esami-di-maturita-2016-calcolo-dei-voti_767289Giorgio Mascitelli

I recenti esami di stato del 2016, in particolare quelli che un tempo si chiamavano di maturità, hanno dato luogo a una nuova ondata di critiche, condotta prevalentemente da esperti di didattica di fondazioni private, funzionari della pubblica amministrazione ed economisti, che ne chiedono la loro riforma, abolendone il valore legale, oppure l’eliminazione tout court. Tale interesse si spiega con il fatto che, approvata la riforma della buona scuola con il nuovo reclutamento degli insegnanti, uno degli ultimi tasselli che si frappongono all’obiettivo della completa destrutturazione della scuola pubblica è proprio l’esame di stato. Sostanzialmente gli argomenti addotti contro gli esami di stato sono di tre ordini: sarebbero uno spreco di denaro, sarebbero poco seri perché nessuno viene bocciato e, infine, non sarebbero oggettivi.

Il primo è naturalmente un argomento specioso perché solo la dimostrazione dell’inutilità degli esami di stato proverebbe che essi sono uno spreco di denaro e pertanto usare la conseguenza logica di una tesi come prova della sua validità è un paralogismo. Inoltre, se si volesse risparmiare del denaro pubblico, basterebbe tagliare l’incostituzionale finanziamento statale della scuola privata, ben più oneroso dell’organizzazione degli esami di stato.

Quanto alle scarse bocciature, occorre ricordare che nella scuola italiana vige l’istituto della non ammissione agli esami e, soprattutto, che nel corso del ciclo di studi la scuola italiana utilizza ampiamente la bocciatura o, per meglio dire, la utilizza in maniera decisamente eccessiva rispetto a gran parte dei sistemi scolastici europei. Sarebbe quindi da stupirsi che agli esami, dopo un simile percorso, ci fossero esiti negativi molto alti. Anche i voti finali non sono particolarmente alti rispetto alla media europea, come scoprono sulla propria pelle quegli studenti che vogliono fare l’università all’estero, spesso superati nei voti richiesti per l’ammissione alle varie facoltà da studenti di paesi dove è più facile conseguire agli esami finali un voto alto perché le materie oggetto d’esame sono molte di meno e vigono differenti sistemi di valutazione. È probabile che gli attuali esami di stato siano meno difficili e severi delle maturità degli anni Cinquanta, quando la scuola superiore coinvolgeva una minoranza di giovani, ma nell’attuale quadro della scolarizzazione di massa dei paesi occidentali non è vero che gli esami di stato italiani siano molto facili, anzi è probabilmente vero il contrario.

Ora che una simile diceria goda di popolarità presso un’opinione pubblica non tenuta a conoscere aspetti specifici dell’organizzazione scolastica e dell’insegnamento è perfino comprensibile, ma il fatto che essa venga rilanciata da addetti ai lavori può significare soltanto che esiste una nostalgia reazionaria per una marcata funzione selettiva della scuola come quella del passato, mascherata da un linguaggio tecnico riformista.

I critici dell’esame di stato hanno invece qualche elemento più concreto nell’argomentare contro l’oggettività dell’esame, o meglio si può affermare che esistono delle tipologie di prove più facilmente valutabili e traducibili in scale numeriche di voto come quella in centesimi attualmente in uso. Il sistema che offre più garanzie in tal senso è quello dei quesiti a risposta chiusa, i quiz, che possono essere corretti da un computer unico a livello nazionale oppure più velocemente fornendo alle singole commissioni un foglio con le soluzioni, come fa con i propri giochi La settimana enigmistica. Il limite di questo tipo di prova, aldilà del fatto che in essa la fortuna ha un ruolo maggiore che in altre, è che solleciterebbe capacità e aspetti della preparazione molto circoscritti quali un certo nozionismo schematico e la prontezza della risposta allo stimolo. In questo senso il punteggio finale offrirebbe un voto determinato in modo più automatico, ma su prove che forniscono molte meno informazioni sulla preparazione complessiva dello studente rispetto all’esame attuale.

L’ossessione di cercare un equivalente quantitativo generale della valutazione di ogni esperienza di studio (ossessione che occupa un qualche ruolo nell’ideologia della nostra società) gioca un brutto scherzo metafisico ai suoi estimatori, perché si finisce con il credere che un voto numerico non sia un semplice indicatore approssimativo del raggiungimento di certi risultati nel processo di apprendimento, ma descriva con precisione una realtà misurabile. Questo conferimento feticistico dello statuto di realtà a un numero non riferito a entità materialmente misurabili finisce con il condizionare l’idea dei processi di apprendimento, che tendono così a essere visti come qualcosa di analogo al riempire un contenitore o al percorrere una distanza in un certo lasso di tempo. Invece una preparazione scolastica rientra nella categoria della potenzialità, del non essere ancora, e significa possedere una certa base di nozioni e saper compiere alcune operazioni mentali e pratiche che si presume consentano di agire nel mondo reale e/o di proseguire gli studi. Valutare una potenzialità è possibile, quindi, solo con un certo grado di approssimazione, indicando dei livelli piuttosto che degli ordini di grandezza precisi.

