emilio-isgro-per-favore-non-riduciamo-l-arte-a-routine_h_partbLuigi Azzariti-Fumaroli

Raccogliendo lo sguardo sull’opera di Emilio Isgrò l’assenza, la vacuità, «la brusca sottrazione di uno spazio di lettura» – come scriveva Vittorio Fagone presentando la mostra che, nel 1972, alla Galleria Blu di Milano, raccoglieva le tavole di La «Q» di Hegel e altri particolari (di cui ora, in un callopismatismo tipografico che abbaglia, le edizioni Henry Beyle stampano l’anastatica) – si dichiarano come una vigorosa e improvvisa alessìa che disorienta e lascia sgomenti. Il lessico medico soccorre; l’epicrisi è ampollosa: alexia sine agraphia. Mentre la forma visiva delle parole, essenziale nel loro riconoscimento, è abrasa, un più insistito esercizio della propria immaginazione viene sollecitato e acuito. In L’occhio della mente (Adelphi 2011), Oliver Sacks ricordava come già Jean-Martin Charcot, in uno dei suoi casi clinici, avesse annotato tale patologia, osservando come durante il suo decorso la lettura tendesse a essere sostituita da una sorta di scrittura: «sempre di più, e quasi inconsapevolmente, si comincia a muovere le mani mentre si legge, tracciando il profilo di parole e frasi ancora inintelligibili. Anche la lingua comincia a muoversi, tracciando la forma delle lettere sui denti o sul palato». È un’esperienza quasi allucinatoria: una straordinaria alchimia senso-motoria, alla quale un gesto artistico come quello di Isgrò – ora nuovamente celebrato a Milano in una grande mostra tripartita – sembra conformarsi con una mimesi tanto perfetta quanto inquieta.

La cancellatura – sua Beatrice, come Isgrò stesso la definisce in una pagina del 1989 (in La cancellatura e altre soluzioni, a cura di Alberto Fiz, Skira 2008) – è infatti sì simbolo di cose diverse, «una sorta di Weltanschauung che spiega più cose di quante non dica», ma è soprattutto – ha scritto Andrea Cortellessa in occasione della rassegna dedicata a Isgrò, a Prato, nel 2008 – «costitutivamente oggetto di una proiezione: una vera e propria trappola percettiva». In tal senso, più che un gesto, essa è un segno, seppure intenzionato a non produrre alcuna informazione. La cancellatura – ha dichiarato l’artista siciliano su questa rivista (n. 11, luglio-agosto 2011) – è una lingua che afferma e nega insieme. Forse la si potrebbe accostare, più ancora che a una litote, a una denegazione, che fa progredire il lavoro del linguaggio su se stesso per mezzo di una ritrattazione che suscita continue elisioni, salti di senso, discontinuità, passaggi, transizioni. Col Perec di Specie di spazi potrebbe dirsi: «non c’è molto, qualche segno»: che si stenta, tuttavia, a percorrere. Tutto fluttua, sempre troppo vagamente, sulla pagina punteggiata a stento da qualche grafo, da una nota, da una sillaba; talora da un nome. Ma, a differenza di quanto accade solitamente, la nominazione, come è testimoniato, ad esempio, da numerosi acrilici – Einstein, Jacqueline, Torquemada, Curzio Malaparte – così come da molti dei fogli della «Q» di Hegel – non assolve una funzione semantica: essa non significa le cose; all’opposto, Isgrò intende il nome come il limite semantico dell’asemantico: esso rappresenta il «movimento per spostare una massa, un carico, un tracciato, così da far portare dal linguaggio il peso di ciò che non lo è».

