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Cincinelli fa rima con Bucarelli

Antonello Tolve

Da qualche tempo le grandi manovre di svecchiamento che interessano la GNAM – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma – suscitano non poche polemiche sulle scelte di miglioramento, e adeguamento alle richieste del presente, esposte dal neodirettore Cristiana Collu. Una delle prime disposizioni a generare il malcontento degli addetti ai lavori è stata la rimozione di Passi, l’installazione site specific (molto amata dal pubblico) realizzata da Alfredo Pirri per la Sala delle colonne che è costata, tra l’altro, circa 150mila euro. Ad accogliere lo spettatore è, oggi, non più quel meraviglioso pavimento specchiante commissionato all’artista (Pirri per l’occasione aveva avanzato una luminosa riflessione sull’«accesso al museo» visto come «una soglia simbolica», come «una zona di trapasso auto-critico e insieme celebrativo. Attraversarla è una cerimonia che accentua la percezione di una dimensione spaziale e temporale irreale ma allo stesso tempo radicalmente e intimamente materiale») ma una nuova immagine, più commerciale si dice, più aggressiva, più legata alle strategie del museo come impresa. Scelta, questa, determinata anche dal fatto che la Galleria è, adesso, museo reso autonomo dalla riforma Franceschini e dunque uno spazio che ha il compito di ospitare al suo interno anche una serie di nuovi servizi extra-artistici.

Mettendo da parte il dossier Pirri (per quanto Passi sia un’opera straordinaria è giusto che un direttore decida di rimuovere alcuni lavori permanenti – anche se commissionati e acquisiti – per favorire una propria visione estetica), e guardando attentamente il nuovo aspetto della sala in questione, è possibile constatare come la decisione di Cristiana Collu nasca dal desiderio di trasformare l’ambiente, di fornire nuovi equipaggiamenti e nuovi strumenti idonei ad accogliere il pubblico, i pubblici più precisamente. Si tratta infatti di un luogo che «è dedicato alle persone, ai visitatori che possono stare nel museo senza necessariamente visitare la mostra, ma devono riappropriarsi di un luogo, di uno spazio pubblico per eccellenza come questo», ha precisato Collu. Ma il look, affidato allo spagnolo Martí Guixé (Barcellona 1964), nonostante l’idea generosa e certo più aperta strategicamente a esiti finanziari, risulta essere approssimativo, avvilente e finanche dannoso per l’immagine del museo. Certo Guixé, che conosciamo per i suoi prodotti spiazzanti, per i suoi ambienti caotici e frizzanti, per le sue trovate ironiche e anticonformiste, segue una personale traiettoria visiva che gli ha portato non pochi riconoscimenti (ha vinto il Ciutat de Barcelona Price nel 1999 e il National Design Price of the Generalitat de Catalunya nel 2007), ma gli accessori coordinati pensati per il bookshop, il ristoro e il guardaroba fanno davvero pensare a certe «linee» d’arredamento Ikea. Imbarazzante, poi, la scelta di disegnare a mano testi e numeri (utilizzando il carattere di Giovanni Battista Bodoni) che sembrano immergere i visitatori in una grande tombolata e in una provocazione all’acqua di rose.

Deglutito con un po’ di avversione lo sciroppo Guixé, ad accogliere lo spettatore è la mostra The Lasting. L’intervallo e la durata, affidata al poco conosciuto – e alcuni hanno finanche pensato (a smentirlo è l’età anagrafica) «giovane» curatore – Saretto Cincinelli. A contraddire l’assenza di notorietà sono, del resto, la sfilata di mostre che Cincinelli ha curato negli anni – considerevole La guerra che v2016-09-04-13-26-24errà non è la prima 1914-2014 (al MART nel 2014-2015), curata assieme a Nicoletta Boschiero, Gustavo Corni, Gabi Scardi e Camillo Zadra su un progetto di Cristiana Collu. E non dimentichiamo che ha all’attivo, in duo con Collu, un considerevole ventaglio di mostre – tra queste L’evento immobile (contrattempi) (Museo Comunale di Gavoi, 2007), Lo sguardo ostinato (Casa Masaccio, 2009), L’evento immobile: sfogliare il tempo (Casa Masaccio-Palazzo d’Arnotto, 2011), Ripensare il medium: il fantasma del disegno (Casa Masaccio, 2015) e le due stazioni di Un sogno fatto a Mantova – che spiegano la fondatezza della scelta direttoriale: quella, appunto, di affidargli la prima esposizione temporanea d’arte contemporanea alla GNAM. Tuttavia, e ci dispiace dirlo, la mostra è debole, debole, debole. Sembra un esercizio d’impaginazione le cui risoluzioni (davvero superficiali) non solo portano ad una confusione logica tra opera e opera, a una sgangheratezza periodale tra opera e insieme, ma manifestano l’assenza di una metodologia selettiva. La mancanza inconsolabile di un reale legame tra le opere e la scarsa serietà nella strutturazione della mostra, lasciano senza parole. Nel testo di presentazione si legge che, accanto a una serie di nomi – molti strappati all’attuale scena toscana – «protagonisti di questo intervallo e durata sono anche», e forse qui andava scritto «sono particolarmente», «le opere di Alexander Calder, Lucio Fontana, Medardo Rosso provenienti dalla collezione della Galleria».

