194x_piazza_duomo_propagandaDavide Orecchio

Io fascista, memoria iniziatica di quel fascista per sempre che fu Giorgio Pisanò (1924-1997), è tornato in libreria. Il Saggiatore ha ripubblicato il volume nel 2015, a quasi vent’anni dalla prima edizione (1997). Eppure, con un altro titolo (La generazione che non si è arresa), il memoriale di Pisanò è andato attraversando i boschi e sottoboschi dell’editoria italiana sin dal 1964. Ma il testo ebbe la sua emersione pubblica nazionale solo nella seconda metà degli anni Novanta, in una stagione di revisioni della storia italiana, del crollo del fascismo, della Resistenza, dove trovarono spazio e per la prima volta risonanza anche le voci di chi aveva vissuto gli anni della guerra civile dalla parte repubblichina (i Vivarelli, i Mazzantini, solo per citare i casi editoriali più noti).

Quella stagione, con le sue polemiche e i suoi elementi di novità memorialistica, coi suoi dibattiti su storia e memoria condivisa, non condivisa, eccetera, è ormai alle spalle, eppure l’autobiografia fascista di Pisanò si fa leggere ancora come fosse una creatura appena nata, rabbiosa, feroce, vitale. Una creatura nata dal torto, ma convinta di avere ragione, e abile e lucida e manichea nel ricordo, nella testimonianza, e dotata di una scrittura capace di narrare, anzi di vivere e far vivere quanto racconta in una sincronia non comune tra verbo e gesto. Una fortuna non da poco, per il lettore di oggi che ha anche la sorte benigna di arrivare a fine dibattito, senza più l’obbligo di interrogarsi sulla liceità delle memorie fasciste, sullo «sdoganamento» dei vinti e via elencando.

Pisanò – per usare le sue stesse parole – scrive per «fornire agli italiani testimonianze dirette e documenti che non siano di esclusiva provenienza antifascista e partigiana». Offre l’altra versione dei fatti. Racconta le proprie ragioni e peripezie di giovane repubblichino: dall’adesione, dopo l’8 settembre 1943 e appena diciottenne, alla Rsi di Mussolini e Hitler, alle varie imprese militari e di spionaggio su e giù per l’Italia, fino agli ultimi giorni dell’aprile 1945, lui ancora risolutamente soldato fascista, arruolato nella «colonna Vanna» insieme a poche centinaia di combattenti, intrappolato nel ridotto della Valtellina in attesa di un Mussolini che non arriverà mai. I fatti accelerano negli ultimi scontri coi partigiani, infine nella resa, nella cattura, nelle aggressioni, nelle ingiurie, nella ferocia dei tribunali del popolo. Da questo de profundis di camerati giustiziati in esecuzioni sommarie dopo verdetti sommari e forse evitabili, Pisanò si salva grazie agli inglesi che l’imprigionano in un campo POW di Rimini: ne uscirà libero nel 1946, in tempo per partecipare alla fondazione del Movimento sociale italiano e darsi a una carriera neofascista mai abiurata fino alla morte.

La bravura di Pisanò sta nella costruzione di un candore: ogni fatto o aneddoto, ogni personaggio o commilitone è raccontato dalla parte di un’innocenza e giusta causa che se, com’è ovvio, sul piano storico non esistono né sono accettabili, sul piano letterario crescono e si insediano nell’atto della lettura, nel corso di una credulità sospesa. Dalle pagine sulla prigionia, sui mesi trascorsi tra la vita e la morte, Pisanò trasmette poi il ragionamento sulla scelta neofascista nell’Italia repubblicana: «Quando ripenso a quei giorni – scrive –, mi domando se gli antifascisti abbiano mai compreso l’enorme errore commesso nel volerci perseguitare in quella maniera. […] Ci vollero considerare tutti in blocco una banda di criminali, di pazzi furiosi, di avventurieri prezzolati. […] E ci blindarono in galera, ci chiusero nei campi di concentramento, ci processarono, ci lasciarono accoppare». Se ci avessero trattato umanamente, senza infierire – questo il rimprovero –, forse la storia, dopo, sarebbe stata diversa. Invece «fu proprio lì, tra le mura del carcere e il filo spinato dei campi di concentramento, che nacque la “generazione che non si è arresa”».

Quali che fossero le sue motivazioni, la lotta dalla parte del torto di Pisanò proseguì senza requie. E se, per citare Ágnes Heller, la storia è su quanto accade visto da fuori, mentre la memoria è su quanto accade visto da dentro, nel caso di Pisanò storia e memoria sembrano essere la stessa cosa, paiono davvero nient’altro che la prosecuzione del conflitto con altri mezzi. La sua produzione saggistica e storiografica nei decenni successivi alla guerra, tutta intenta a «smascherare» antifascisti e partigiani, sta lì a dimostrarlo: un’operavita di fascista irriducibile, mai attraversata da dubbi o revisioni, che ha il suo innesco negli ostinati ultimi giorni di Salò raccontati in queste pagine.

(Per chi voglia approfondire la biografia di Pisanò, ecco due articoli dall’archivio di «Repubblica»: Pisanò, l’irriducibile cacciatore di scoop in camicia nera, 1997; Li hanno strumentalizzati ora i testimoni tacciono, 2000).

Giorgio Pisanò

Io fascista. 1945-1946, La testimonianza di un superstite

il Saggiatore, 2015, 308 pp., € 19

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