thatchertina1Lelio Demichelis

Se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei; o, detto altrimenti, bisogna allontanarsi dall’isola per vedere l’isola – scriveva José Saramago. Occorre cioè saper mettere una certa distanza tra sé e la realtà, per vedere la realtà (anche di se stessi). Di più: non si riesce a comprendere il mondo se si perde la capacità di osservare l’insieme e si rinuncia alla possibilità di farlo. E più il capitalismo e la tecnica (è una delle loro abilità biopolitiche) procedono nella logica autopoietica di suddivisione della realtà (del lavoro, della conoscenza, del sapere, della vita), meno abbiamo noi la capacità e la possibilità di vedere l’insieme e quindi capire dove il capitalismo e la tecnica (ciò che rimette insieme le parti prima suddivise) ci stanno portando. E ancora: per (provare a) cambiare il mondo occorrono sempre due elementi preliminari: essere coscienti che il mondo potrebbe andare meglio di come è; e, insieme, avere la consapevolezza (la capacità e la possibilità, ancora) di poterlo fare. Non da soli ovviamente, ma in-comune con altri con cui si riesce a condividere – grazie alla condivisione di capacità e possibilità critica – la capacità e la possibilità di farlo. Così ricomponendo (ma per scelta nostra, non del capitalismo o della tecnica) le parti in cui il sistema ci ha suddiviso e ha scomposto la nostra vita e la realtà, verso un pro-getto finalmente umano e consapevole (e non capitalista o tecnico – cioè inconsapevole). La premessa esistenziale, quindi, è saper dire di no; che implica saper dire di sì a qualcosa di diverso e possibilmente di meglio. Perché un uomo in rivolta (Camus) e che dice di no, non rinuncia a dire di sì fin dal suo primo muoversi. Perché fa un discorso sui fini. Partendo da un no che è subito un .

Ma se questo era vero, oggi tutto è diverso. Non diciamo di no e quindi non sappiamo neppure dire di sì, nel senso del cambiamento/miglioramento; però diciamo sempre di sì alle crescenti richieste/imposizioni del tecno-capitalismo. Che ci chiede di adattarci ai mutamenti incessanti che produce e noi, utilmente e docilmente (per il sistema) ci adattiamo. Ancora di più: siamo entusiasti di ciò che il sistema ci offre (consumi, divertimento, utopie tecnologiche) per tacitare l’eventualità (la possibilità e la capacità nostra) di provare a dirgli di no. Il sistema chiede armonia e olismo con se stesso e per se stesso (non ama il conflitto né comportamenti che ritiene a-normali), ma ci sfrutta, ci mobilita al lavoro, estrae sempre più valore dal nostro capitale umano e dalle nostre navigazioni online, ci flessibilizza e poi ci vuole imprenditori di noi stessi e insieme ci illude di un mondo smart, di condivisione via rete, di internet delle cose, di social, di sharing economy, di start-up, di postcapitalismo. Il tecno-capitalismo ci ha tolto l’immaginazione (che era l’altra premessa della capacità e della possibilità di cambiare il mondo), sommergendola di immaginari predefiniti e funzionali alla nostra crescente integrazione/connessione nel sistema (è la sua guerra di posizione gramsciana in senso rovesciato). D’altra parte, perché cambiarlo, perché dire di no se il sistema crea incessantemente un sistema egologico quasi perfetto (anche se finto), capace di illuderci di essere liberi di poter fare ciò che ci pare, nella nostra nicchia narcisistica? La situazione è dunque difficile e serissima: per il pensiero critico, per la sinistra (complice maldestra di questo esito), per gli uomini (sempre più liberi servi liberamente e felicemente asservitisi).

Ma come e perché ci siamo lasciati condurre in questo vicolo cieco esistenziale e politico? Ci aiuta questo bellissimo libro (lo è davvero, per i contenuti e per lo stile di scrittura) di Enrico Donaggio. Un libro sui possibili perché di un fallimento progettuale (quello di Marx e non solo), che ci accompagna magistralmente in un percorso che va dalla caverna di Platone a Dumas, da Anders a Foucault, da Gramsci a Pasolini, da Dostoevskij a Calvino, da Kant a Marx, da Nietzsche a Weber, da Sombart a Steve Jobs. Un libro «che nasce dal bisogno di verificare alcuni punti fermi della mia linea di condotta. Chiodi fissi che hanno finora tenuto abbastanza bene insieme coerenza e libertà, regalando soddisfazioni e qualche momento felice. Ma che di recente si stanno trasformando in sostanze tossiche per la vita. Facendomi sentire, in svariati contesti, uno degli ultimi a pensare, pretendere o sperare certe cose».

Siamo infatti finiti in un mondo che poteva essere altro da ciò che è diventato e che invece è diventato ciò che non doveva diventare; dove la lotta di classe l’hanno vinta quelli che dovevano perderla; dove il capitalismo ha inventato il proletariato (dal quale avrebbe dovuto essere sconfitto) e poi lo ha trasformato (nostro neologismo) in un proletariato di capitalisti, imprenditori di se stessi che hanno perduto il senso della loro (sempre presente, ma non più percepita come tale) alienazione/reificazione. Perché il capitalismo è trasformista alla massima potenza e della peggiore specie, ma proprio questo gli permette di sopravvivere sempre alle crisi che produce uscendone semmai rafforzato; un capitalismo davanti al quale la critica e il pensiero critico sperimentano difficoltà serissime: «Che fare, infatti, se la denuncia di una realtà indegna si spegne nella cenere di una soggettività refrattaria a fuoriuscire da quella condizione?»

