francesco_muzzioli

Muzzioli in una foto di Dino Ignani

Massimo Castiglioni

Il Novecento è un dibattito ancora aperto per Francesco Muzzioli (docente di teoria della letteratura alla Sapienza), stando almeno a quanto emerge dalla pubblicazione di Di traverso il Novecento, che contiene una parte della produzione critico-letteraria da lui dedicata a quel secolo che qualcuno definì breve, ma i cui tentacoli vanno ben oltre gli sbarramenti temporali.

Quello elogiato da Muzzioli non è un Novecento chiuso nella torre d’avorio della malinconia e del rimpianto di una grandezza perduta; è semmai un terreno dove agiscono forze agguerrite e rumorose, munite di grande spinta contestativa e insofferenti nei confronti delle forme più corrive. Lo sguardo del critico – che mette a fuoco singoli testi, o porzioni di testi, o determinate ossessioni che ritornano in più di una situazione – tenta di volta in volta di cogliere quell’elemento che conduce dal particolare all’universale, dal più piccolo dettaglio di una poesia al terreno ideologico su cui è edificata, dalle scelte individuali al dibattito collettivo. Un’attenzione alla materialità dell’opera, dunque, al suo legame con il contesto in cui nasce.

Sono essenzialmente quattro le questioni che ritornano nel libro e guidano, alla maniera di bussole, il percorso di Muzzioli: potremmo definirlo un «poker di A»: avanguardia, allegoria, alternativa e antagonismo. I saggi si distribuiscono lungo questi assi – che ora si intrecciano e ora si separano – arrivando a toccare argomenti più specifici e autori anche lontani tra loro. Si va da d’Annunzio a Celati, da Pascoli a Landolfi, da Pasolini alla neoavanguardia di Pagliarani e Sanguineti, e molti altri. Per ogni scrittore affrontato emergono spunti di riflessione e interesse che dialogano, in una certa maniera, con il «poker» di cui sopra. L’ironia, il plurilinguismo, il fantastico, la «perdita d’aureola» o lo straniamento sono solo alcuni degli «amici» chiamati al tavolo verde da Muzzioli.

Alla base c’è un’idea radicale della letteratura, con il richiamo alla sua funzione civile e il privilegio accordato alle linee più contestative. Il risultato è il ritratto di un Novecento esplicitamente «di tendenza»; ma si tratta di una tendenza scomoda, antagonista appunto, il cui recupero è necessario visto che il passato torna sempre e non finiamo mai di farci i conti. Il titolo stesso allude a questo senso di disturbo: quel «di traverso» certamente si riferisce al modo con cui si attraversa il secolo, ma anche al «mettersi di traverso» – aggrappandosi a quelle «operazioni che rinunciano alla comoda omologazione» – e, infine, all’«andare di traverso», come quei cibi che invece di scivolare per l’esofago finiscono nella laringe.

Se a simili caratteristiche corrispondono i personaggi partecipi delle attività delle avanguardie (ognuno a modo suo, in effetti), più interessanti sono allora le pagine dedicate a chi vi è rimasto estraneo, a cominciare da Pascoli e d’Annunzio. Del primo è analizzato Il lauro, in Myricæ, dove, accanto a quelle personali, emergono tematiche più ampie, dall’abolizione della lotta di classe che passa per l’abolizione della lotta tra le classi delle parole (col soccorso del Sanguineti di Ideologia e linguaggio) fino all’amaro destino della poesia nella società capitalista (allegorizzato nella recisione del lauro, resa indispensabile da altre necessità, e quindi malinconicamente accettata dal poeta). D’Annunzio è invece l’ideale campo d’allenamento per un esercizio di «semiotica materialista»: «si tratterebbe in pratica di studiare le strategie di valorizzazione o svalorizzazione prodotte dai procedimenti linguistici e stilistico-retorici». Una figura come la metafora si presta perfettamente al gioco, in particolare la metafora dell’oro, visto il valore che l’oro conferisce a ogni elemento che gli si accosti: e che non poteva mancare in un autore come d’Annunzio, teso com’era a un’ossessiva promozione e glorificazione del proprio lavoro. In particolare sotto la lente di Muzzioli passa Il sonetto d’oro (con il processo di versificazione messo sullo stesso piano della fattura dei gioielli). Alla fine c’è anche spazio per il d’Annunzio più direttamente politico e populista di Canto di festa per Calendimaggio: in cui, avvolto nella sua ubriacante retorica, si rivolge a una massa di «uomini operatori», con apparente atteggiamento d’esaltazione, per poi relegarli a una condizione di subalternità.

Dal passaggio tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo fino a una rapida incursione nel ventunesimo, in ogni caso la prospettiva scelta privilegia sempre questo movimento – dalla materialità del testo a quella sociale. È uno sguardo fondato sul dialogo con alcuni «numi tutelari» ben presenti nel libro (Benjamin su tutti); ed è uno sguardo che anche quando si poggia sugli scrittori più canonici sceglie sempre una posizione alternativa, politica. Forse, in conclusione, potremmo addirittura sbilanciarci e dire «marxista» (se si può ancora nominare Marx di questi tempi… del resto il Muzzioli poeta, un paio d’anni fa, ha confidato in un suo libretto di sentire ancora Il richiamo del comunismo).

Francesco Muzzioli

Di traverso il Novecento

Fermenti, 2015, 384 pp., € 24,90

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