Le affinità con la poetica mallarmeana sono evidenti, e ancora più smaccate di quanto non accada in Cy Twombly, il cui accostamento all’autore di Crise de vers sembra se mai potersi proporre in nome di un comune estetismo, che però certo non esaurisce la decostruzione frastica promossa da Mallarmé con scopi primariamente ideologici, tesi a sottrarre i sintagmi a qualsiasi presa retorica. Allo stesso modo che nel Mystère dans les lettres, le vestigia grafiche di Isgrò, ciò che sopravvive alle sue obliterazioni, è svincolato da qualsiasi nesso semantico, in modo da risaltare in un centro isolato di sospensione che fa resistenza a qualsiasi sintassi si voglia invocare a garanzia d’una ancora possibile intelligibilità. La sua volontà – come pure osserva, nel suo appassionato saggio dedicato a Isgrò, Veronica Di Carlo – è insomma quella di mettere in stallo la parola per eliminare la ridondanza del testo, e così lasciarla «viva».

Di qui la distanza – più volte da Isgrò rivendicata – dall’esperienza delle avanguardie, ritenute tanto sature delle «tracce» di una certa «filosofia del tempo» che vede il «prodotto artistico», in quanto «immagazzinato, consegnato, pubblicato» sempre da denunciare come immaginario, da non sapere più cogliere quel sentimento del contrario che anima la logica perversa del paradosso, e che si fa strada «giocando apertamente con il silenzio e con il rumore, con la ridondanza e la sua negazione, tra lo scatto sublime e il crollo programmato nella banalità più ovvia e rovinosa». Come lo stesso Isgrò appunta in Teoria della cancellatura, «dopo le distruzioni delle avanguardie si può forse ricominciare ogni giorno: la pagina bianca può ancora brulicare di significati senza significante e significanti senza significato. La mano che cancella è la sola che può scrivere il vero e il falso insieme, senza che questo comporti necessariamente un giudizio».

In tal senso, nella sua intenzione di restituire nella loro genuina fragranza certi mozziconi di frase non sembra – avvertiva già Dino Buzzati – potersi riconoscere un’eco dadaista, quanto piuttosto un principio di poetica capace di riunire atmosfere crepuscolari alla deformante ironia siciliana. Ma è pur vero che l’effettiva influenza del funambolismo del Palazzeschi più verbeux (ma si potrebbe forse avanzare anche il nome del Giovanni Boine di Frantumi), come degli arditi sperimentalismi di Stefano D’Arrigo e Antonio Pizzuto non sembra potersi misurare che come conseguenza di una elisione testuale. Poiché, per Isgrò, è soltanto nel loro silenzio visivo che le parole possono essere rivelate: celarle mediante la cancellatura equivale a preservare il loro posto nello spazio, ad affermare «la loro identità smarrita nello straniamento temporale dell’esistenza».

Quanto si persegue non sembra dunque lontano da una dissimulazione onesta, antico retaggio di inquietudini sperimentate nella nostra letteratura fin dal secolo XVII, e che Isgrò porta ad evidenza iconica, serbandone del tutto intatta la violenza e l’angoscia. La poetica delle «cicatrici» di Torquato Accetto, soprattutto se riletta alla luce delle chiose duttili e minuziose di Giorgio Manganelli, si mostra infatti tanto affine all’esperienza artistica di Isgrò da far pensare che quella ne sia sinopia. E non soltanto perché nell’includere «luoghi che non ci sono», così che «si dovrà pur leggere quello che è stato cancellato», sia Accetto che Isgrò ci consegnano un testo «esangue», che istituisce il silenzio volontario in luogo del rumore verbale, ma perché entrambi ci propongono un’emblematica epifania di parole, che non ha luogo alcuno, ma penetra dovunque, «anche nella preziosa forma dell’assenza. Cancellatela; e anche la cancellazione sarà letteratura».

Emilio Isgrò

La «Q» di Hegel e altri particolari

Henry Beyle, 2016, 52 pp., € 30

Veronica Di Carlo

Emilio Isgrò. Immagine o parola?

Aletti, 2016, 142 pp., € 12

Questa settimana sulla home page di Alfabeta2 Notizie in 2 minuti di Gianfranco Baruchello

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