Per seguire alla lettera i concetti di «intervallo» e «durata» il lavoro di Alessandro Piangiamore è stato smembrato, quello di Antonio Catelani è stato messo nel retrobottega e molti ammassati alla rinfusa, quasi a far rimpiangere – proprio oggi che si parla tanto di brusio e di horror pleni – un sano horror vacui. Il profilo di Clio (terra-terra) e un Senza titolo di Giulia Cenci sono dimenticati come l’aratro in mezzo alla maggese, mentre alcune opere – per mala collocazione e inavvedutezza del personale di sala – sono diventate l’inciampo obbligato del visitatore (ci riferiamo alle piccole sfere collocate accanto ai concetti spaziali-natura di Fontana, la cui opera è disseminata come i sassolini de Le Petit Poucet). In questo caso, il famoso centimetro che ti sposta la visione è diventato davvero un chilometro.

The Lasting. L’intervallo e la durata

a cura di Saretto Cincinelli

Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, 22 giugno 2016-29 gennaio 2017

1_massimovitali-palermoAi margini della consuetudine

Elisabetta Marangon

il lavoro del fotografo […] credo consista nella stesura di una carta geografica più che nel seguire una linea retta, una strada precisa, una specie di percorso obbligato; nel costruire piano piano, assieme, una specie di mappa sulla quale ognuno può trovare la sua strada pur muovendosi all’interno di una serie di regole prestabilite, di conoscenze necessarie. Credo che questa costruzione di una mappa, da leggere dall’interno per imparare a muoversi, provando strade diverse, sia un esito possibile, comprensibile e praticabile.

Luigi Ghirri

Un uomo viaggia su un mezzo pubblico circondato dai corpi degli altri passeggeri. Il suo volto è colpito da un fascio di luce laterale che lo divide in due metà contrapposte, nelle quali l’ombra avanza sulla pelle cancellandone i tratti fino ad arrestarsi sul limite tracciato dalla luce che svela la tensione del suo sguardo, orientato su un punto posto fuori dall’inquadratura che lo ritrae in campo medio. Tale sospensione evocativa è percepibile anche nelle altre immagini che la precedono e la seguono; come quella di un’anziana coppia seduta su una panchina, distratta in pensieri intraducibili, la cui immobilità è scossa dal sorriso di una bambina, seduta in mezzo a loro, che guarda incuriosita in camera; o come quella di un uomo e di una donna sorpresi all’interno di una galleria nella quale le linee dei loro corpi si allineano con quelle delle tele esposte. Sono Max Ernst sul vaporetto; Carlo Carrà con la sua famiglia ed Enrico Castellani nella sua sala con la gallerista Beatrice Monti, tra i tanti artisti ritratti in bianco e nero da Ugo Mulas nei servizi fotografici realizzati alla Biennale di Venezia dal 1954 al 1972.

Le sue fotografie dialogano con quelle di Massimo Piersanti, il quale documenta alcuni emblematici momenti di Contemporanea (1973-1974), la mostra ideata e curata da Achille Bonito Oliva nel parcheggio sotterraneo di Villa Borghese. Sono i loro scatti ad accogliere il visitatore alla mostra allestita presso al MAXXI per i settant’anni della Repubblica: Extraordinary Visions. L’Italia ci guarda, curata da Margherita Guccione. Si tratta di una collettiva di quaranta artisti italiani e internazionali, tra i quali Begoña Zubero Apodaca, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Paola De Pietri, Luigi Ghirri, Guido Guidi, Walter Niedermayr e Ferdinando Scianna: i cui lavori fotografici e video, provenienti dalle Collezioni del Museo, guardano agli ultimi sessant’anni del paesaggio italiano, fisico e mentale, attraverso una scansione critica, topografica e identitaria, sottraendolo alla prevedibilità di un immaginario illustrativo.

