gleize

Andrea Cortellessa

È del 1957 un romanzo di Michel Butor che s’intitola La modificazione. Come si ricorderà, un viaggio in treno da Parigi a Roma faceva da cornice al monologo interiore di un personaggio che, al modificarsi del paesaggio esterno e interiore, vede modificarsi la sua stessa vita, le proprie scelte e il proprio destino. Ma il titolo allude altresì al cambiamento che testi come quello stavano tentando di operare nelle forme e nelle convenzioni della letteratura. Era il tempo di quella grande stagione di rinnovamento delle poetiche e delle forme letterarie che ricordiamo come Nouveau roman. Quattro anni prima, nel Grado zero della scrittura, Roland Barthes poneva le basi di una revisione generale di quanto consideriamo «letteratura»: in particolare mettendo in questione una delle sue partizioni più antiche e vincolanti, quella fra «poesia» e «narrativa». I decenni seguenti, in Italia come in Francia, vedranno in quest’ambito di ricerca un gran fermento di discussioni teoriche e concreti atti di scrittura.

Rispetto ad allora oggi, è il caso di dire, la situazione appare assai modificata: tanto la narrativa che la poesia hanno preferito per lo più tornare ai contenitori più consueti. In questo orizzonte piuttosto piatto, almeno per come lo registrano i media e le istituzioni «ufficiali» della letteratura (festival, premi ecc.), si nascondono però enclaves nelle quali il pensiero critico e teorico non ha smesso di scavare. Una di queste – in parallelo, in particolare, fra Italia e Francia – ha raccolto il testimone della sperimentazione degli anni Cinquanta e Sessanta e, opportunamente modificando a sua volta paradigmi e protocolli di lavoro, per esempio è tornata a interrogarsi sulla «prosa» quale terreno neutro di ricerca, oppure sull’intersezione del linguaggio verbale con quello delle immagini; o ancora sulla messa in questione dell’«io», tradizionale garanzia di lirismo (il colpo di genio del romanzo di Butor, si ricorderà, era quello di raccontare l’intera vicenda alla seconda persona).

Questa la cornice – o, per parafrasare il testo che verrà letto giovedì sera, il cancello d’ingresso – della serata poetica che verrà ospitata dall’Accademia di Francia, a Villa Medici, il prossimo 15 settembre. E alla quale – già prima che venissimo raggiunti dalla notizia della sua scomparsa, lo scorso 24 agosto – avevamo dato un titolo che parafrasava quello di Butor: cui ora spetta di diritto una dedica, s’intende, non di circostanza.

Non c’è dubbio che in Francia Jean-Marie Gleize sia una delle figure-chiave del fronte di ricerca appena delineato. Non solo coi suoi testi, ma anche con una cospicua produzione critica e teorica, la realizzazione di collane e riviste (come l’importante Nioques, fondata nel 1990 e oggi pubblicata dalle edizioni La Fabrique), l’instancabile partecipazione a discussioni e dibattiti. Negli ultimi anni due poeti italiani che i lettori di alfabeta2 ben conoscono, Marco Giovenale e Michele Zaffarano (da molto tempo fianco a fianco in iniziative come la rivista GAMMM e collane editoriali come i Chapbooks di Arcipelago, Benway Series e Tielleci), sono stati fra i protagonisti di un tentativo di riannodare le ricerche in corso sui due versanti delle Alpi, per esempio promuovendo un libro di cui molto e inaspettatamente si è discusso, nel 2009, e che già nel titolo, Prosa in prosa, si riferisce alle posizioni teoriche di Gleize. Luigi Magno (che nel 2012 è stato, insieme a Cristina Giorcelli, promotore del convegno e poi del libro Nuovi oggettivisti, in gran parte dedicato a questi temi) ci aiuterà a ricostruire questo paesaggio letterario.

Il modo più concreto di ridurre una distanza geografica, e concettuale, è quello di tradurre i testi: e in questi ultimi anni Giovenale, e soprattutto Zaffarano, hanno dedicato molte delle loro energie a quest’opera meritoria, mettendo a disposizione il proprio lavoro nonché gli spazi editoriali che sono riusciti a crearsi, in un panorama – il nostro – tutt’altro che programmaticamente aperto non solo a questo tipo di testi, ma a questo ethos letterario.

