burroughsFilippo Polenchi

Sulla soglia infernale di questa epica e ponderosa biografia (originariamente pubblicata nel 2014, nel centenario della nascita) si legge: «Questa è la storia della battaglia di William Burroughs con lo Spirito del Male». Call me Burroughs è il titolo originale del lavoro di Barry Miles, nelle cui pagine biancheggiano demoni melvilliani. Una biografia come la nascita di una nazione, alla ricerca dei propri miti di fondazione: quello del trauma originario, riconosciuto nel rapporto orale verso un misterioso veterinario al quale lo costrinse la sua tata, Mary Evans nel 1918 (Bill aveva 4 anni). E ancora: il mito chimico, dalle «siringhette» di morfina all’eroina, all’Eukodol e il majoun di Tangeri e soprattutto lui, lo «sballo supremo» dello yagè.

Quasi più saggio mitografico, insomma, che genesi di uno scrittore. Sono chiamati all’adunanza sia personaggi reali, anch’essi miti privati o emblemi di una queerness mai negata (gli storici amori: Allen Ginsberg, Ian Sommerville, James Grauerholz; gli amici di una vita: Brion Gysin su tutti) e poi personaggi dagli abissi delle fasi REM, che appaiono a Bill come messaggeri e spesso lui non può fare altro che agire come «sotto dettatura», trascriverne resoconti: «il dato di fatto tridimensionale si fonde al sogno». Da qui provengono il dottor Benway e la routine del «culo parlante».

Sfilano in parata le «stazioni classiche della Terra», tutte le città vissute più che attraversate perché per Bill, lui rampollo di una ricca famiglia di St. Louis (il nonno aveva fondato la American Arithmometer Company, grandissima azienda produttrice di macchine calcolatrici), l’erranza non è mai stata smania di viaggio ma desiderio di essere dislocato, irrintracciabile, «el hombre invisible»: la New York epilettica ed entusiasmante per le effervescenze della benzedrina, nella quale conobbe Allen Ginsberg e Jack Kerouac e dove nacquero di fatto la Beat Generation e il suo culto (1943-46); il Sudamerica (1946-54) con l’accesso herzoghiano in una giungla mortifera e velenosa, rigoglio vegetale allucinatorio; Tangeri (1954-58), zona franca di archetipi fuggitivi (Paul Bowles) e desideri irrefrenabili. Sarà qui che apprenderà una ginnastica della liberazione – sessuale e creativa – e scriverà il grosso del Pasto nudo. In generale non si può che notare una precisione balistica, per lui ossessionato dal diritto di possedere un’arma da fuoco, nell’essere sempre nella città giusta un momento prima che la «cosa» accada. Parigi nel 1959, patria letteraria della pubblicazione del suo romanzo più celebre. La Swinging London negli anni dal 1960 al 1974. Chicago 1968: reportage politico con Jean Genet e marcia spontanea repressa nel sangue. La New York punk che gli comminò una consacrazione definitiva, con la «Nova Convention» (1978) e la reverenza delle rockstar (dagli Stones a Patti Smith), fino al buen retiro finale del Kansas, nel quale morirà a 83 anni nel 1997.

Ma naturalmente vibrano ad alte frequenze i due miti principi, legati a doppio filo: la morte di sua moglie Joan Vollmer e l’epifania nera, il vuoto coscienziale dello Spirito del Male. È a questo demone – che nella sua «cosmologia personale» si appropria del suo corpo da una ferita alla mano del ’27 – che Bill attribuisce la colpa dello «sparo basso» che il 6 settembre 1951, a Città del Messico, gli fece uccidere con un colpo di revolver Joan, quando ubriachi si proposero di ripetere il gioco di Guglielmo Tell.

