palmyra_1929-2015Tiziana Migliore

Dalle immagini che circolano in rete, ruspe jihadiste hanno raso al suolo anche le porte dell’assira Ninive. Un altro bene invalso, tanto da esserci scordati del suo valore. L’«Occidente», mirino di distruzione in terre proprie o sequestrate dall’Isis, quanto conosce e difende i giacimenti non petroliferi, ma di un patrimonio risultato di grandi civiltà, a volte insieme greco e arabo? Ci si ricorda di questo patrimonio e si grida allo scempio solo nella distruzione, quando diventa urgente intervenire per riscattarlo. Assuefatti, trascuriamo non solo i «nostri cari», ma i beni comuni. E li apprezziamo quando li perdiamo. Di qui il rammarico per non averli vissuti abbastanza. La memoria, già di suo selettiva, mette a fuoco soprattutto con la perdita. Così quest’anno l’iniziativa del FAI Luoghi del cuore è dedicata a Palmira, che è divenuta ciò che non era prima del bombardamento del suo santuario: un «luogo del cuore» appunto.

L’archivio verbale e visivo di Manar Hammad su Palmira, Bel/Palmyra. Hommage, ricompone, per il cuore di ciascuno, il tempio di Bel, che dall’agosto del 2015 non esiste più. Con la sua ricca iconografia di immagini a colori e in bianco e nero – foto a diverse distanze focali, scatti satellitari, disegni, piante e carte geografiche – il libro non è solo la documentazione di com’era e dov’era questa maestosa architettura. È un monito a non rassegnarsi alla scomparsa. Per quanto la volontà di espropriazione personalistica, a fini politici ed economici, nuoccia ai luoghi, nulla scompare finché si trovano scene di rifigurazione: discorsi, riproduzioni, mediazioni visive o musicali, performance. La cancellatura offre anzi un campo per far funzionare la storia dal futuro verso il passato, con un’attività interpretante dei luoghi demoliti che permette di definirne il palinsesto segnico.

Il volume, in italiano e in francese, si compone di due saggi di Hammad, Il santuario di Bel a Tadmor-Palmira (1998) e Palmira, tra santuario e città. Presupposti e enunciazione (2006), e di una prefazione di Paolo Fabbri, che nel ’98 aveva pubblicato una prima versione dello studio di Hammad. L’architetto siriano si basa sulle ricerche di Robert Amy, Henri Seyrig e Ernest Will, ma sposa il metodo semiotico per leggere forme e rituali di questo spazio, esplicitando ciò che spesso gli archeologi lasciano implicito. A causa di terremoti, saccheggi e distruzioni, le uniche fonti dirette sono iscrizioni lapidarie dedicatorie, in greco e aramaico, e incisioni su monete e tessere. Eppure Hammad riesce a dirci molte cose del «nemico» abbattuto dai fondamentalisti, che il «gesto simbolico» opacizza. Con l’analisi semiotica il tempio smette di essere un’immagine fissa e si «sfoglia» nei cambiamenti drastici e drammatici che lo hanno caratterizzato.

Come? Hammad considera lo spazio e i dispositivi architettonici alla stregua di formanti discorsivi e cerca il senso non negli oggetti, ma nelle operazioni che li situano in pratiche specifiche: una porta aperta in una cinta muraria segna un accesso condizionale; la struttura dei propilei indica il tempio come meta di pellegrinaggi, in una partizione sociale dei visitatori non troppo marcata; una vasca anteriore alla cella è traccia di un rito dove abluzioni purificatrici precedono il sacrificio. Ogni componente è un «operatore materializzato nella pietra», da non guardare isolato ma da opporre a un altro e correlare in coppia a contrasti semantici (modus semisimbolico). Così il podio di età romana, che ha sostituito il crepidoma, si oppone alla corte come l’elevazione si oppone all’abbassamento. Sullo sfondo sta la tesi della convergenza tra il sociale e il fisico, illustrata da Benveniste nei rapporti fra polites e polis, civitas e civis, e che Hammad estende al concetto francese di ville, nella doppia accezione di «gruppo umano inscritto in uno spazio sociale» e «agglomerato urbano inscritto nello spazio fisico». Con la promessa di un vocabolario delle istituzioni semitiche.