Ancora una volta in viaggio fra Parigi e Roma, fra Roma e Parigi, fra poesia e prosa, fra la parola e tutto il resto. La modificazione non si arresta mai.

Modificazioni. Una serata poetica italo-francese

Roma, Villa Medici, giovedì 15 settembre, h 20.00

con la partecipazione di Jean-Marie Gleize, Marco Giovenale e Michele Zaffarano, e un intervento critico di Luigi Magno; conduce Andrea Cortellessa

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Jean-Marie Gleize

IL CANCELLO

Traduzione di Michele Zaffarano

«Chi non si muove non può rendersi conto delle proprie catene».

Rosa Luxemburg

I – «TROVARE QUI»

Il titolo sarà «Trovare qui».

Lui è ancora per strada, diretto al cancello. Non si muove niente, però. L’autunno avanza.

Sale oltre le prime costruzioni, lungo i giardini chiusi, al confine con gli alberi di melo.

Continua a camminare, sempre nella stessa direzione, verso la cima dell’altopiano, però non ci sarà niente che indica il punto o la zona del cancello.

Quando parla del titolo, non è più sicuro della strada, non è più sicuro di niente. Sa forse che all’inizio dovrà inoltrarsi sul sentiero di sabbia, o di polvere bianca. Quello che già stava lì molto prima di lui. La vecchia salita che pare essere stata disegnata con un righello. Che porta ai sentieri-corridoi, che passa accanto alle scarpate alte, che porta ai campi umidi.

È lì che comincia. Alla croce dell’ultimo paesino, in fondo alla piana dove d’inverno arrivavano i lupi.

Quella donna era nata lì.

È lei che parlava dei lupi e della loro presenza di notte, dietro i primi muri. Parlava di quanto fosse denso il buio, a quei tempi, di quanto fosse intenso il freddo.

Sì, però lui confondeva tutti i nomi, quelli della cappella, gli abitanti dei paesini, quelli del cimitero. Adesso i nomi si cancellavano.

Dato che erano tutti morti e che i loro corpi erano scivolati lungo il pendio sino al letto del fiume, i nomi si erano confusi con questi, in mezzo alla terra e alle radici.

Lei non usciva quasi mai dalla sua stanza, se ne stava seduta davanti alla finestra e guardava il pendio e il grande albero. Chiudendo gli occhi, recitava le preghiere.

Chiudendo gli occhi, sentiva il rumore dei ruscelli.

Non aveva bisogno di parlare, però quando parlava raccontava la forza della notte e del vento, e le grida degli animali. Passava tutto il giorno a realizzare vestiti e cappotti di lana per le bambole della festa.

Era nata là, nella zona alta.

Lei conosceva il segreto del cancello.

Il cancello è chiuso. È bianco, con qualche macchia di ruggine. Dà su una scalinata di pietra, verticale, quasi un corridoio a cielo aperto, in mezzo a pareti di rami. Parecchi dei gradini sono ostruiti dalla vegetazione antica e selvaggia, che nasconde i gradini.

Sulla cima, invisibile, in fondo a quello che rimane di un giardino, la casa sembra galleggiare. Nessuno la riesce a vedere. Rimarrà così, chiusa, con le finestre tappate. È come una replica della serra, o della barca, o anche della capanna intravista sulla riva del fiume. Muta.

Non aveva capito queste parole: «l’indicazione è d’ordine interno».

Per molto tempo aveva cercato nei cassetti, sotto i mobili spostati lungo i muri, agli angoli dei letti, nei punti più bui e remoti.

In fondo a un corridoio, dietro la porta a vetri, c’era la camera doppia, separata da un sottile spazio con sul muro, all’altezza degli occhi subito quando si spingeva la porta, alcune pallidissime fotografie, dei paesaggi, dei volti, sconosciuti, indistinti.

E su una di queste foto si vedeva, più distintamente, un albero. Un salice che aveva un centinaio di anni, o parecchie centinaia di anni. Lontano, in Cina, nel villaggio di Tatchai. È lì, su quella piazza, che i proprietari terrieri martirizzavano i contadini poveri.

Li picchiavano dopo averli appesi all’albero.

