Alia (Aisha Takow) in a scene from EYE IN THE SKY, directed by Gavin Hood. In cinemas 24 March 2016. An Entertainment One Films release. For more information contact Claire Fromm: cfromm@entonegroup.com

Alia (Aisha Takow) in EYE IN THE SKY

Michele Emmer

Le linee, i limiti sono creati per essere superati. Probabilmente invece è meglio di no. Un bel film An Eye in the sky, titolo originale che rimanda al drone protagonista del film. In italiano Diritto di uccidere, così lo spettatore distratto capisce subito il dilemma. Uccidere dei terroristi e/o uccidere una bambina che vende il pane lì vicino? Noi lo sappiamo che è figlia di mussulmani non estremisti. I protagonisti del film no. Un colonnello donna non lo sa, i ministri non lo sanno, i generali non lo sanno. Un film con una sceneggiatura impeccabile; con un ritmo, leggi montaggio, perfetto, con attori giusti al posto giusto, compresa la bambina, eccezionale. Un film commerciale, certo, che gioca con i politici, indecisi, i militari, che vorrebbero agire non dimenticando mai quanto è atroce la guerra. E gli uomini sul campo, che guarda un po’ non sono bianchi come quelli che maneggiano videocamere, joystick, bombe e missili che si commuovono, loro invece no, devono immolarsi per la causa, se è il caso. E la linea rossa dove è tracciata?

L’esercito turco è entrato in territorio siriano: truppe della NATO per combattere l’ISIS ma anche e soprattutto i curdi cattivi, per aprire la strada ai ribelli anti-Assad che sono buoni, per i turchi. Ma i curdi cattivi sono appoggiati dagli USA, che ufficialmente smentiscono, ma dicono che quando è troppo è troppo. I russi non si pongono problemi e bombardano, partendo dalle basi iraniane, dato che la loro base in Siria ha la pista troppo corta. È incredibile che sinora nessuno abbia abbattuto un aereo dei concorrenti (tranne quello russo abbattuto dai turchi). È stata superata la linea rossa della razionalità, della coerenza, dell’umanità? I russi hanno protestato per l’uso mediatico che si è fatto del bambino siriano di Aleppo, con la faccia persa nel vuoto, che cercava di capire che cosa stava succedendo. Diventato il simbolo della sofferenza. E la bambina del film è solo una bambina in un film di azione. Muore chi – il bambino, la bambina, il fratello del bambino – è stato dichiarato morto il giorno dopo del video. Ma l’impatto è stato minore. Conta il fattore novità. Si è superata la linea della decenza, della pietà, del voyerismo perverso?

Ho ritrovato su Wikipedia il significato originario delle parole sottile linea rossa: «Mentre le due cavallerie si scontravano un gruppo di quattro squadroni russi si era staccato dal gruppo principale, puntando direttamente su Balaklava. Sir Colin Campbell, I barone Clyde (1792-1863), comandante del 93º Reggimento di fanteria Highlander, dispose i suoi uomini in una linea profonda due uomini (la “sottile linea rossa”)». La linea normalmente avrebbe dovuto essere profonda quattro uomini, ma per coprire l’accampamento questa aveva dovuto essere allungata. Pare che Campbell abbia detto ai suoi «da qui non c’è ritirata, uomini. Dovete morire là dove vi trovate»; al che il suo aiutante di campo John Scott replicò: «sì, sir Colin. Se è quello che serve lo faremo». Colin ordinò il fuoco una prima volta alla distanza massima, ma i russi continuarono la carica, quindi attese fino a che non furono distanti meno di 50 metri, prima di ordinare di fare fuoco per la seconda volta. Questa volta i russi ruppero la carica e si ritirarono. Fu il corrispondente del Times, William H. Russell, che osservando l’azione dalla cresta di Sapouné coniò l’espressione «sottile linea rossa», quando scrisse che non poteva vedere nient’altro, tra i russi alla carica e la base britannica di Balaklava, che una «thin red streak tipped with a line of steel» («un sottile nastro rosso da cui spuntavano punte d’acciaio»). La frase divenne un simbolo per indicare il sangue freddo dei soldati britannici». Lo scrittore statunitense James Jones, che partecipò alle battaglie sulle isole del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale, intitolò così il secondo capitolo della sua trilogia sulla guerra (il primo era Da qui all’eternità, sull’attacco a Pearl Harbor), portato al cinema nel 1998 da Terrene Malick: «Nulla era stato deciso, nessuno aveva imparato niente. Ma, cosa più importante di tutte, nulla era finito. Anche se avessero catturato l’intera catena montuosa, nulla sarebbe finito. Perché l’indomani, o il giorno seguente, o ancora il giorno dopo, sarebbero stati chiamati a rifare la stessa cosa. Il concetto era così schiacciante, così inoppugnabile, da lasciarlo scosso. Isola per isola, collina per collina, spiaggia per spiaggia, anno per anno».

