(alcuni suggerimenti pratici per la lettura ad alta voce di un testo letterario)

Paolo Morelli

Robert Louis Stevenson sosteneva di aver imparato a scrivere storie ricopiando a mano alcune pagine dei suoi autori preferiti. Credeva fermamente che attraverso la mano gli restasse qualcosa di quell’arte. Lo stesso Stevenson ha più volte ribadito che ogni uomo possiede un «orecchio interno» per la letteratura, giacché essa è una necessità primordiale dell’essere umano, e solo dopo diventa prodotto culturale. La narrazione ad esempio nasconde l’aspirazione a recuperare qualcosa di perduto, di cui riafferriamo la consistenza soltanto attraverso una sorta di iniziazione misterica. Nell’animo umano esiste una disposizione ad accogliere simili storie. Predisposizione naturale, conoscenza che nessuno ha insegnato. Secondo gli scienziati cognitivi alla nascita il bambino non possiede una memoria personale, non «conosce» storie, ma desidera già nutrirsi di racconti anche se nessuno gli ha insegnato cosa sono né perché, proprio come il cibo gli servono a crescere e a collegarsi al mondo. La coscienza gli si sviluppa lentamente, l’inconscio esiste già da prima. Le tecniche moderne permettono di verificare che il feto sogna, la psiche già pratica quel tipo di auto-narrazione che chiamiamo sogno.

L’idea di racconti che arrivano già narrati corrisponde alla prima esperienza psichica di ogni essere umano. Un tipo di narrazione che è il primo sia per il singolo individuo che per l’intera umanità, la parte universale della nostra mente.

Il riconoscimento avviene prima di tutto attraverso i suoni delle parole, la cadenza delle frasi, i modi in fondo sempre uguali della mente che provocano riconoscimenti profondi in quanto possediamo un’architettura celebrale, un numero finito di regole per cui la sintassi ad esempio è biologicamente determinata. L’elemento ritmico poi esercita una forza attrattiva come, mettiamo, le cadenze nella voga o per attingere l’acqua.

A fronte di una letteratura del tutto svilita, immiserita e ammutolita, completamente priva di visione o anche di semplice ambizione, che ha accettato passivamente la smaterializzazione delle esperienze come segno dei tempi ineludibile e accorgendosene molto poco oltretutto, non solo quindi chiamandosi fuori dalla vita ma presumendo che non vi sia più un futuro e anzi scommettendo e sopravvivendo solo grazie al senso nichilista della fine, converrà smettere di rimestare nel torbido e cominciare a sognare l’impossibile vale a dire una rifondazione, ad esempio recuperando quella fisicità di toni, la necessità e l’autorevolezza che la narrazione ha sempre avuto. Ad esempio iniziando a liberare l’orecchio interno per mezzo della lettura ad alta voce. Il lettore quindi, soprattutto quello cosiddetto «forte», si scoprirà debole invece, inconsapevole, sottomesso all’idea di essere socialmente abilitato e nobilitato dall’acquisto, scoprirà la natura indocile e tremendamente efficace della narrazione e come essa abbia molto poco a che fare con l’accumulo di informazioni e perfino con la «cultura». Scoprirà di aver subito un furto.

  1. Forse da che esiste il mondo, tutti possiedono un orecchio abile, pronto ad accogliere la malìa nascosta nelle parole, solo da pochi decenni esso sembra otturato. L’orecchio per le parole della letteratura non dipende dal sapere culturale, bensí dalla tendenza naturale alla socialità.

  2. L’udito resta più primitivo della vista, e la voce resta il legame più sicuro e più antico che abbiamo, la voce delle narrazioni è un congegno infallibile che ogni volta ci riconduce alle radici, al remoto e al condiviso, ai più remoti anfratti dell’umanità, si potrebbero scomodare gli universali fantastici di Vico persino.

  3. Per liberare l’orecchio dalla sua recente occlusione non c’è altro mezzo che la pratica della lettura ad alta voce e dell’ascolto.

  4. La lettura ad alta voce di testi letterari è da considerare al pari di un atto di teurgia, volto a suscitare in chi ascolta echi di riconoscimenti profondi. È pure un’arte curativa che può essere esercitata su sé stessi.

  5. La lettura ad alta voce di testi letterari è una pratica efficace che tutti possono coltivare, tranne gli attori, in quanto essi fin da principio sbagliano l’approccio, tagliandosi fuori da ogni possibile prodigio. Lo denuncia con chiarezza l’enfasi data all’inspirazione, come a voler rimarcare un distacco.