9 agosto: secondo giorno di pioggia. È di notte che la pioggia è più fitta. Al mattino la nebbia si attacca agli alberi e al fondo dei prati. 10 agosto: il navire night un po’ nascosto nella nebbia. Capelli salati, forcine nere. 13 agosto: persa sotto alcune felci, e l’angelo assieme, e il sentiero nascosto che porta al campo di erica e il ruscello che defluisce in mezzo. Corso sotto la pioggia, una pioggia tiepida, e la nebbia, (il silenzio tra i segmenti fa parte del testo, come su uno spartito).

22 agosto, vedo questa immagine, Isadora, spalle e capelli, nero schermo, è notte. Un po’, in trasparenza. Ultima settimana di agosto: erba verdissima gli alberi crescono, stagno, bella pioggia quotidiana, inglese. Spalle, nuca, forcine nere e tessuto di settembre. «Mi sono immaginato la pioggia e l’erba bagnata». 2 settembre. Sono sceso a Pont Lagorce e ho incrociato le pecore. Sulla scarpata, un uccello ferito. Ultime pozzanghere sotto gli alberi. A sinistra del fiume, sul sentiero che finisce al forno, l’erba era molto scivolosa.

È appena morto Denis. Questo (questa cosa) passa di mano in mano. Scivola sulla pelle. Penetra nelle vene. Martedì 8 settembre alle dieci e mezza. Nuoto nell’acqua fredda. Devo riprendere la questione degli angeli. Arriva la notte, è la notte, è notte. Grandi nuvole scure sopra gli alberi. Penetrare con gli occhi. Due uccelli arrivati a scivolare sulla ringhiera (e il vento che continua sul mio volto e all’interno di me intero). Un grande recipiente con le pareti sporgenti di grès. Uno spazio spinoso. Per riuscire a cogliere le foglie più bianche.

Parte del sentiero era crollata per l’intensità delle piogge d’autunno. No, non avevo niente da dire su questa follia vegetale, sull’affollamento dei giardini, sullo spessore e sul silenzio dei margini. No, niente. Dentro la sua bara, voleva lo spartito della quinta sinfonia di Mahler.

Si era però polverizzato. Incendiato, polverizzato. Adesso la storia è della polvere. La storia polvere-luce. Il sentiero sterrato che sale a sinistra, e gira e gira a spirale, quel sentiero. Ormai gli spartiti sono un mucchietto di polvere.

«C’è solo la foresta. Sta lì, su tutti i lati».

Il sipario è trasparente, grigio, sempre più scuro, mescolato con dell’acqua in polvere. Torna la notte e l’acqua continua a battere. Le serre, come grandi specchi distesi.

La musica veniva dalla foresta. Denis la sentiva, sempre più vicina.

«Eccola, infatti, che sfonda gli alberi, che fulmina i muri».

II – IL CANCELLO

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Lui continua a camminare. Costeggia uno stagno, poi un altro. Si beve il rum delle felci. Si è piegato verso terra. Vuole andare avanti a piedi nudi sul tappeto di foglie, in mezzo alle pozzanghere. Arrivato alla fine del sentiero, dovrà prendere verso il bordo del campo.

«Il corso d’acqua, i laghi, gli oceani hanno la potenza delle immagini nere. Come loro, se ne vanno».

Un riparo di felci, sepolto nella foresta, nel punto in cui il fiume fa una piega. Andava lì ogni notte in sogno. Guardava attraverso. Aspettava questa cosa, pensava che si sarebbe prodotta tra gli alberi, e che avrebbe visto muoversi la corteccia, una pioggia di foglie secche o bruciate, e gli uccelli.

Una bocca perfetta e verticale.

Cercava il metallo, il disegno del cancello. Avrebbe voluto stringerselo fra le mani.

Diceva che le parole, anzi le grida, una volta lanciate, risuonavano come dentro una chiesa e ricadevano in quest’acqua lattiginosa, color del detersivo.

A quella distanza, la capanna e la casa oltre il cancello s’assomigliavano.

Diceva pure che non si dovevano accettare regole inaccettabili. È una lezione che spaventa. Abbiamo dato una forza inedita a quest’idea del politico: esercitare direttamente un controllo sui responsabili. Sulle decisioni, sulle azioni. Organizzarsi per. Vigilare assieme. Mantenere lo spazio. Attraversare avvallamenti, pietrischi grigi, taglienti, pendii, rocce e abeti.

