wave1Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

Andrea Inglese

Laddove un’industria culturale funziona a pieno regime, e la politica d’emancipazione è del tutto latitante o dispersa, è quasi inevitabile delegare al prodotto artistico delle facoltà risanatrici. Nessuno s’illude che l’arte (impegnata) guarisca la realtà (sociale), ma si spera almeno che essa ce ne fornisca un accesso privilegiato, una chiave di comprensione. Si vorrebbe, insomma, che l’opera ci portasse laddove, ad esempio, le barriere di classe c’impediscono di andare, nei mondi della grande povertà economica, affettiva, culturale. Sempre meno persone credono che questi mondi possano essere cambiati attraverso un’azione collettiva di natura politica, ma una gran quantità di gente vorrebbe almeno vederli più da vicino, comprenderne le leggi spietate, ma anche le innumerevoli storie individuali che proprio al determinismo sociale tentano quotidianamente di sfuggire.

In Francia, uno dei massimi enigmi prodotti dal ripiegamento sia delle politiche socialdemocratiche sia di quelle di emancipazione è probabilmente la cité, ossia il quartiere popolare di periferia, che assume in sé il carattere di sfinge impenetrabile. La cité non si sa bene che lingua parli, e come si debbano caratterizzare i suoi soggetti d’enunciazione. Parla per filastrocche ritmiche, come il rap, per segni muti, come i graffiti, per gerghi da società segreta, come il verlan, per roghi di auto e sassaiole contro la polizia, come durante le sommosse, o per conversioni millenaristiche, come nei casi di apprendisti dello jihad? E come bisogna leggerli i suoi enunciati, in chiave religiosa, etnica, di classe, o di sottocultura? La lingua autentica della cité sembra essere quella che si parla al riparo da ogni interlocutore esterno, estraneo. Appena se ne tenta, per esigenze dialogiche, una traduzione, essa suona immediatamente falsa, si trasforma nel suono vuoto dello stereotipo.

Proprio per questo motivo, da La haine in poi, primo film di Mathieu Kassovitz del 1995, il cinema francese è alla affannata ricerca del film sulla cité, del film che trasformi il brontolio inintelligibile e spaventoso della sfinge in una limpida storia, di cui siano comprensibili i personaggi e le loro azioni, i caratteri e le circostanze, i destini segnati e le liberazioni. Il cinema deve farsi avanti: iniettare senso in vite che ne sembrano prive e addomesticare il mostro che la separazione sociale e territoriale ha prodotto.

Il successo di critica di Divines, lungometraggio d’esordio della regista franco-marocchina Houda Benyamina, nasce probabilmente da quest’ansia di sciogliere l’enigma del giovane popolo della periferia. È uscito nelle sale a fine agosto, dopo aver vinto la Camera d’oro a Cannes, ed è subito stato acclamato come l’opera vivificatrice, in grado di sintetizzare in sé tutti gli opposti: film d’autore e film popolare, film femminista e film sociale, film realista e film postmoderno, film spietato e film romantico. Les Inrockuptibles, settimanale di cultura pop schierato a sinistra, dedica una lunga intervista a Benyamina nel primo numero di settembre, presentandola come la campionessa di un nuovo cinema femminista e anti-borghese. Un po’ dovunque, anche sulle riviste specializzate di cinema, lo stesso entusiasmo. (Unica eccezione, i Cahiers du cinéma.)

Dopo aver visto il film, uscendo dalla sala deluso, mi sono sentito come lo scolaro che, unico tra tutti, non ha capito la lezione del professore. Mi sono chiesto, allora, come avrei dovuto guardarlo, perché potesse davvero funzionare. Dovevo guardarlo come un film di Tarantino, magari dal sapore femminista come Grindhouse. A prova di morte, oppure dovevo guardarlo come un film dei fratelli Dardenne? Naturalmente la critica mi intimava di non accettare queste alternative obsolete: la forza di Divines verrebbe proprio dal missaggio disinvolto tra Tarantino e i Dardenne.

