DonateF_014-017Marco_Caselli_Nirmal-1024lla Orecchia

Un’istruttoria lunga più di trent’anni. Olocausto, memoria, performance al Teatro Due di Parma di Roberta Gandolfi è un libro prezioso. Prezioso, innanzitutto, perché frutto di una riflessione e, insieme, di un’esperienza sulla memoria: sui processi di rielaborazione del trauma nella società contemporanea; sul ruolo che il teatro ha svolto e può ancora svolgere come luogo di mediazione delle memorie collettive; sulla forma in cui questo è stato possibile e su quanto è cambiato negli ultimi trent’anni. Tutto prende l’avvio dall’Istruttoria di Peter Weiss, testo fra i più emblematici del teatro della memoria del Novecento, oratorio in 11 canti che evoca l’orrore dell’Olocausto a partire dalle parole dei sopravvissuti registrate durante il processo agli esecutori materiali dei crimini di Auschwitz a Francoforte (1963 – 1965).

Sottolineando la cifra «fredda» (cfr. A. Wieviorka, L’era del testimone) che caratterizza l’Istruttoria, Roberta Gandolfi ci richiama a quel magistrale incrocio fra documenti processuali, testimonianze reali, riscrittura capovolta e attualizzante dei Canti del Paradiso dantesco e forma del dibattimento istruttorio in tribunale che è alle origini del testo: l’Istruttoria è la singolare costruzione visionaria e allegorica di un paradiso distopico, la rappresentazione di un «theatrum mundi, a futura e non pacificata memoria dei crimini contro l’umanità, dove la Shoah trasfigura nel “campo di concentramento universale” di altri sfruttamenti, persecuzioni e stermini» (pp. 21-22). È questa chiave di lettura a tracciare il filo rosso delle pagine che seguono, in un viaggio condotto con rapida e illuminante sintesi, fra le principali tappe della fortuna scenica del testo di Weiss, a partire da quella di Piscator alla Freie Volksbhüne di Berlino del 1965, fino all’edizione realizzata dal Piccolo Teatro di Milano nel 1967, per la regia di Virginio Puecher.

Ultima tappa, e momento centrale dello studio, è l’avventura lunga trent’anni della Compagnia del Collettivo del Teatro Due di Parma, che portò in scena l’ Istruttoria per la prima volta nel 1984 e che da allora, ogni anno, la riprende: stessa la regia (Gigi Dall’Aglio), stessa la compagnia - sebbene alcuni attori siano nel frattempo cambiati - e stessa la tensione etica che anima tutti i protagonisti e che rende questa una operazione artistica di fortissima pregnanza etica e politica.

La proposta spettacolare del Collettivo privilegia la dimensione allegorica e universalizzante dell’Istruttoria su quella documentale (che aveva invece caratterizzato la proposta di Puecher, per esempio) e si concentra innanzitutto sull’indagine dei meccanismi della coscienza: «le strategie individuali di convivenza col ricordo, il venire a patti con la propria memoria, le dinamiche interiori di de-responsabilizzazione che, durante il nazismo, permisero a tante persone di farsi parte di una catena di sterminio, e, nei decenni successivi, di dimenticare e di auto-assolversi» (p. 47). È un discorso che ci riguarda da vicino e che sembra oggi quanto mai attuale.

Roberta Gandolfi, che da anni segue il progetto e assiste allo spettacolo, ne descrive nel dettaglio gli elementi che persistono a caratterizzarlo, al di là delle inevitabili variazioni. Ne ricordo due che mi paiono centrali: il rapporto fra lo spazio, lo spettatore e la scena della memoria, e la recitazione degli attori. Tagliato obliquamente da un muro nero di 11 metri, lo spazio che ingloba in una unica azione scenica spettatori e attori, costringe inizialmente i primi a muoversi dall’al di qua del muro – come un dietro le quinte, dove vedono gli attori prepararsi, truccarsi – all’ al di là – che dapprima è l’oscurità della memoria, il caos dei campi e poi diviene il luogo del ricordo. Lo spettatore, dopo avere viaggiato come in un rito di passaggio per i due spazi, conquista infatti la sua postura di testimone (seduto, con visione frontale) dinnanzi agli attori: un testimone consapevole e dunque responsabile. Solo allora inizia il canto dei sopravvissuti, in una onirica evocazione scandita da un’attenta drammaturgia delle luci e da una musica straniante (appositamente composta da Alessandro Nidi). Quanto alla recitazione degli attori, che si devono fare carico di dare voce alle parole dei testimoni reali, la scelta del Collettivo va nella direzione di restituire a ciascuna figura una storia individualizzata, definita in una psicologia precisa: e ciò, come approfondito nell’ultima parte dello studio, è una strada che richiede una particolare «postura» all’attore, fra coinvolgimento emotivo e distacco.

Non è il luogo questo per entrare ulteriormente nei dettagli descrittivi dello spettacolo.

Importante invece affrontare l’altro aspetto fondamentale che rende prezioso questo studio: una metodologia che, niente affatto neutra e scissa dall’oggetto prescelto, lo scandaglia in modo particolarmente originale. La strada che Roberta Gandolfi intraprende è infatti quella di intrecciare la ricostruzione storica, compiuta attraverso i documenti scritti, con le voci degli attori da lei intervistati, in una scrittura che raccoglie così i frutti di un lavoro non solo sulla memoria dei testimoni della Shoah, ma anche su quella degli attori e del pubblico che, nello spazio privilegiato del teatro, continuano a farsi carico di trasmettere e rielaborare, ancora e ancora, quella memoria traumatica, ma necessaria.

Ecco che il racconto dall’interno nutre la ricostruzione, non tanto e non solo dello spettacolo, quanto piuttosto del processo di creazione artistica, delle sue ragioni e tensioni. In particolare i racconti di attrici e attori tornano a parlarci del loro coinvolgimento nel progetto che ha segnato nel tempo anche la loro vita non solo artistica e della «postura» che l’attore-testimone si trova a dover assumere all’interno di un teatro che mette in scena la Storia. È questo un tema ampio e di grande rilievo, che investe problematicamente un’importante linea della ricerca teatrale, non solo italiana, e che sconfina anche oltre i limiti del teatro: quale il modo di portare in scena l’ “altro”, la cui identità e verità coincide con la realtà di essere testimone, e non cadere nella tentazione di sostituirsi a lui?

Roberta Gandolfi suggerisce di leggere la «postura» dell’attore-testimone a partire dal paradigma dell’inclinazione che la filosofa Adriana Cavarero propone nel suo studio Inclinazioni. Critica della rettitudine. Un paradigma che «parla di intersoggettività, non una intersoggettività fra pari, ma legata alla dipendenza e alla vulnerabilità, alla possibilità etica di agire in relazione»; una postura «sbilanciata verso l’Altro, in ascolto» (pp. 81-82).

Le testimonianze degli attori, del regista e quella, che si legge in filigrana, della stessa autrice, ci parlano delle loro storie accanto alla Storia, delle loro memorie accanto a una Memoria più ampia, della complessa modalità (forma e tecnica insieme) attraverso la quale ciascuno di loro si è assunto il compito di essere «mediatore di memoria».

Il teatro ha talvolta, ancora, questo privilegio e il libro di Roberta Gandolfi ce lo ricorda.

Roberta Gandolfi

Un’istruttoria lunga più di trent’anni. Olocausto, memoria, performance al Teatro Due di Parma

Mimesis, 2016.

In appendice, il reportage fotografico del primo anno di repliche, 1984, di Maurizio Buscarino.

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