Ma le voci sono tante, quasi un centinaio, e ognuno ha la sua versione della vita e della morte, sempre meno chiara nella misura in cui si avvicina alla sottile linea rossa che divide i vivi dai morti: «i vecchi soldati non muoiono. Scrivono Libri».

Uno degli annunci più importanti fatti dal Presidente Obama fu quello del 12 giugno 2013, in cui veniva affermato che il regime di Assad aveva fatto uso di armi chimiche durante la guerra civile in Siria e che quindi il regime di Assad aveva superato la «linea rossa». Lo stesso Obama aveva dichiarata nell’agosto 2012 che il superare quella linea avrebbe comportato un cambiamento netto di strategia degli Stati Uniti nei confronti di Assad. Si sa come è andata a finire. Lo scorso 25 agosto «Le Monde» ha pubblicato il 25 agosto 2016 un lungo articolo su quanto accadde il 30 agosto 2013, quando Obama e Hollande decisero di attaccare la Siria di Assad – gli aerei e i piloti coi motori accesi, pronti a partire. Ma Obama – secondo la ricostruzione del quotidiano, che cita un rapporto segreto francese – si tira indietro all’ultimo minuto. Sarebbe stata diversa la storia della Siria, dei profughi, del Medio Oriente, dell’Europa? Le loro bombe sarebbero state intelligenti, come quelle di qualche anno fa? Certo peggio di così, in Siria e Irak, non poteva andare. Lo stesso «Le Monde», lo scorso 22 giugno, ha pubblicato due pagine dedicate alla più grande industria di cemento francese, la Lafarge, che ha continuato a produrre in Siria nelle zone occupato dall’ISIS, pagando tangenti ai checkpoints, tasse sul petrolio, sulle materie prime necessarie e chissà che altro.

«Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un’altra persona, lasciandola a terra tra la vita e la morte»: Tahar Ben Jelloun su «la Repubblica» del 27 luglio 2016. Ahmad Al-Tayyib, Imam della massima istituzione dell’Islam Sunnita al Cairo, ha dichiarato che «gli autori di questo attacco barbaro si sono spogliati dei valori dell’umanità e dei principi tolleranti dell’Islam che predica la pace e l’ordine e ordina di non uccidere gli innocenti […] L’Islam ordina il rispetto di tutti i luoghi di culto dei non mussulmani».

Non so quanti bambini, donne, uomini, Iman siano morti nei paesi mussulmani negli ultimi anni. Quante moschee siano state distrutte. Quanti bambini, donne, uomini siano stati uccisi in Europa, in Asia, in Africa, nel mondo in questo ultimi anni. Non so quando sia stata superata la sottile linea rossa. Quando è morto il primo essere umano innocente?

Eye in the Sky (Diritto di uccidere)

regia di Gavin Hood, sceneggiatura Guy Hibbert, coprodotto da Colin Firth

con Helen Mirren, Aaron Paul, Alan Rickman (suo ultimo film), Iain Glen e Aisha Takow (nel ruolo della bambina)

Gran Betagna 2015, 103’

Sulla home page di Alfabeta2 Antonio Rezza in Basta Cani di Nanni Balestrini

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