Servirebbe un nuovo e diverso pensiero critico. Ma dov’è e cos’è oggi la critica? Sottolinea Donaggio: «Una passione critica vitale favorisce un rapporto esigente e fiducioso con il mondo. Anche se giudica gli uomini con ostinazione e intransigenza mira, infatti, al riscatto e allo sconto di pena, non alla sentenza capitale». Ma la passione critica oggi sembra spenta o marginalizzata o addirittura rifiutata dai più. Eppure è solo grazie alla passione critica che si mettono a fuoco (e a questo serve una preliminare teoria critica) i contorni (la cornice) dentro ai quali è stato scomposto/frammentato l’insieme: «Nel nostro caso, il capitalismo. Con la sua tendenza a promuovere e imporre modi di condurre e sperimentare la vita che, a dispetto della spontaneità che pare talora connotarli, risultano determinati […] dalla tendenziale metamorfosi di ogni aspetto del reale a merce e denaro».

Ma come ha fatto il capitalismo a vincere e a vincerci, facendoci felici di esserlo? «Mentre si spegnevano l’utopia e l’ideologia che reggevano in piedi il Muro di Berlino, si accendevano ad libitum musica e altri effetti speciali nel giardino incantato che Steve Jobs e soci avevano progettato per menti e corpi ormai a capitalismo integrale. Un mutamento radicale del senso di sé e dell’ambiente circostante. Un’estetizzazione crescente, tendenzialmente totale, della realtà. […] Fine del secolo breve, inizio del tempo delle mele. […] Autoreferenzialità e connettività con gli altri spinte simultaneamente al parossismo. […] Un dispositivo simbolico e pratico che assegna un ruolo e un senso, nel tempo e nello spazio, ai suoi sostenitori. A quelli, per intenderci, che vi aderiscono con un like. […] Ne sono unità di misura due indicatori. La quantità di autosfruttamento e di lavoro non retribuito che svolgiamo; e una forma di devozione, dal carattere quasi religioso. […] Grazie allo sviluppo tecnologico di apparecchi che si autoregolano, addestrando i loro utenti su come servirli al meglio. […] Una prospettiva totalmente incentrata e modellata sul singolo io». Si crea «Un cosmo sociale che possiede la potenza del destino. E a cui nessuna soggettività, mediocre o eccezionale, riesce a opporsi o resistere». Proprio per la sua capacità (diremmo biopolitica, religiosa) di produrre «non soltanto habitus e ricchezza, ma anche un ordine di realtà. Di farsi tendenzialmente totale e globale, cioè mondo. Di estendere la sua logica e la sua ontologia a ogni sfera dell’esperienza e dell’ambiente umano, colonizzandoli. Formattando o prosciugando tutte le fonti alternative di senso, investite da questa dinamica espansiva». E si chiama Tina – «acronimo gentile e un po’ vezzoso: There Is No Alternative» – la nostra femme fatale.

Certo, è difficile immaginare moltitudini di individui capaci di abbandonare in massa le proprie nicchie egologiche e i piaceri offerti dal capitalismo. Perché – chiosiamo – la potenza di Tina è ovunque e in ogni luogo. In (quasi) tutti e in ciascuno. Ed è caverna platonica e insieme panopticon; distopia assoluta e insieme Leviatano; potere religioso e/o totalitario (ma Donaggio non ama questo termine). Tuttavia, conclude, «il futuro dei nostri no dipenderà un giorno, in larghissima misura, anche da uno scontro fra promesse di felicita diverse. A patto di liberare questa chimera dalla colonizzazione integrale da parte dell’immaginario capitalistico e dalle grinfie di Tina. [E di] stabilire un contatto intimo con i propri sentimenti, pensieri, azioni, verità – quell’insieme sfuggente e poderoso che è la vita di un uomo libero – non provando per una volta paura, ma speranza». Con migliori libertà – recita il bel sottotitolo del libro.

Resta da capire – concludiamo a nostra volta – quanto una felicità progettuale, umanistica e magari libertaria possa sconfiggere la felicità tecnologica (la caverna, ancora; e il panopticon) con cui il sistema maschera l’alienazione e l’indifferenza di cui sempre si alimenta. Utili, allora, le minoranze sparse che iniziano a frequentare o a creare luoghi diversamente politiciluoghi comuni di umanità – secondo Donaggio. Ma – temiamo – sono sempre e solo frammenti di discorso alternativo e quindi, in quanto frammenti, fanno il gioco del sistema.

Enrico Donaggio

Direi di no. Desideri di migliori libertà

Feltrinelli, 2016, 160 pp., € 18

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Una Risposta a Enrico Donaggio, dire di no – per dire sì

  1. ferro tre scrive:

    mi sbaglierò, ma secondo me questo donaggio è tra i pochissimi in italia che se la può giocare alla pari con guru e sacerdoti tipo zizek, badiou ecc. fuori da tutte le parrocchie, sopratttutto quelle rosse (operaisti, benecomunisti ecc.), ha scritto un libro che spalanca le finestre in una stanza chiusa da decenni, così vedi un paesaggio nuovo, che non ti immaginavi. ecco forse una cosa manca in questa recensione: direi di no è un libro che ti fa solo pensare, ma anche ridere e incazzare in un modo di cui avevamo bisogno. non è cupo, ma fresco e tagliente come la vita che vorrei!

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