Nel 1985 scrisse: «“lo spirito del male ha sparato a Joan per essere”, cioè per conservare la sua odiosa attività parassitaria. […] Sono obbligato a giungere alla terrificante conclusione che senza la morte di Joan non sarei mai diventato uno scrittore […] Vivo sotto la minaccia costante di essere posseduto, e un bisogno costante di sfuggire alla possessione, al Controllo. La morte di Joan mi ha messo in contatto con l’invasore, lo Spirito del Male, trascinandomi in una battaglia lunga un’intera vita, in cui non mi è rimasto altro da fare che scrivere la mia via d’uscita». La scrittura, insomma, come virus e liberazione da esso (ma, come noterà il suo futuro compagno James Grauerholz, Bill aveva già scritto Junkie e Queer prima del ’51).

Per tutti gli anni Sessanta i cut-up serviranno a rompere la necessità programmata da «agenti del controllo» – agenzie governative aliene, maghi, maledizioni, farmacopee nefaste, la «setta degli Assassini» di Hassan-i-Sabbah – fratturare questa «possessione» grazie alla casualità del taglio su giornali e opere letterarie. Per svelare una trama sotterranea della realtà, fatta di connessioni imperscrutabili, a meno appunto di non procedere con l’eventualità dell’atto fortuito. Anche i cut-up saranno subito mito. Eppure c’è una sorta di «Controllo» mai del tutto eluso in questa biografia eccellente: l’Altro. Molto del Pasto nudo appartiene alle lettere che Bill scrisse a Ginsberg da Tangeri. «Al momento ho un disperato bisogno di qualcuno che riceva le mie routine. Ogni volta che mi imbatto nell’impasse dell’affetto non ricambiato la mia unica risorsa sono le routine».

Una parte importante del lavoro di Burroughs – dai romanzi alle registrazioni, dai reading agli articoli giornalistici, ai saggi sulla droga ecc. – prevede proprio il lettore nella fase di scrittura. Così accade per gli episodi più osceni (sesso orgiastico omosessuale, «asfissiofilia») dei suoi libri: non indulgono all’effetto truculento, ma allo svelamento dei meccanismi del piacere negli occhi di chi legge. Bill non ha il fuoco sacro di Kerouac, né la visione beat(a) di Ginsberg; scrive anzitutto per divertire quel gruppo di giovani della Beat Generation, di fatto il suo primo pubblico.

E in fondo anche se in quest’opera immensa sulla vita di Burroughs ciò che causa la scrittura rimane zona d’ombra, l’Altro, questo specchio nel quale – come ammicca il titolo italiano – il lettore è chiamato a interrogarsi su quanto di Bill ci sia in lui, appare con minacciose maschere d’antica foggia, come i mugwumps del Pasto nudo.

Esercizio critico sul corpo mutante dell’entità WSB è poi la miscellanea pubblicata da ombre corte, Saccheggiate il Louvre: laboratorio (originato da una serie di seminari tenuti a Salerno, sempre nell’annata centenaria 2014) nel quale il lettore reduce dal tour de force della vita di Burroughs può mappare le geografie sensoriali – secondo una celebre autodefinizione d’artista che Bill diede di se stesso – che definiscono l’immensa pleiade della produzione del Nostro. Da acute analisi sul Burroughs «politico» ai multiformi interessi estetici frequentati nel corso di una lunga carriera (è il caso dell’ultima sezione con saggi su cinema, musica, pittura, un grande saggio di Vito Campanelli sulla cultura del remix) fino a tre studi di un geniale matematico italiano, ma anche intellettuale tout court (scomparso all’inizio del 2013): Antonio Caronia. Il volume si fa poi forte di un doppio lavoro interpretativo: affrontare sinteticamente tutto l’orizzonte della produzione di WSB e definirne le relazioni con i più influenti intellettuali contemporanei (McLuhan, ma anche Deleuze e Foucault, Derrida).

Barry Miles

Io sono Burroughs. Una biografia

traduzione di Fabio Pedone

il Saggiatore, 2016, 812 pp., € 40

Saccheggiate il Louvre. William S. Burroughs tra eversione politica e insurrezione espressiva

a cura di Alfonso Amendola e Mario Tirino, prefazione di Gino Frezza

ombre corte, 2016, 202 pp., € 18

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