vita, risultano tra le più belle di London. È al limite della perdita di sé che la vita si ritrova. London lo tematizza nel Richiamo della foresta: «v’è un’estasi che segna il culmine della vita, oltre il quale la vita non può innalzarsi. E, tale è il paradosso del vivere, quell’estasi giunge quando più si è vivi, ma giunge come oblio completo dell’esser vivi». Un movimento contrario a quello della modernità, che recide ogni forma d’oblio tranne, forse, quello implicato nell’attività letteraria. «Quest’estasi, questo oblio della vita, prende l’artista rapito fuor di sé da una vampata di fuoco». L’amore bruciante di London per la vita, non può che prendere la forma dell’amore bruciante per la scrittura, la cui verità non sta nel contenuto didascalico, ma nell’esperienza della creazione come gioco di lingua e d’immagini. E questa è appunto la forza della letteratura che resiste alla macchina burocratica della modernità.

Jack London

Rivoluzione

a cura di Davide Sapienza

Mattioli 1885, 2016, 189 pp., € 8,90

La forza della letteratura. Articoli e interventi

a cura di Cristiano Spila

Nova Delphi, 2016, 152 pp., € 9

Il richiamo della foresta

traduzione di Gianni Celati

Einaudi, 2016, 111 pp., € 9

Gli scatti che corredano l'articolo di Luca Sebastiani sono opera dello stesso Jack London, la cui notevole attività come fotografo è ora ben documentata dal volume Le strade dell'uomo edito da Contrasto per le cure di Alessia Tagliaventi. Oltre a una selezione delle fotografie dello scrittore, il libro contiene alcuni suoi testi, dal reportage sul terremoto di San Francisco agli articoli sulla guerra russo-giapponese.

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2 Risposte a Jack London, paura e desiderio

  1. Grazie per questo interessante è bellissimo saggio su uno dei miei autori del cuore, dopo averlo letto posso dire che lo conosco meglio.

  2. chiedo scusa per il mio ostinato correttore, avevo scritto “e* bellissimo saggio”

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