Con la stessa facilità con cui un ruscello si apre un cammino in mezzo all’erba e ai sassi. È questa esigenza di democrazia reale che il “no” esprime. Il referendum restituisce (forse) un certo senso (?) a (que)lla (che loro chiamano) democrazia rappresentativa, ormai svuotatasi in mezzo ai rituali delle procedure elettive. Sì, svuotata. Come un vecchio circo caduto in rovina, un teatro, una scenografia.

Un giorno che lo stagno era ghiacciato dicono che qualcun altro era andato nel bosco per vedere se riusciva a vivere nella sua capanna senza fuoco e senza coperte, sdraiandosi a quel modo sopra il suolo di felci. Aveva fatto segno che non voleva niente però la bocca, l’aveva aperta. Aveva le labbra coperte da una specie di nebbia. Sembrava che dicesse: il freddo può ubriacare, può ubriacare.

«Mentre il verde delle praterie e delle foreste diventa quasi inchiostro, e s’impregna di notte».

Lei mi parlava dei lupi, del loro danzare attorno, a porte chiuse. Diceva che di notte arrivavano in tanti, stando attaccati ai muri. Non si capiva più se era il rumore del vento contro i tetti dei fienili, contro le lamiere.

«Era anche come un bicchiere di luce da bere».

Qui, ci sono due lavatoi, il primo, il più grande, invisibile dalla strada, dissimulato, sulla piazza che era quella dell’albero, un albero grandissimo, oggi scomparso.

Una quercia dove i bambini si nascondevano.

Il secondo lavatoio, nella parte alta del paesino, non lontano dal vecchio cimitero (oggi, un quadrato di prato vuoto, con una cappella un po’ in rovina in fondo), aperto sulla strada, perpendicolare, una specie di rimessa.

Il blu scuro dell’acqua, il colore dei saponi, il racconto senza fine, cantato-parlato, nel freddo.

«Questo gesto senza di lei per vederlo, lui muore di sete, si sfalda, cade, lei è in cenere».

Da quel momento in poi, niente sul divenire di questo doppio lavatoio. Rimasti lì, come due barche vuote, arenate, con le pozzanghere sul fondo, coperte di muschio. E niente silenzio di questo grande spazio freddo, vuoto e freddo.

Si appostavano sui primi rami, correvano in giro gridando.

Una parola-assenza, una parola-buco scavata al centro con un buco in cui tutte le altre parole sarebbero state sotterrate. Una parola che non si poteva dire. Che poteva solo risuonare.

Le fronde dell’albero occupavano la totalità della finestra. Nel sogno, però, o nell’immagine, le foglie occupavano solo la parte a destra, dietro il vetro, un terzo della finestra, e il resto era vuoto, il cielo, un’ampia superficie bianca, lattiginosa.

Delle nuvole, adesso, spinte verso destra, verso il cespuglio di foglie.

Ho dormito tanto. Volevo scorgerti nella notte, su una di quelle banchine, tra i cumuli di ghiaia e i container, tu avresti camminato lungo i binari, con gli occhi semiaperti, come per cercare di bere tutta quell’acqua in sospensione, l’acqua invisibile e tiepida, la pioviggine.

Il cielo sarebbe passato lentamente nel rettangolo della finestra aperta.

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Aveva riconosciuto il cancello. Si era avvicinato. Per prima cosa, aveva osservato le curve, il disegno musicale, il modo in cui questo disegno ritagliava la rampa delle scale, le palle squarciate di verde, e adesso guardava la giuntura. La linea verticale dove si toccavano i battenti. Come una freccia. Come una lancia. Appoggiata lì, di fronte allo spessore vegetale. Piantata. A vietare la scalinata di pietra.

Sarebbe tornato lì spesso.

C’era anche una catena.

Quando si fermava davanti al cancello, sapeva che era lì. Che sarebbe dovuto sempre tornare.

SOMMARIO

I«Trovare qui»

II Il cancello

 

Jean-Marie Gleize

LA GRILLE

« Ceux qui ne bougent pas ne sentent pas leurs chaînes »

Rosa Luxemburg

I – « TROUVER ICI »

Le titre sera « trouver ici ».

Il est encore en chemin vers la grille. Mais rien ne bouge. L’automne s’avance.

Il monte au-delà des premières constructions, le long des jardins clos, à la limite des pommiers.

