cmdp_montageEmanuele Dattilo

È un’esperienza che tutti conosciamo: è più facile confessare il segreto sulla propria vita a un estraneo in treno, a un passante che conosciamo appena di vista e che probabilmente non incontreremo più (ma anche se lo incontrassimo, forse gli rivolgeremmo la parola?), piuttosto che all’amico che conosciamo bene e di cui ci fidiamo senza riserve. Quell’estraneità, infatti, sarà il più fedele scrigno del nostro mistero; esso risiederà lì, in quel volto che a malapena ricorderemo, non più come qualcosa di nostro, di cui ci vergogniamo o di cui andiamo stupidamente fieri, ma vivrà allo stato puro, beato, finalmente liberato da ogni riferimento alla nostra esistenza quotidiana – che l’amico invece conosce bene, e attraverso cui interpreterebbe e forse scioglierebbe la cifra nel tappeto. Questo genere insistente di passanti è il materiale prediletto della letteratura e della vita, e a questi appartiene Pierre Michon, che ha raccolto, serbandone intatto il mistero, queste Vite minuscole, in un libro uscito ora in italiano, a più di trent’anni dalla prima edizione francese, nell’ottima traduzione di Leopoldo Carra.

O sono forse gli eroi di queste biografie a sapere qualcosa di Michon? I personaggi insignificanti e indimenticabili, che Michon descrive con euforia e grazia in queste otto biografie, sono in effetti i più adatti a raccontare la sua propria vicenda: essi ne posseggono certamente la chiave. Non perché siano tutti persone a cui è legato anche un suo minimo, insignificante ricordo personale; bensì perché, in quella chiusa irraggiungibilità, essi rappresentano il più prezioso e ricco serbatoio della sua immaginazione letteraria, mostrando le possibilità più grandiose e anonime, che nessuna vita può realmente svolgere. L’autorità non è data al biografo da nessuna particolare competenza rispetto ai propri soggetti: egli semplicemente ha urtato con la sua immaginazione questi cocci e detriti dimenticati, si è chinato a raccogliere e porgere orecchio a queste vite, come a conchiglie. Esse hanno certamente un significato, nella sua vita; quale sia, è impossibile stabilirlo. I personaggi sono quasi tutti scomparsi, dimenticati, morti, e comunque tutti rigorosamente assenti dalla vita dell’autore, in esilio. Nessuno su cui scrive è presente, vivo nella sua stessa vita.

Biografie si possono dare dunque, per un cinico paradosso, solo di morti? Morendo e scomparendo, questi personaggi, come secondo una lunga tradizione, si sono trasfigurati in possibilità letterarie. Man mano che i racconti si susseguono, sempre più si delinea in primo piano, insieme alla vita dell’autore, quello che in essa è diventato l’incontro più decisivo, la presenza più vera e l’unica viva: la scrittura (chiamata qui «lo Scritto»), di cui viene raccontato l’arduo corteggiamento, l’innamoramento devoto, gli intermittenti, deludenti incontri, il lento e progressivo impossessamento. Questo è l’incontro, sembra suggerire Michon, il più esigente e tirannico, l’esclusivo, che ha preso assoluto e incontrastato governo della sua vita, e attorno a cui ruotano, minuscoli e satellitari, tutti gli altri.

Ma in che senso queste vite sono minuscole? Non nel senso, certamente banale, che sono biografie di persone semplici e di nessuna importanza. Nessuna di questa vite è eminente o esemplare, come le Vite di Plutarco; nessuna di queste vite è artistica e immaginaria, come quelle di Marcel Schwob; nessuna di queste vite è «infame», nel senso descritto da Foucault. La lingua suntuosa, manierata di Michon predilige, sì, materiale rude e inglorioso: gingilli polverosi e miserabili di povere contadine, che l’autore ci passa velocemente tra le mani; notti pietose di campagna, che egli non vuole in alcun modo illuminare, riscattare con i propri preziosismi, ma festeggiare e partecipare in ogni scrosciare di foglie, in ogni muschio o sambuco. Queste vite sono minuscole piuttosto allo stesso modo in cui appaiono tali – le possiamo ora stringere tra due dita – le dimensioni di chi ci è lontano. «Sembrano così piccoli e insignificanti!», diceva additando i passanti un memorabile Orson Welles nel Terzo uomo, in cima a una ruota panoramica. Allo stesso modo esse ruotano e dileguano vorticosamente via, lontano da chi le descrive, ed è proprio questo dileguarsi a sfrenare la ricca inventiva dell’autore, sancendo così, inevitabilmente, il tono nostalgico che accompagna ogni descrizione.

Michon si identifica spessissimo con i suoi protagonisti, anche con quelli che sente più distanti da sé (come l’analfabeta Père Foucault, che intravide in una corsia di ospedale, e in cui riconobbe l’immagine più pura, perché illetterata, della propria stessa vita di letterato), e questo rende molto peculiare la sua nostalgia: non della sua infanzia o di un tempo trascorso della sua vita, ma quella più forte nostalgia della vita altrui, di quel fugace momento di identificazione, che è senz’altro la più amara e inconsolabile (nostalgia, infatti, di qualcosa che non abbiamo mai avuto e non siamo mai stati).

Non pietà, però, che ingigantisce e dilata, troviamo per questa minuscola misura: Michon quasi strozza, più di una volta, la sottaciuta commozione che lo prende per i suoi eroi, come per André Defourneau, bracciante nella casa della nonna materna, esule in Africa; o come per l’antenato Toussaint Peluchet, tormentato in vecchiaia da dubbi e speranze sulle sorti del giovane figlio disperso. Non pietà è dovuta agli scomparsi, la pietà che l'autore trattiene, verso la sorella morta, verso le donne che teneramente lo hanno iniziato nell’infanzia a «poesia e metafisica» – ma giustizia, è la misura propria entro cui tutte queste vite sostano e trapassano.

Dove di norma le biografie vogliono arricchire, attraverso dati e parole, l’immagine che già abbiamo di una vita attraverso le opere e le gesta, qui abbiamo vite senza nessuna opera, che solo esistono interamente contratte nelle parole del loro biografo. «Non coerceri maximo, sed contineri a minimo divinum est» («Non essere costretti da ciò che è grande, ma essere contenuti da ciò che è minimo è divino»), così suona un antico adagio. Non sono le grandi immortali biografie, quelle su cui improntiamo la vita e la morale, a renderci la nostra autentica misura, ma i minuscoli, indimenticabili incontri, quelle vite i cui gesti minimi ci hanno fatto sognare ripetutamente qualcosa, senza venirne a capo.

Che cosa chiedono, queste vite, che sono apparse e scomparse fulmineamente, a Pierre Michon e a noi, che oggi le leggiamo? Forse solo di essere ricordate, salvate? No: esse chiedono, soltanto, di restare minuscole, lontane, impossibili.

Pierre Michon

Vite minuscole

traduzione di Leopoldo Carra

Adelphi, 2016, 204 pp., € 18

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!
Almanacco
Il primo Almanacco di alfabeta2 che riassume come «cronaca di un anno» l’attività di www.alfabeta2.it sul tema Post-futuro. Con sconto 30%!
La moneta del comune
Il secondo libro della collana alfalibri: La moneta del comune a cura di Andrea Fumagalli ed Emanuele Braga. L’obiettivo è semplice creare un ambiente socio-economico ed ecosostenibile in grado di produrre per sé e non per il profitto e la rendita.