In questo senso l’unica vera riforma dell’esame di stato sarebbe l’abolizione dei voti a vantaggio di quattro o cinque giudizi di livello (eccellente, buono, discreto, sufficiente e magari uno di accettabilità minima), che sarebbero le uniche possibili informazioni oggettive. Certo una scelta del genere imporrebbe di uscire da una retorica della competitività e dai meccanismi che gli stessi studenti hanno interiorizzato fin dalle elementari.

La questione degli esami di stato ha tuttavia una rilevanza politica. Infatti se si volesse creare un mercato della scuola totalmente libero ossia senza regole, nel quale gli istituti scolastici competono come aziende, l’eliminazione, di fatto o di diritto, di questi esami sarebbe un passo decisivo perché essi svolgono una funzione di controllo, sia pure parziale e con mille limiti, dell’attività didattica delle scuole e dei programmi, garantendo a tutti gli studenti italiani una certa uniformità nell’accesso allo studio, per quanto incompleta. Al contrario, in un mercato, è fondamentale per ogni attore che la concorrenza non offra le stesse opportunità e che la propria offerta sia a vario titolo esclusiva.

Del resto sotto il ministero Moratti, negli anni del secondo governo Berlusconi tra il 2002 e il 2006, fu fatta una riforma degli esami in base alla quale le commissioni erano costituite solo dagli insegnanti della classe: si trattava di un’eliminazione di fatto degli esami. I risultati di questa riforma, interrotta dal nuovo governo Prodi con il ministero di Fioroni, che ripristinò le commissioni con presidente e metà dei commissari esterni, furono un inflazionamento dei voti alti, soprattutto nelle scuole private, e un’evidente sperequazione a sfavore degli studenti di quelle pubbliche, che minacciava la struttura stessa della scuola. È chiaro che, se si fosse proseguito con un sistema simile, gli esami finali non avrebbero avuto più alcun significato didattico né avrebbero potuto fornire alcuna informazione credibile sul reale livello di preparazione degli studenti. Se questa situazione si fosse protratta ancora per qualche anno, a quel punto sarebbe stato necessario introdurre un sistema di certificazione, magari privato, della qualità delle scuole che avrebbero con il loro buon nome garantito la credibilità della valutazione data. Va da sé aggiungere che chi avrebbe controllato quel sistema di certificazione delle scuole avrebbe controllato il sistema scolastico italiano. Un sistema di controllo formalmente pubblico, ma molto sensibile a questo tipo di logica, è nato in questi anni ed è legato alle prove INVALSI.

Le prove INVALSI non sono finalizzate a verificare la preparazione degli studenti, ma il livello d’insegnamento di una scuola tramite domande volte a cogliere dei presunti livelli di apprendimento (ad esempio nelle prove d’italiano di seconda superiore non vi sono domande sul programma di studio, ma vi sono perlopiù domande di comprensione del testo che richiedono capacità di lettura, di conoscenze lessicali e sintattiche e di alcune informazioni sociali, il cui possesso è di solito influenzato dal contesto familiare di provenienza) e dunque servono a stabilire un’ipotetica classifica delle scuole. Naturalmente esse non dicono nulla sulla preparazione individuale dello studente.

Immaginiamoci ora che la preparazione finale dello studente venga valutata dalla sua stessa scuola senza il concorso di commissari esterni: allora il voto finale non significherà più nulla. L’unica possibilità di avere qualche informazione esterna, benché di qualità inferiore a quella fornita dall’attuale esame di stato, sarà quella di prendere in considerazione il prestigio della scuola che ha dato questi voti, ossia la sua posizione nella graduatoria. Il che comporterà che uno studente mediocre, ma che ha la possibilità di accedere a una scuola di prestigio, avrà di fatto una valutazione migliore di uno brillante che ha frequentato una scuola peggio posizionata, finendo con l’avere più occasioni di formazione universitaria. Che un’operazione del genere sarà presentata al pubblico come una sorta di trionfo della meritocrazia, è cosa che non dovrebbe sorprendere nessuno di coloro che conoscono bene questa parte del mondo.

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Una Risposta a Gli esami finiscono per sempre?

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