Il continue de marcher, toujours dans la même direction, vers le sommet du plateau, mais rien ne dira où se trouve le point, ni l’endroit de la grille.

Quand il parle du titre, il n’est pas sûr du chemin, ni de rien. Il sait peut-être qu’il lui faudra s’engager d’abord sur la route de sable ou de poudre blanche. Celle qui était là bien avant lui. Cette ancienne pente tracée d’abord comme avec une règle. Celle qui conduit aux sentiers-couloirs, longe les hauts talus, conduit aux terrains humides.

C’est là que ça commence. A la croix du dernier village, au fond de la prairie où les loups venaient, en hiver.

Cette femme était née là-bas.

C’est elle qui parlait des loups et de leur présence la nuit, derrière les premiers murs. Elle parlait de la densité du noir, en ces temps-là, de l’intensité du froid.

Oui, mais il confondait tous les noms, ceux de la chapelle, les habitants des villages, ceux du cimetière. Les noms maintenant s’effaçaient.

Comme ils étaient tous morts et que leurs corps avaient glissé dans la pente jusqu’au lit de la rivière, leurs noms s’étaient confondus avec eux, dans la terre et les racines.

Elle ne sortait presque jamais de sa chambre, elle se tenait assise devant la fenêtre, elle regardait la pente et le grand arbre. Elle récitait la prière en fermant les yeux.

Elle entendait le bruit des ruisseaux en fermant les yeux.

Elle n’avait pas besoin de parler, mais quand elle parlait elle racontait la force de la nuit et du vent, et le cri des animaux. Elle fabriquait tout le jour des robes et des manteaux de laine pour les poupées de la fête.

Elle était née là-bas, vers le haut.

Elle connaissait le secret de la grille.

La grille est fermée. Elle est blanche, avec quelques éclats de rouille. Elle donne sur un escalier de pierre, vertical, comme un couloir à ciel ouvert, entre des parois de branches. Plusieurs marches sont obstruées par une végétation ancienne et sauvage, cachant les marches.

Tout en haut, invisible, au fond de ce qui reste d’un jardin, la maison semble flotter. Personne ne peut la voir. Elle restera ainsi, fermée, volets clos. Elle est comme une réplique de la serre, ou de la barque, ou encore de la cabane aperçue au bord de la rivière. Muette.

Il n’avait pas compris ces mots : « l’indication est d’ordre intérieur ».

Longtemps il avait cherché dans les tiroirs, sous les meubles qu’on avait poussés le long des murs, à l’angle des lits, dans les endroits les plus sombres et les plus reculés.

Tout au bout d’un couloir, derrière la porte vitrée, il y avait la double chambre, séparée par un mince espace avec sur le mur, immédiatement à hauteur des yeux lorsqu’on poussait la porte, des photographies très pâles, des paysages, des visages, inconnus, indistincts.

Mais sur l’une de ces photos on voyait, plus distinctement, un arbre. Un saule qui avait cent ans, ou plusieurs fois cent ans. Loin, en Chine, dans le village de Tatchai. C’est là, sur cette place, que les propriétaires fonciers martyrisaient les paysans pauvres.

Ils les battaient après les avoir pendus à l’arbre.

Le 9 août : deuxième jour de pluie. C’est la nuit que la pluie est la plus dense. Le matin la brume s’accroche aux arbres et au fond des prairies. 10 août : le navire-night un peu caché dans la brume. Cheveux salés, épingles noires. 13 août : perdue sous des fougères, et l’ange avec, et le chemin caché vers le champ de bruyères et le ruisseau qui coule au milieu. Couru sous la pluie, une pluie tiède et la brume, (le silence entre les segments fait partie du texte, comme dans une partition).

22 août, je vois cette image, Isadora, épaules et cheveux, noir écran, c’est la nuit. Un peu, en transparence. Dernière semaine d’août : herbe très verte les arbres grandissent, étang, pluie quotidienne et belle, anglaise. Epaules, nuque, épingles noires et tissu de septembre. « J’ai imaginé la pluie et l’herbe mouillée ». 2 septembre. Je suis descendu au Pont Lagorce et j’ai croisé les moutons. Dans le talus un oiseau blessé. Dernières flaques sous les arbres. A gauche de la rivière, sur le sentier qui tombe au fournil, l’herbe était très glissante.