Il «maabad bel» sorgeva in un’oasi su una sorgente d’acqua sulfurea perenne. Già luogo di adorazione babilonese, fu eretto in età ellenistica da un architetto vicino alla scuola di Pergamo, quindi profanato e riconsacrato dai romani di Aureliano per restaurare la relazione tra il potere centrale e la città periferica, ristrutturato con sfregi dai bizantini, poi conquistato dagli arabi che, abitandone il temenos, lo hanno reso moschea e tradotto il colonnato in souq. Fino agli «sventramenti» manu militari del Mandato francese nel 1929. Un’«ibrida Venezia delle sabbie» all’origine e una «Tracia di Roma nel deserto della Siria» alla fine (Paolo Fabbri); in mezzo e per più di otto secoli, cioè più a lungo che come tempio pagano e come chiesa, dominio musulmano. La riscoperta archeologica da parte dei francesi, con la conseguente espulsione degli abitanti dal temenos, ha restituito all’edificio l’allure dell’antico tempio. È giocoforza chiedersi – Hammad lo fa – se i palmireni di oggi si riconoscano nei resti materiali del sito e se si sentano discendenti dal ceppo greco o dal ceppo arabo. E, in generale, come polarizzino – lo ignoriamo – i differenti periodi della loro storia.

La condizione pagana era accettabile in epoche in cui i monoteismi non temevano la concorrenza di altri dei. Ma non ha retto di fronte alle pretese di sovranità degli jihadisti. Tanto più che ai loro occhi il tempio antico suonava come un insulto all’Islam, attirando all’idolatria, cioè a una «falsa religione», folle di visitatori provenienti da remote distanze. Hammad racconta della resistenza passiva ingaggiata nel Novecento dagli abitanti locali rispetto all’improvvisa usurpazione dell’impero coloniale francese di 350 case e 700 appezzamenti di terreno. L’Isis si è dunque inserito in un contenzioso non chiuso. Si è impossessato del territorio e lo ha marcato come suolo islamico, neutralizzando pagani e cattolici per reclutarvi, eventualmente, i propri adepti. Intanto, però, la spianata attorno alla cella, storicamente sacra al pari del tempio, è uscita illesa dalla demolizione, per ragioni di salienza architettonica e pregnanza culturale. Quanto è informata la competenza di questi iconoclasti?

Accanto all’indagine degli investimenti semantici associati alla distribuzione degli spazi, fra sale a Nord riservate agli dei residenti – Bel, Yarhibol e Aglibol – e sale a Sud riservate alle divinità della regione, fra piano orizzontale delle relazioni fra gli uomini e piano verticale delle relazioni umano/divino, Hammad tiene conto del passaggio dal periodo pagano, quando il senso religioso si propagava dal tempio all’intera città di Tadmor-Palmira, al periodo di relativa laicità del santuario divenuto habitat urbano. Architettura e iscrizioni parlano di una valorizzazione economica e militare superiore alle assiologie politica e religiosa. Già allora, però, l’impianto del tempio si andava adeguando e aggiustando all’universo ideologico degli autoctoni. E ancora nella sua ultima veste, fino a prima della distruzione, Bel si presentava come una struttura di elementi ellenistici inglobati e risemantizzati in una sintassi spaziale semitica. Un pensiero localmente situato ha cioè ribaltato le priorità e mostrato le variazioni di natura dell’«allogeno», al variare della prospettiva culturale.

La Palmira ventura, non solo come «luogo del cuore», Hammad Palmyrenicus maior (Fabbri) sa costruirla.

Manar Hammad

Bel/Palmyra Hommage

edizione bilingue italo-francese

prefazione di Paolo Fabbri

Guaraldi, 2016, 184 pp., € 39

Sulla home page di Alfabeta2 Antonio Rezza in Basta Cani di Nanni Balestrini

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