woman_traffic-300x202Bancarotta

I 23 giorni in mare della residenza artistica finanziata dalla galleria Access di Vancouver hanno di per sé un elemento assurdo: si tratta infatti di artisti mandati su un container attraverso l'Oceano Pacifico. Ma la residenza ha preso una piega ben più strana la settimana scorsa, quando la Hanjin Shipping Company, la settima più grande linea di container al mondo, ha presentato istanza di fallimento, lasciando l'attuale artista-in-residence, la britannica Rebecca Moss, e l'equipaggio della Hanjin Ginevra, ammarati al largo delle coste del Giappone. (…) A causa del fallimento i beni della compagnia sono congelati e i porti hanno bloccato l'accesso alla sua flotta di 150 navi portacontainer. (…) In un comunicato sulla vicenda la galleria Access ha osservato che “l'immensità di questa notizia, devastante com'è per le centinaia di lavoratori interessati, sottolinea molte delle tematiche di fondo della residenza, mostrando sia la precarietà del capitalismo globalizzato sia la nostra dipendenza da sistemi che non vediamo né comprendiamo”.

International Attention Grows Over Artist Stranded at Sea, “Canadian Art”, 8 settembre 2016

 

Inferno

Una cosa è essere torturati, un'altra è essere torturati e messi a tacere, e un'altra ancora essere torturati, messi a tacere e dimenticati. Come nell'Inferno di Dante, Abu Zubaydah scende da un tormento all'altro, ognuno peggiore del precedente.

Joseph Margulies, A Man Wrongly Tortured for 9/11 Remains in Guantanamo, “Time”, 8 settembre 2016

Scoperte

A Berlino ha sede non solo il Bundesarchiv, dove si trovano i documenti meticolosi e folli della dirigenza del partito nazista, ma anche la Deutsche Dienstelle, dove si conservano molti registri dell'esercito tedesco. Qui nel giro di due anni il tempo d'attesa è cresciuto da sei a quindici mesi. "Siamo inondati dalle richieste di informazioni", mi ha detto un archivista. "I veterani di guerra e le loro mogli hanno la priorità: spesso sono in punto di morte. Ma anche i loro figli non sono più così giovani. Dopo di che, chi può decidere chi viene prima?". Di rado chi viene è contento di quello che trova: uno zio nella Gestapo, un altro nella Waffen S.S., un patrimonio di famiglia costruito su beni confiscati. Ho parlato con Matthias Neukirch, un attore di successo a Berlino, che ha trascorso anni a studiare il padre di sua madre, Hans Schleif. Noto architetto e archeologo, Schleif in un primo momento cercò di tenersi alla larga dalla politica. Ma poi finì sotto la protezione di Heinrich Himmler, supremo mitografo del partito nazista. Presto Schleif si trovò a scavare antichi siti germanici in Polonia, cercando di aiutare a giustificare l'invasione di Hitler lì, e sovrintendendo al saccheggio del Museo Archeologico di Varsavia. Quando Neukirch ha chiesto i documenti di Schleif al Bundesarchiv, il carrello è tornato con una pila di faldoni alta più di mezzo metro. Sepolti tra le carte c'erano progetti di depositi sotterranei di munizioni, che avrebbero dovuto costruire i detenuti dei campi di concentramento.

Burkhard Bilger, Where Germans make peace with their dead, "The New Yorker", 12 settembre 2016

 

Il semaforo di Alfabeta2 è a cura di Maria Teresa Carbone

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