Denis vient de mourir. Ce (cela) passe de main en main. Glisse sur la peau. Pénètre dans les veines. Mardi 8 septembre à 10h30. Je nage dans l’eau froide. Il faut que je reprenne la question des anges. La nuit vient, c’est la nuit, c’est nuit. Grands nuages sombres au-dessus des arbres. Pénétrer par les yeux. Deux oiseaux venus glisser sur la rampe (et le vent continu sur mon visage et à l’intérieur de moi entier). Ample cuve aux parois en surplomb de grès. Un espace épineux. Afin de cueillir les feuilles les plus blanches.

Une partie du chemin s’était écroulé sous l’intensité des pluies d’automne. Non, je n’avais rien à dire de cette folie végétale, de l’encombrement des jardins, de l’épaisseur et du silence des bordures. Non, rien. Il voulait, dans son cercueil, la partition de la cinquième symphonie de Mahler.

Mais il était pulvérisé. Incendié, pulvérisé. Maintenant c’est l’histoire de la poussière. L’histoire poussière-lumière. Le chemin de graviers qui monte à gauche, qui tourne et tourne en spirale, ce chemin-là. Les partitions ne sont plus qu’un tas de cendre.

« Il n’y a que la forêt. Elle est là de tous les côtés. »

Le rideau est transparent, gris, de plus en plus foncé, mélangé à de l’eau en poudre. La nuit revient et l’eau continue de battre. Les serres, comme de grands miroirs couchés.

La musique venait de la forêt. Denis l’entendait, de plus en plus proche.

« La voici en effet, fracassant les arbres, foudroyant les murs.»

II – LA GRILLE

Il continue de marcher. Il longe un étang, puis un autre. Il boit le rhum des fougères. Il s’est courbé vers le sol. Il veut avancer les pieds nus sur le tapis de feuilles, entre les flaques. Il lui faudra, au bout du sentier, prendre vers la lisière.

« Les cours d’eau, les lacs, les océans ont la puissance des images noires. Comme elles, ils vont. »

Une hutte de fougères, enfouie dans la forêt, à cet endroit où la rivière fait un coude. Il venait là chaque nuit en rêve. Il regardait à travers. Il attendait cela, il pensait que ce serait entre les arbres, et qu’il verrait l’écorce bouger, une pluie de feuilles sèches ou brulées, et les oiseaux.

Une bouche parfaite et verticale.

Il cherchait le métal, le dessin de la grille. Il aurait voulu la serrer dans ses mains

Il disait que les mots lancés, ou bien les cris, résonnaient comme dans l’église et retombaient dans cette eau laiteuse, couleur de lessive.

A cette distance la cabane et la maison au-delà de la grille se ressemblaient.

Il disait aussi qu’il ne faut pas accepter des règles inacceptables. C’est une leçon qui effraie. On vient de donner une force inédite à cette idée du politique: exercer directement un contrôle sur les responsables. Sur les décisions, les actes. S’organiser pour. Veiller ensemble. Tenir l’espace. Dévaler combes, pierraille grise, coupante, pentes, rochers et sapins,

Aussi simplement qu’un ruisseau se fraie un chemin entre les herbes et les cailloux. C’est cette exigence de démocratie réelle que le «non» exprime. Le référendum rend (peut-être) un certain sens ( ? ) à (ce qu’ils appellent) la démocratie représentative, épuisée dans les rituels des procédures d’élections. Epuisée, oui. Comme un vieux cirque pourri, un théâtre, un décor.

Un jour que l’étang était glacé on dit qu’un autre était venu dans le bois pour voir s’il pouvait vivre sans feu et sans couverture dans sa cabane, ainsi couché sur un sol de fougères. Il avait fait signe qu’il ne voulait rien mais il avait ouvert la bouche. Ses lèvres était couvertes d’une sorte de brume. Il aurait dit : il y a une ivresse du froid, une ivresse.

« Tandis que le vert des prairies et des forêts devient comme de l’encre, s’imprègne de nuit »

Elle me parlait des loups, leur danse autour, les portes fermées. Elle disait que la nuit ils venaient nombreux, contre les murs. On ne savait plus si c’était le bruit du vent contre les toits des granges, contre les tôles.