Le centocinquanta opere sono suddivise in quattro aree tematiche (Arte, Architettura, Cultura; Res Publica; Paesaggi Contemporanei; Città, Comunità, Lavoro), indipendenti e al contempo intersecanti, nelle quali le eterogenee declinazioni autoriali si susseguono alternandosi per similitudine o giustapposizione, tematica, tecnica o estetica, come nel caso di E.U.R. San Pietro e Paolo (1998) di Hiroshi Sugimoto e Aldo Rossi, Unità residenziale al quartiere Gallaratese, Milano (2004) di Francesco Jodice. Se in entrambe domina l’assenza della figura umana, altri elementi stridono tra le due esposizioni rendendole opposte e al contempo complementari per la loro diversità, come ad esempio il bianco e nero o il colore, l’angolazione, la staticità o il movimento. Scelte che suggeriscono una differente poetica mentre, poco distante, lo spettatore è sorpreso dalla proiezione video di Petra Noordkamp, La madre, il figlio e l’architetto (2012), da lei dedicata al presente e al passato di Gibellina, città che pare rivivere grazie alla sua voce narrante mentre attraversa quei luoghi fantasma.

L’interesse contemporaneo dell’arte per una narrazione visiva ibrida, a tratti cinematografica e a tratti documentaristica, contraddistingue anche Incompiuto siciliano (2008), un’installazione critica e politica del collettivo Alterazioni Video, incentrata sull’abbandono e sullo spreco architettonico che si fronteggia con Cronache dal Basso Impero (2011) di Francesco Zizola e con Politico (2013-2015) di Gianni Cipriano e Simone Donati: entrambe caratterizzate da uno sguardo lucido, impietoso e a tratti caricaturale, che mette a fuoco una parte della comunità italiana restituita dalle espressioni e dalle pose grottesche dei protagonisti politici così come dal loro entourage. Tale denuncia si ritrova anche nell’investigazione sull’abusivismo che dall’Ecomostro di Scala dei Turchi a Porto Empedocle di Massimo Berruti (2007), si allarga a quello turistico della Città perfetta (2015) di Olivo Barbieri, progetto sull’inurbamento lungo la costa adriatica nel quale, come sottolinea Pippo Ciorra nel catalogo della mostra, «le distanze fisiche non sono importanti, dominano le strade e le ferrovie […] l’economia confligge con il paesaggio, tutti vogliono abitare in una casa monofamiliare ed è impossibile capire se l’edificio che osserviamo è un’abitazione urbana, rurale, turistica o magari un piccolo nucleo produttivo. O tutto questo insieme».

Dallo sfaccettato e contraddittorio tessuto urbano si passa a quello industriale negli scatti panoramici di Paolo Pellegrin che compongono il lavoro sulla Raffineria Versalis. Ravenna (2013), un paesaggio surreale di torri e silos metallici che rievocano le atmosfere spettrali di Michelangelo Antonioni in Deserto rosso (1964) e quelle fantascientifiche di Ridley Scott in Blade Runner (1982), fino a penetrare all’interno delle fabbriche per indagare i volti del corpo sociale radunatosi nelle manifestazioni e nei cortei pubblici, come in Assemblea a Mirafiori, Torino (1980), di Tano D’Amico, o intento nella produzione, come documentano gli scatti di Paola Agosti tratti dalla Donna e la macchina (1983), nei quali al centro del reportage sono l’uniformità, la ripetitività e l’automatismo femminile. Le donne appaiono come dei «replicanti», al pari dei protagonisti di un concorso pubblico indetto dall’Esercito Italiano in Caserma Gonzaga di Foligno, Perugia (2014) di Michele Borzoni: i quali, allineati in file geometriche, sembrano essere duplicati da un programma computeristico. Extraordinary Visions. L’Italia ci guarda si conclude all’esterno del MAXXI con l’opera corale e multietnica Costruiamo la comunità del XXI secolo (2016), parte di Inside Out, progetto dell’artista francese JR, composta da oltre duecento ritratti degli alunni della scuola Guido Alessi di Roma affissi sulla parete esterna della «Palazzina D»: opera che, come afferma Margherita Guccione, «sposta la mostra oltre lo spazio dell’allestimento, nella piazza del museo dove fluisce la città, verso quei territori dove siamo insieme attori e spettatori, da cui guardiamo all’Italia e da cui l’Italia ci guarda».

Extraordinary Visions. L’Italia ci guarda

a cura di Margherita Guccione

Roma, MAXXI, dal 2 giugno al 23 ottobre 2016

catalogo Fondazione MAXXI, 2016, 112 pp. ill. b/n e col., € 12

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