  6. Per leggere ad alta voce è necessario ripristinare l’attenzione all’atto di respirazione. La cura della pratica respiratoria dovrebbe essere insegnata ai piccoli prima dell’alfabeto, o meglio ricordata, perché diventare consapevoli del proprio respiro è per un neonato il primo gesto di autonomia culturale. È questa la vera ragione del loro essere inesauribili, nelle urla per esempio, prima che si instauri il predominio della paura. Anche un buon lettore gliela ricorderà.

  7. Il respiro dev’essere lungo e sottile, partire da molto in basso, privilegiare la fase espiratoria, al fine di aumentare la stabilità dell’emissione vocale e agevolarne l’orientamento nel rincorrere il modo delle frasi. Ma pure con benefici effetti collaterali per la stessa agilità della mente, altrimenti con un respiro corto si avranno pensieri inevitabili di corto respiro.

  8. La respirazione è volontaria e involontaria allo stesso tempo, nel suo carattere tra impersonale e personale si trova l’apertura da e verso il mondo. Quando la voce parte da quel giusto mezzo non si sa da dove viene.

  9. Se parte da lí e non dalla testa la voce raggiunge il libro senza saper bene come, s’affida alla Stimmung quasi con bella sprezzatura, annulla il distacco, si fa tutt’uno con la voce vera con cui è stato scritto il testo, evoca la presenza viva del narratore pure se lontanissimo nel tempo e nello spazio, persino in una traduzione.

  10. Può essere utile, per ampliare la gamma tonale e le tipicità della propria voce, utilizzare le vecchie tecniche, quali ad esempio le prove di lettura con una matita tra i denti o i gargarismi con la pasta d’acciughe. Per preservarla potranno essere utili delle pastiglie a base di erisimo, pianta officinale.

  11. È utile trovare, prima del démarrage, un brevissimo istante di silenzio interno, conosciuto dagli antichi col nome di eufèmia, che nell’attesa costituirà elemento di condivisione con chi ascolta e ne favorirà l’ingresso in quell’ambito di intimità allargata che può esser chiamata letteratura.

  12. Come è più che ovvio, la tonalità di tutto il testo, anche se lungo, si trova nella prima frase.

  13. Pare che la coscienza offuschi gli atti che essa rende consci, quindi una volta partita la lettura si smetta il controllo e ci si affidi completamente alla voce che è connaturale al testo e ne forma l’ordito. Non si potrà sbagliare.

  14. Vale anche per chi ascolta. Se le capacità di concentrazione vanno scemando è perché l’attenzione forzata è una finta dolorosa che si stanca presto. E poi anche dormendo la voce entra lo stesso.

  15. Di fronte a uno scritto mai letto prima può apparire utile carpirne preventivamente la trama, ovverosia l’andamento e i significati, in seguito però diverrà più che chiaro lampante che la logica di un testo letterario si trova nella sua voce per la stragrande parte.

  16. Se si legge un proprio testo, sarà bene trovare il giusto punto focale dimenticando il più possibile tale particolare, acciocché andando avanti l’ascoltatore abbia l’impressione che se autore e lettore coincidono sia un dato del tutto casuale. Perché il rischio dell’oralità è il narcisismo.

  17. Spesso l’accompagnamento musicale nasconde una mancanza di fiducia, il tentativo di addolcire la pillola che si dà già per amara, è un abbellimento che infiacchisce. L’eventuale musica, improvvisata o meno, perfino nel melologo, dovrà scovare una connivenza originale con la voce testuale, non limitarsi ad accudire da dietro quella dell’occasionale lettore.

  18. Nell’eventualità di un microfono ci si ponga «sotto» la sua area ricettiva, giacché le parole sono fatte d’aria che sale.

  19. Converrà abbassare la voce prima della fine, affinché nello spegnersi del suono si raggiunga il massimo della comunicazione e si ottenga al contempo il massimo dell’attenzione.

  20. Perché la lettura riesca, va comunque tenuto conto che è necessario voler bene alle pagine che si leggono, e che non tutti i libri contengono una voce, anzi la maggior parte di quelli odierni sono afoni a bella posta presumendo un lettore sordo, solo da poco in migliaia d’anni vengono proposte o meglio imposte l’incompatibilità e la selezione intellettiva, e nell’impianto burocratico d’un silenzio siffatto si celano le ragioni della sorprendente sordità.

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