9-mantegna-san-giorgioMichele Dantini

Se di un libro, come di quadri o sculture, fossimo tenuti stabilire l’iconografia, ecco che dovremmo optare qui per la Pietà. La «nazione», in specie la «nazione culturale», piange nel Patrimonio il figlio che la Propaganda prima, la Guerra e il Mercato poi (il «mostrificio») hanno ucciso. Questa la posizione dei due autori di Raffaello on the road.

La vicenda ricostruita, circoscritta sotto il profilo della cronologia, ha ampie implicazioni storiche e politiche. Ne sono protagoniste ventisette opere rinascimentali e barocche, tra le più famose conservate nei musei italiani. Sul finire degli anni Trenta sono «ingaggiate» dal governo italiano per una tournée di propaganda negli Stati Uniti. L’impulso all’iniziativa viene da Mussolini e Ciano. Bottai e Alfieri, rispettivamente ministro dell’Educazione Nazionale e della Cultura Popolare, le assicurano l’esito desiderato. Scelte da Roberto Longhi, incaricato nell’occasione da Bottai, le opere giungono negli Stati Uniti accompagnate da Giulio Carlo Argan, al tempo giovane funzionario del ministero dell’Educazione Nazionale e fiduciario di Bottai. Sono esposte con grande successo una prima volta alla Golden Gate International Exhibition di San Francisco (GGIE), dove rimangono sino al febbraio 1939; e in seguito a Chicago e New York, al MoMA. A Cesare Brandi, che nel dicembre 1939 sostituisce Argan nel ruolo di funzionario ministeriale al seguito delle opere, appare tuttavia chiaro che i continui spostamenti, uniti a inadeguate condizioni espositive, hanno procurato danni consistenti e talvolta irreversibili.

Come raccontare una storia come questa? È una domanda spinosa. Si può scegliere un atteggiamento di distacco, stricto sensu scientifico. Oppure privilegiare la denuncia, quasi al modo di un giornalismo (retrospettivo) d’inchiesta. Lorenzo Carletti e Cristiano Giometti sembrano aver scelto questa strada. Il case study prefigura in effetti ai loro occhi un malcostume contemporaneo, e cioè la propagazione incontrollata delle mostre e l’uso strumentale dei «capolavori». Si presta dunque a considerazioni di attualità. Accade però che il saggio oscilli tra ricostruzione fattuale e riduzione macchiettistica, filologia e satira, senza a mio avviso risolversi chiaramente né per l’una né per l’altra.

Mi spiego. È merito degli autori l’aver raccolto e montato una messe formidabile di conoscenze di prima mano. Largo plauso merita inoltre l’ambizioso proposito di incastonare un episodio di (mancata) conservazione in una più ampia cornice storico-ideologica, diplomatica, geopolitica e militare. Come saggio di storia tout court, tuttavia, e nella fattispecie di storia della tutela nell’Italia del ventennio, Raffaello on the road manca a tratti di una più ampia prospettiva politica relativa al periodo in questione. Se qualcosa, la vicenda dei capolavori prestati alla GGIE conferma che il patrimonio ben difficilmente può diventare oggetto di una politica one issue.

Desta perplessità una tesi soggiacente all’intero volume. Alla luce di quanto conosciamo degli ultimi anni del regime, e in particolare degli anni che vanno dalla proclamazione dell’Impero all’entrata in guerra, è lecito ritenere che Bottai interpreti un fascismo diverso da quello di Mussolini, per più versi antitetico, «liberaleggiante» e rispettabile, come Ruggero Zangrandi ci ha insegnato a credere (e Argan ha confermato)? Ne dubito. Vero: Bottai è stato un amministratore «estremamente lucido», come affermano Carletti e Giometti. Ma non è meno vero che, sia pure a prescindere dal suo impegno nell’ambito della legislazione razziale, l’ex allievo di Longhi al liceo Tasso di Roma ci appare, con le sue riviste, i premi artistici e persino la politica di reclutamento del «dissenso» intellettuale, il più organizzato e coerente esecutore della «svolta totalitaria» impressa da Mussolini al regime dopo la conquista dell’Etiopia. La circostanza ha implicazioni concrete: illumina il senso di preferenze estetiche e di collaborazioni «tecniche», oltre a disseminare di dubbi l’interpretazione in chiave «antiretorica» di Morandi, tra i pittori preferiti di Bottai.

Checché si possa dire o immaginare, i «tecnici» non escono bene dalla storia così brillantemente narrata da Carletti e Giometti, certo non meglio dei «politici». Longhi risponde con fervida alacrità all’invito rivoltogli da Bottai in previsione della GGIE: sembra non conoscere, al tempo, gli scrupoli estetico-religiosi opposti in seguito alla «stolida e spesso servile mania esibizionistica dell’Italia all’estero». Argan riesce se possibile persino più zelante di Bottai nel perorare le ragioni della circolazione internazionale delle opere, incurante, nei suoi «subordinati avvisi» al ministro, dei rischi cui esse vanno incontro. Che dire poi del tremebondo Brandi? Questi dispaccia fiducia dalla missione americana e assicura che a Chicago «gli impianti [per regolare umidità e temperatura delle sale] offrono alle nostre opere le migliori condizioni ambientali». Salvo poi aver verificato in privato che la Sacra conversazione di Palma, il San Giorgio di Mantegna e la Madonna della seggiola di Raffaello presentano distacchi per l’«aria secca» dell’Art Institute privo di condizionamento; e che «la Crocifissione di Masaccio s’era [addirittura] incurvata in modo definitivo».

Non intendo invitare alla denigrazione, al contrario: occorre tuttavia distaccarsi da devozioni pietrificate, come Carletti e Giometti accennano a tratti di voler fare. Esistono peraltro circostanze attenuanti da tenere presenti. Bottai prevede che una quota del compenso pattuito per il responsabile pro forma dell’iniziativa, l’antiquario fiorentino Eugenio Ventura, torni al ministero e integri le dotazioni finanziarie dell’istituendo Istituto del restauro. Così in effetti accade. Sia Longhi che Argan e Brandi sono a conoscenza della delicata transazione, e hanno tutte le ragioni, scientifiche e istituzionali, per augurarsi che le mostre abbiano successo. Più in generale: è a mio avviso utile riprendere in mano l’intera questione del «nazionalismo culturale» tra le due guerre senza atteggiamenti scandalistici e alla luce di riflessioni storiche o teoriche maturate negli ultimi decenni in tema di «morte della nazione» o «crisi della Repubblica». Il senso di appartenenza a una comunità unita per lingua, cultura e «valori», in sé tutt’altro che genericamente «fascista», non viene meno con l’8 settembre 1943: in Longhi, Argan o Brandi meno che in altri. Nel dopoguerra tuttavia (e certo pour cause) sembra riformularsi solo in modo indiretto e goffamente dissimulato.

Lorenzo Carletti, Cristiano Giometti

Raffaello on the road. Rinascimento e propaganda fascista in America (1938-1940)

prefazione di Tomaso Montanari

Carocci, 2016, XII-235 pp., € 25

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Una Risposta a Esibizionisti da regime

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