« C’était aussi comme un verre de lumière à boire »

Ici, il y a ces deux lavoirs, le premier, le plus grand, invisible depuis la route, dissimulé, sur la place qui était celle de l’arbre, un très grand arbre, aujourd’hui disparu.

Ce chêne où les enfants se cachaient.

Le second lavoir, en haut du village, non loin de l’ancien cimetière (aujourd’hui carré de pré vide, une chapelle un peu ruinée au fond), ouvert sur la rue, perpendiculaire, une sorte de hangar.

Le bleu sombre de l’eau, la couleur des savons, le récit sans fin, chanté-parlé, dans le froid.

« Ce geste sans elle pour le voir, il meurt de soif, il s’effrite, il tombe, elle est en cendres »

Mais rien depuis sur le devenir de ce double lavoir. Restés là, comme deux barques vides, échouées, quelques flaques au fond, couvertes de mousse. Et rien le silence de ce grand espace froid, vide et froid.

Ils se postaient sur les premières branches, ils couraient autour en criant.

Un mot-absence, un mot-trou creusé en son centre d’un trou où tous les autres mots auraient été enterrés. Un mot qu’on ne pouvait pas dire. Qui pouvait seulement résonner.

Les frondaisons de l’arbre occupaient la totalité de la fenêtre. Pourtant, dans le rêve ou dans l’image les feuilles n’occupaient que la partie droite, derrière la vitre, un tiers de la fenêtre et le reste était vide, le ciel, une large surface blanche, laiteuse.

Des nuages, maintenant, poussés vers la droite, vers le buisson de feuilles.

J’ai beaucoup dormi. Je voulais t’apercevoir dans la nuit, sur l’un de ces quais, entre les tas de graviers et les containers, tu marcherais le long des rails, les yeux entrouverts, comme si tu cherchais à boire toute cette eau en suspension, l’eau invisible et tiède, la bruine.

Le ciel passerait lentement dans le rectangle de la fenêtre ouverte.

Il avait reconnu la grille. Il s’était approché. Il avait d’abord observé les courbes, le dessin musical, la façon dont ce dessin découpait la volée des marches, les boules déchirées de vert, et maintenant il regardait à la jointure. La ligne verticale ou se touchaient les battants. Comme une flèche. Comme une lance. Posée là devant l’épaisseur végétale. Plantée. Interdisant l’escalier de pierre.

Il serait revenu là souvent.

Il y avait aussi une chaîne.

Quand il s’arrêtait devant la grille il savait que c’était ici. Qu’il lui faudrait toujours revenir.

TABLE

I« Trouver ici »

II - La Grille

Cancello: Cantiere

Luigi Magno

Il lavoro poetico di Jean-Marie Gleize costituisce un cantiere aperto attorno a un’articolata e ramificata indagine sul reale. Almeno sette testi costituiscono l’impalcatura centrale di questa inchiesta o altrettanti dossiers, tutti editi per i tipi di Seuil nella collana «Fiction & Cie» fondata da Denis Roche. Dopo alcuni pioneristici tentativi, Gleize esordisce con Léman (1990), il diario di una stasi (quella dell’acqua lacustre) costretto in prose piatte, atonali, fattuali, di superficie. Seguono i manifesti o anti-manifesti del Principe de nudité intégrale (1995) nei quali continua, in atti, la spoliazione della poesia (Francis Ponge avrebbe parlato di «désaffublement»). La nozione di prosa, intesa non solo nel senso generico del termine, diventa apertamente centrale ne Les chiens noirs de la prose (1999), un testo che riporta lo sguardo verso il basso, l’indagine raso terra («rendu au sol», diceva Rimbaud), verso l’evidenza e la «réalité rugueuse» (sempre Rimbaud). Néon, (2002) e Film à venir (2007), attraverso il ricorso a diversi materiali iconici, amplificano ed espandono queste prose secondo criteri distributivi e assetti installativi complessi. Nei testi più recenti come Tarnac, un acte préparatoire (2011) e Le livre des cabanes (2015) domina infine la dimensione politica, sia in termini anti-capitalistici (per un comunismo francescano) che di revisione critica del reale.

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Una Risposta a Speciale Jean-Marie Gleize. Un laboratorio in Villa

  1. […] cfr. https://www.alfabeta2.it/2016/09/10/jean-marie-gleize/ […]

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