Il modo di filmare e di far recitare gli attori rimanda senza dubbio a un codice realistico tipicamente europeo, ma l’intreccio mostra di aver appreso la grande lezione del film popolare statunitense, e non certo la migliore: più ne mettiamo, meglio è. E la regista non si fa mancare niente: baraccopoli e cité, ma anche teatro dell’Opera ed esclusive discoteche parigine; violenza e spaccio, ma anche musica classica e danza contemporanea; spietatezza criminale, ma primi innamoramenti con gli occhioni tumidi; consumismo e denaro, ma ricerca della perfezione artistica fine a se stessa. Tra questi mondi opposti si muove come un caterpillar una ragazzina d’origine araba, Dounja, che ha una madre snaturata e alcolizzata, e questa ragazzina, ovviamente, rifiuta la scuola, che le offrirebbe delle formazioni rapide per professioni poco pagate, ma ambisce a entrare nel giro del traffico di droga, dove riesce subito a fare carriera. Qui s’inserisce l’elemento “femminista” del film. Il boss che dirige lo spaccio nel quartiere e decide di assumerla, previa ardua prova iniziatica, è una ragazza di qualche anno più vecchia. Naturalmente possiede pistole vistose e fa filare dritto i sottoposti maschi. È lei che riconosce a Dounja la più importante virtù del mestiere: “Ehi, ne hai di clito, tu!”. Al posto dello spacciatore nero tatuato, la spacciatrice nera tatuata, al posto della classica battuta “Ne hai di palle”, quella “Ne hai di clito”, subito memorizzata da pubblico e critica, e il gioco è fatto. Non c’è dubbio che in questo meccanico rovesciamento, entri in gioco anche un principio di emancipazione femminile. Dounja e la sua boss vanno ad occupare un posto preminente che, nell’ordinaria partizione di ruoli, non spetterebbe a delle donne, sia nel mondo della criminalità che in quello della vita di quartiere. Il problema è che questo posto è stato interamente definito in ognuna delle sue espressioni da una logica maschile. Vale per i ruoli di responsabilità dell’economia illegale, quanto vale per quelli dell’economia legale, una donna generalmente non ha altra scelta che essere ancora più uomo dell’uomo, accentuando per quanto possibile il suo cinismo e la sua disumanità. La sostituzione terminologica tra “clitoride” e “testicoli”, non modifica il valore semantico della formula.

Il fallimento del film non dipende però da una giudizio sul suo femminismo o meno (se sia espressione di un femminismo bene o male interpretato). Il vero problema nasce dall’urgenza di cancellare il mutismo della sfinge, ficcandoci dentro significati in continuazione, ossia gesti e percorsi riconoscibili, che sono poi quelli dell’apprendista criminale di talento, che finisce con il fare le scarpe al capo, ma anche della bifolca di periferia, che l’innamoramento per un magnifico ballerino strappa alla volgarità e al terrore nei confronti dell’eros. Alla fine, la regista Benyamina ha trasformato la sfinge afona, in qualcosa di tanto loquace, da non sopportare alcun tempo morto, alcuna immagine ambigua. Il film deve insomma andare veloce, e accumulare contenuti, figure, situazioni estreme; non può certo prendersi il lusso di fornire posture incerte, situazioni intermedie, passaggi a vuoto, ai suoi protagonisti; non può permettersi, insomma, evoluzioni inaspettate, o sfumate, dei loro rapporti. Tutto deve essere subito chiaro ed esplosivo, come se ad ogni urlo, ad ogni gesto violento, ad ogni trasgressione, crescesse l’effetto di realtà sullo spettatore. Quest’ultimo, insomma, si dovrebbe alzare dalla sua comoda poltroncina, scosso e un po’ singhiozzante, con l’impressione che finalmente ha toccato con mano la cité, ha visto tutto quanto si doveva vedere, il peggio e il meglio, nulla gli è stato risparmiato, e quindi non vi è più nessun segreto, ora anche lui sa.

In realtà, a tratti Divines riesce a farci intravvedere cosa possa essere un film non-borghese sulle cité, grazie all’energia delle due giovani protagoniste e alla complicità che esse instaurano con lo sguardo della regista, ma poi l’intreccio prende il sopravvento, e con esso anche le semplificazioni e gli stereotipi che ci si prefiggeva di aggirare.

Sulla home page di Alfabeta2 il video di Ugo Nespolo LA GALANTE AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL LIETO VOLTO (1966/67)

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