di Alexandros Maria Hatzikiriakos

Quando si deve parlare di Michel van der Aa, la difficoltà è innanzitutto nella scelta di termini.

Formatosi prima come tecnico del suono all’Aia e poi come compositore con Gilius van Bergeijk e Luis Andriessen, van der Aa ha studiato anche regia cinematografica (New York Film Academy, 2002) e teatrale (Lincoln Center Theater Director’s Lab, 2007), costruendo una carriera singolarmente poliedrica. La marca distintiva di van der Aa si ritrova nella continua mescolanza di media diversi, musica, video, soundtrack, teatro, senza però lasciar intendere alcuna possibile prevaricazione di un mezzo sull’altro. Sono molti i suoi lavori che sfuggono ad una precisa denotazione di genere o a un preciso collocazione all’interno delle arti performative.
Lo stesso van der Aa del resto ha dichiarato una volta: «io non sono il compositore solo della musica», indicando come la sua autorialità non si limiti “solamente” all’organizzazione del materiale musicale ma vada estesa all’intero spettacolo. Il recentissimo Blank out, portato a Roma lo scorso 31 maggio, a soli due mesi dalla prima di Amsterdam, è forse l’esempio più maturo del suo rapporto con la medialità.

Blank Out  Michel van der Aa Muziekgebouw aan het Ij 20 maart 2015 Photo: Marco Borggreve Zangers en koor Blank Out wordt gezongen door de sopraan Miah Persson en bariton Roderick Williams (op film) en het Nederlands Kamerkoor (op film). Lichtontwerp: Floriaan Ganzevoort Dramaturg en regieassistent: Sophie Motley

Photo: Marco Borggreve

In Blank out, van der Aa gioca con i suoi spettatori, quasi con un labirinto di specchi e controspecchi, confondendo i sensi e la percezione del reale. Al centro della scena, il soprano Miah Persson, unico performer dal vivo, è la protagonista della narrazione che ella stessa cerca di raccontare in frammenti appena balbettati. Questi frammenti vengono resi comprensibili solo grazie all’intervento, in video 3D, di due sue repliche, che completano in contrappunto la linea del canto: la donna racconta di un giorno in cui il figlio fu portato in acqua da una marea e in cui lei si gettò in mare, nel tentativo, forse inutile, di salvarlo.

Non sappiamo come andarono realmente le cose, finchè, in un’altra proiezione 3D, un uomo, il baritono Roderick Williams, nel ruolo del figlio, fa la sua comparsa. Questa epifania scambia i punti di osservazione: la donna, l’unico performer in scena, si rivela essere in realtà un ricordo, una proiezione mentale del figlio, unico sopravvissuto all’evento, che interviene però solo in video. Il ribaltamento di prospettiva avviene tramite una cesura improvvisa, una fulminea interruzione di suono e luce, che rovescia la percezione del reale che lo spettatore aveva costruito fino a quel momento; un espediente dalla reminiscenza decisamente lynchiana.

Nessun suono, nessun evento visivo, sembra perciò reale, proviene cioè da una sorgente acustica presente nel teatro, tranne la voce della madre, che è a sua volta non reale, ma un ricordo annebbiato. Il paradosso è quello di vedere incarnato l’onirico sul piano tangibile, della live performance, e di poter scorgere la realtà solo in video e nei suoni pre-registrati.

Blank out rappresenta il punto di arrivo dopo oltre un decennio di sperimentazione di riflessione sulla medialità e soprattutto sull’intersezione tra diversi media. Questa riflessione è già in nuce in uno dei primissimi lavori di van der Aa, Wake, composizione per due percussionisti del 1997. Già in Wake, seppur senza l’ausilio di alcuna tecnologia, van der Aa gioca con il proprio spettatore, in maniera non lontana da quanto farà quasi vent’anni dopo in Blank Out. Dei due percussionisti sul palco, in realtà soltanto uno esegue effettivamente la partitura, mentre il secondo si limita a imitare, con un breve delay, i movimenti del primo, senza però mai toccare lo strumento. Oltre all’evidente effetto ironico, quasi una scenetta di slapstick, lo spettatore viene sotto posto a un gioco illusorio, seppur rudimentale, di sfasamento tra occhio e orecchio. Wake anticipa quindi un elemento centrale per van der Aa, ossia il tema del doppio, dell’io riflesso, moltiplicato e frammentato, sempre più presente nei suoi lavori successivi. Fin da One, (2002) sua prima opera multimediale, van der Aa si mostra affascinato, se non ossessionato, dal doppio, che affronta spesso in modo alquanto borgesiano.

Sia nei lavori per la scena che da concerto, il performer è costantemente doppiato da una controparte audiovisiva, che ne discute l’identità. In Up-close, definito dal compositore come crossmedia cello concerto, alla solista, oltre che all’ensemble di archi, si accostano le vicende del suo doppio, narrate da un video proiettato contemporaneamente sul palco. Come sottolineato anche dallo stesso van der Aa, il discrimine tra teatro musicale e produzione da concerto è spesso impalpabile. L’opera di van der Aa è liminare, gioca con i limiti e nel provocare le aspettative dei suoi spettatori. Nonostante egli conservi il concetto di “Opera” e, con questo in maniera evidente anche il concetto di “Autore”, van der Aa lo declina in forme sorprendenti, e spesso impensabili, fino a quasi porne in discussione l’essenza stessa. Ben oltre la mera provocazione, egli gioca a confondere le idee, frammentando la percezione e costruendo veri e propri labirinti. Non è un caso che, a proposito di labirinti, egli abbia dedicato una delle sue creazioni più controverse proprio ai racconti di Borges. In The Book of Sand (2015), ciclo di canzoni multimediali su testi tratti dall’Aleph e dalle Finzioni, lo spettatore, grazie alla visualizzazione digitale tramite web ( www.thebookofsand.net) o tramite app per Iphone, può vedere ed ascoltare il ciclo scegliendo tra i tre diversi video e arrangiamenti disponibili. Come per Asterione, protagonista di uno dei racconti dell’Aleph intonati nel ciclo, «ogni cosa esiste più d’una volta, infinite volte» e questa stessa ripetizione mette in discussione la stessa identità dello spettatore. Su questo gioco di specchi, Van der Aa ha costruito la sua arte, usando le tecnologie multimediali, per dare voce però a una riflessione d’esigenza completamente umanistica.

Cast

Woman – Miah Persson
Man – Roderick Williams (film)
Nederlands Kamerkoor (film)
Klaas Stok – conductor
Team
Director, concept – Michel van der Aa
Dramaturge – Sophie Motley
Lighting – Floriaan Ganzevoort
Production development – Frank van der Weij
Movement advice – Thom Stuart
Director of photography – Joost Rietdijk
Film producer – Melvin Kant, William Griffioen

(Roma, 31 Maggio, Fast forward Festival, Auditorium Parco della Musica)

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