manicomio-520x245Piero Del Giudice

È cosa da niente sbroccare, dare di matto. «Es cosa de nada», come dice con un aforisma ispanico Pier Maria Furlan nella prefazione al poderoso volume – fatica sua e di altri – che restituisce un’ampia ricerca sulla vicenda manicomiale in Italia a partire dalle cronache delle principali testate italiane: censendo 1200 pezzi – tra attualità, inchieste, fondi – dal 1968 al 1978, anno questo in cui viene approvata (il 13 maggio) la legge 180, la cosidetta «Basaglia» (le sedi sono La Stampa, Stampa sera, il Corriere della sera, l’Unità, L’Espresso, la Repubblica). L’autore (oggi un accademico, ma allora – scrive – il teamchief che guida la chiusura definitiva dei manicomi torinesi di Collegno e Grugliasco, collocando in varie residenze 529 «residui manicomiali») documenta l’importanza determinante di questi fogli di informazione, sia quando rendono pubbliche le reali condizioni manicomiali, teatro di incidenti e/o crimini, sia nella denuncia delle condizioni in cui le persone giacciono una volta recluse, sia nell’appoggio alle esperienze più avanzate del processo di liberazione, che sono quelle guidate da Franco Basaglia a Gorizia, a Colorno e a Trieste. Sostanziale che se ne parli: che i lugubri interni dei luoghi dove si chiude la follia siano scoperchiati, diventino argomento di discussione, tema di dibattito, salgano le prime pagine. Giornalisti e intellettuali – Carlo Casalegno, Camilla Cederna, Furio Colombo, Natalia Aspesi, Dacia Maraini, Liliana Madeo e altri – accompagnano con consapevole favore il percorso accidentato della riforma. Non compaiono qui, invece, gli innumeri quotidiani e fogli vari che hanno contrastato/combattuto apertamente la riforma (Il Piccolo a Trieste contro i basagliani, Il Messaggero veneto contro la comunità goriziana, la Nazione a Firenze, La Gazzetta di Parma contro Mario Tommasini – «dove si lavorava davvero», ricorda Franco Rotelli, «li avevi addosso»). Giornali questi che hanno alimentato ogni irrazionalità, ogni «medioevo», solleticando – ogni giorno – la pancia dell’accidioso lettore.

Qui da noi, negli anni Sessanta, ci sono più di 130.000 persone dentro gli ospedali psichiatrici. Bambini con adulti, anziani perché anziani, operai scartati, braccianti sbroccati nelle viscere delle miniere belghe, alcoolisti negli spazi della psichiatria, gli spazi della psichiatria dentro alte mura, e i medici «alla porta»: passano, la suora si affaccia alla porta – e relaziona. Botte, randelli, contenzioni, camicie di forza, lobotomie, elettroshock, scariche elettriche applicate ai testicoli e ai bambini incontinenti. E interessi, danaro molto, voti e aggio alla criminalità. E tutta una comunità scientifica che tace. Basaglia: «La nostra forza in questi anni è stata la spinta non a ricomporre un nostro sapere che poi è il nostro potere di tecnici, ma a frantumare quest’ultimo apprendendo a riconoscere il sapere degli oppressi in tutta la sua durezza critica verso la scienza dominante».

Quando viene il tempo delle inchieste – memorabile quella di Liliana Madeo (della redazione romana della Stampa) sui manicomi pugliesi di Bisceglie, Putignano e Santa Maria di Foggia – emerge la complessa rete di interessi che fermentano sulla miseria umana: soldi dati per le rette dalle Province che spariscono, pensioni che spariscono, voti alla Democrazia Cristiana con percentuali bulgare (le suore caritatevoli, come nella Giornata di uno scrutatore di Italo Calvino al Cottolengo). E la magistratura: come nel caso Ragazzino – direttore dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa – che, sotto inchiesta, si impicca. Qualche anno prima l’arresto di suor Maria Diletta Pagliuca, direttrice del compound infantile Santa Rita (protettrice delle spose infelici) di Grottaferrata: si riesumano corpi di bambini per morte sospetta, i ragazzi sono legati, costretti nelle proprie feci, segnati dai colpi… Né mancano le Sap, le Squadre Armate Proletarie di Prima Linea, con l’attentato al medico e direttore di casa di cura Giorgio Coda, detto «l’elettricista», sequestrato e ferito con tre colpi di pistola, nel comunicato «per maltrattamenti e sevizie ai pazienti» (cfr. Alberto Papuzzi, Portami su quello che canta. Processo a uno psichiatra, Einaudi 1977).

Giornali, sono. E allora la cronaca corteggia luoghi comuni e pruriti di massa. Ecco Maria Schneider (dopo L’ultimo tango a Parigi) che vuole ricongiungersi alla compagna Joan Patrice Townsend, in ricovero coatto a Santa Maria della Pietà di Roma. Si presenta al portone, viene accolta e avviata ai reparti. Una mostra di pitture dei folli di Mombello viene interdetta dal Provveditore agli Studi di Asti perché «c’è pure un Cristo in croce dal sesso enorme», lo ha disegnato un matto che da 40 anni invoca un rapporto con le donne. L’esercizio sessuale in manicomio è l’apice della repulsione-attrazione. Basaglia fa normalità: «sono un medico che usa con cognizione di causa i medicinali messi a disposizione della farmacopea: la “pillola” non ha soltanto l’indicazione di contraccettivo, ma anche di regolatore di alcune funzioni ovariche».

Il libro di Furlan succede in rapida sequenza a quello di John Foot La repubblica dei matti (Feltrinelli 2014), a quello di Franco Rotelli L’istituzione inventata. Almanacco. Trieste 1971-2010 (Alphabeta 2015) e altri, come il bel libro di Massimo Cirri Un’altra parte del mondo (Feltrinelli 2016). È utile? Ha senso? Percorre lungo le fasce – sugli esterni, sulle cronache – la fatica riformatrice e lo scontro di classe che si accende nel decennio 1968-1978 attorno ai manicomi e anche alla follia. Ci sono allora quelle domande «ma tu lo vedi che molto semplicemente non sanno cosa significa “sciopero”, “assemblea”, “manifestazione”, “delegato di reparto”?». Bisogna ripartire da lì, consegnare memoria, entrare nel presente quando il teatro del dolore del manicomio non c’è più – e tutto è spostato, traslato. E tutto oscilla, i ghiacciai (eterni) si sciolgono, le olimpiadi dipendono dagli sponsor e dagli oppiacei, il portiere della nazionale piange per la sconfitta ai rigori ai quarti o per la scommessa malposta, il papa in visita ad Auschwiz è – in mezzo alla scorta polacca – un deportato avviato al lager, tra i suoi carnefici.

Pier Maria Furlan

Sbatti il matto in prima pagina

Donzelli, 2016, XII-436 pp., € 32

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2 Risposte a Portami su quello che canta

  1. Pier Maria Furlan scrive:

    Sono Pier Maria Furlan. Grazie splendida, acuta, esauriente e competente recensione.

  2. Tiziana scrive:

    Bellissima recensione, all’altezza del sapientissimo e provocatorio autore.

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