trevisanFilippo Polenchi

Il primo lavoro non si scorda mai, soprattutto se in gioco ci sono le proprie dita. Operaio alla pressa, fabbrica di gabbie per uccelli. Inizia così Works di Vitaliano Trevisan, «memoir» sui lavori attraversati dal protagonista-autore dalla gioventù all’inizio della «seconda vita» da scrittore. Nel portfolio incontriamo: muratore, mezzo-muratore, magazziniere, spacciatore, geometra, tecnico di design, operatore del verde, lattoniere, gelataio in bassa Baviera, ancora magazziniere osteggiato dai capi e inviso dai compagni, portiere di notte. Un libro disturbante, inquieto, irredento, di forte impronta metanarrativa. Infatti Works è anche e soprattutto l’immenso commento al proprio lavoro letterario, che mobilita tutte quelle esperienze combustibili del solo impiego mai davvero desiderato, quello che gli permetterà di guadagnarsi «da vivere scrivendo, cosa per me essenziale per potermi considerare uno scrittore a tutti gli effetti». Con acribia e puntiglio (Andrea Cortellessa su Le parole e le cose ha parlato di «componente paradossalmente positivistica») l’autore fornisce anche le coordinate esatte per definire una personale geografia letteraria, dominata dal magistero della trinità in «B»: «[Bernhard] ha insegnato che si può fare a meno dell’odiato cosiddetto discorso indiretto, nonché della descrizione; [Beckett] che non è altresì strettamente necessario rinunciare anche alla descrizione, a patto di essere pittorici e mai, ripeto mai didascalici; il terzo, [Bacon] che la pittura, così come la drammaturgia, non è mai narrativa, né tantomeno illustrazione e/o decorazione». Come se fosse un esercizio pratico Works, più che un obliquo Bildungsroman, si rivela una drammaturgia svuotata di narrativa, ridotta a ripetizione di situazioni, di pannelli ritmici senza più connessioni deterministiche, ma frutto di un assemblaggio «barbarico» (secondo l’uso che Eliot faceva del termine).

Tuttavia si ha l’impressione che il conflitto non sia fra un «prima» (fatto di lavori tradizionali) e un post (la scrittura), ma più radicale, ovvero tra lavoro e non-lavoro. Fino a un certo momento, infatti, la dicotomia operaio/travet, come opposizione tra sanità e futilità, tiene. Ad esempio, quando il narratore è messo davanti a un incarico anodino e impiegatizio e a un contratto a «tempo indeterminato», gli equilibri biochimici si scombinano. «Ah no!, mi dicevo, Questo proprio non fa per me, che non voglio entrare a far parte di nessuna cazzo di grande famiglia. [...] Se sono qui è solo perché devo. No, mi dicevo […] un giorno inizierò a scrivere; non so ancora quando, né come, ma un giorno inizierò e sarà finita». Un impiego di «stanchezze trascinate per settimane», che conferma la definizione che in fisica si dà di «lavoro», ovvero l’energia scambiata tra due sistemi attraverso l’azione di una forza: «Disperazione, è per questo che scrivo». Dall’altro lato, invece, il lavoro è un argine contro «l’insensatezza dell’esistenza». È il «fare ordine» wittgesteiniano («Non avevo più dubbi, era quella la strada: lavoro manuale pensiero e scrittura»).

Ma quando si avanza il dubbio del «fallimento» come sola regola mansionaria mai seguita, seppur inconsciamente, la battaglia si sposta nel cielo e il dramma è totale: non c’è un lavoro buono e uno cattivo, c’è solo da trovare una exit strategy. Che questa sia la morte, l’entropia estrema? Altro che «fare ordine». Man mano che ci si avvicina al punto in cui nelle «tenebre» si aprirà un varco verso l’ignota dimensione della vita letteraria ecco che non solo la notte è più nera, slavata di disperazione e sonnambulismo, d’incerto vedere, ma più persistente è l’odore della morte. Il tempo è tinnulo, si fa clock-work, meccanismo a orologeria. E il conto alla rovescia inizia: il grande editore sta per pubblicare il più famoso dei suoi non-romanzi, I quindicimila passi (siamo nel 2002), ma lo scrittore-portiere notturno va in Africa, in una stagione all’inferno delirante e nichilista. L’autore è sicuro di non far ritorno a casa. «Arriva il giorno di tornare, ovvero di morire», scrive. Dunque, per quanto anche lo sguardo dell’autore sia mobile al pari della sua smania di movimento, mai si scorge una vera comunione tra desiderio e realtà, anche quando le cose sembrano andare per il verso giusto.

In questa dinamica oscillatoria e senza tregua («Perché non mi lasciano andare alla deriva in pace?») c’è lo stesso rapporto tra la messinscena di un harakiri (liturgico e cruento) e una terapia (memorabile l’elogio della chimica farmaceutica e degli antipsicotici). La grande forza drammatica del libro risiede nell’impossibile conciliazione fra le due parti. Non si sfugge alle cattive digestioni degli uffici, al sonno postprandiale, alla noia, così come non si potranno evitare «crolli» nervosi nella «seconda vita», oltraggi professionali, visite a «Psichiatria 2».

È la metamorfosi distruttiva di Bacon, nume tutelare della trasformazione. Semmai il solo equilibrio è nel pericolo dell’abisso, sull’orlo di muri fragili e senza imbracature, come fa il lattoniere, il lavoro più amato dal Nostro, nel quale c’è quiete nel dinamismo, equilibrio nella precarietà degli appoggi, amicizia e rispetto, nel quale non c’è dissipazione d’energia, perché «ero sempre ben cosciente, mi obbligava a concentrarmi, a esserci, per così dire, lì e ora». La cura è in verticale.

Works colpisce con la stessa brutale soavità di una bacchetta sul rollante della batteria o di una meditazione, tenendo conto che ogni meditazione è sempre intorno alla morte.

Vitaliano Trevisan

Works

Einaudi Stile Libero, 2016, 656 pp., € 21

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!