Lo specchio magico. Urban Art Dance Opera, musica di Fabio Vacchi, libretto di Aldo Nove

di Renata Scognamiglio

Nella teoria e nella pratica del cinema il ‘raccordo’ è quel procedimento tecnico-linguistico che permette di mettere in relazione due inquadrature successive creando – attraverso suggestioni visive, motorie, acustiche – una continuità artificiale eppur ‘reale’ fra luoghi, momenti, punti di vista, prospettive, orizzonti di possibilità eventualmente distanti. Ebbene, ‘raccordare gli sguardi’ per tentare di intessere un dialogo – fra attualità e Storia, teatro d’opera e arte di strada, ma soprattutto fra generazioni che spesso appaiono e ‘suonano’ reciprocamente estranee – sembra essere il principio ispiratore di un esperimento come Lo specchio magico, Urban Art Dance Opera su musica di Fabio Vacchi e libretto di Aldo Nove, rappresentata in prima esecuzione assoluta all’Opera di Firenze il 7 maggio 2016 (unica data), nel contesto del 79mo Maggio Musicale Fiorentino. Per il compositore bolognese – senza dubbio una delle figure di riferimento nel panorama attuale del teatro in musica non solo italiano – si tratta della nona opera all’attivo nonché della terza collaborazione con l’autore di Woobinda, dopo i due melologhi Mi chiamo Roberta (2006) e Parla Persefone (2009).

Questo il concept, vagamente saint-éxuperiano. Uno specchio fatato nelle mani di un etereo fanciullo (Piccola Nuvola) dal quale affiorano – come visioni grottesche in un flusso di coscienza collettivo – personaggi e momenti drammatici della storia dell’uomo, declinazioni diverse di una medesima, autodistruttiva volontà di dominio: quattro tiranni dell’antichità (Giasone di Fere e suo figlio Alessandro, Dioniso di Siracusa e Alessandro II di Macedonia), evocazione prototipica dei ‘signori della Guerra’ di tutti i tempi e quindi ideali interlocutori di questo viaggio nella barbarie; la caduta dell’Impero romano, che si consuma sotto lo sguardo indifferente di un Romolo Augustolo evidentemente modellato sul Romolo il Grande di Dürrenmatt; lo sterminio delle popolazioni native-americane, reso possibile attraverso lo strumento del divide et impera, e qui evocato tramite il filtro del film Balla coi Lupi (Kevin Costner, 1990); infine, l’avvento delle moderne armi di distruzione di massa, a cominciare da quel Progetto Manhattan cui contribuirono, nella Seconda Guerra Mondiale, menti quali Enrico Fermi, Edward Lawrence e Robert Oppenheimer (il ‘Doctor Atomic’ immortalato anche da John Adams) per poi arrivare allo sciagurato volo del pilota Paul Tibbetts a bordo dell’Enola Gay e lo sgancio della bomba su Hiroshima, il 6 agosto del 1945. Sebbene non sia possibile alterare il corso della storia, l’unica salvezza per questa Terra e per tutte le specie viventi che la abitano è che l’uomo cominci a concepire il proprio vissuto e il proprio avvenire come eredità condivisa («Parlate di futuro e non sapete / Ch’è solamente ciò che prepariamo / coi nostri desideri e con la sete / che avete di dominio»).

Tradurre un simile affresco in termini di scrittura scenica e di drammaturgia musicale senza scadere nella macchinosità o nel didascalismo era una sfida alquanto rischiosa. Nove e Vacchi l’hanno affrontata (e vinta) coniugando un testo asciutto e d’immediato impatto comunicativo con una scrittura musicale formalmente duttile e timbricamente ricca, consapevole delle proprie radici eurocolte, ma allo stesso tempo capace di interfacciarsi in maniera credibile con le diverse forme di street art chiamate in causa, rap e urban dance in primo luogo. Il tutto all’interno di un dispositivo scenico essenziale che contribuisce non poco alla leggerezza dell’insieme: un enorme schermo diafano (lo ‘specchio’, appunto) vela il boccascena ‘imprigionando’ al suo interno orchestra, solisti e coro in abbigliamento casual, disposti come per l’esecuzione di una composizione sinfonico-vocale. A rendere permeabile il diaframma fra artisti e spettatori intervengono le incursioni degli unici due personaggi/interpreti cui è consentito muoversi liberamente fra piano scenico, proscenio e sala (nonché fra passato, presente e futuro potenziale): il rapper fiorentino Millelemmi, il quale abbandona il proverbiale accento ultra-dialettale per calarsi (bene) nei panni di un Cantastorie, voce senza tempo della saggezza popolare, qui articolata attraverso diversi registri stilistici del rap (parlato ritmico, native american hip-hop più una suggestiva ibridazione fra rap melodico e Sprechgesang); e il talentuoso danzatore diciottenne Filippo Coffano Andreoli, tecnicamente ed espressivamente perfetto nel ruolo di Piccola Nuvola che a sua volta prevede parti in parlato ritmico, accanto ad evoluzioni ora incorporee ora nervose. La ‘magia’ vera e propria dello ‘specchio’ è affidata però alla regia di Edoardo Zucchetti, in particolare alle proiezioni intermittenti che mostrano in diretta la performance del writer Marco Tarascio (in arte ‘Moby Dick’), impegnato nella realizzazione di un graffito a tema ecologista nella cavea del Teatro, in contemporanea con lo svolgimento dell’opera. Grazie a questo flusso d’immagini in tempo reale, la strada ‘si riversa’ visivamente nel teatro, ma allo stesso tempo il teatro si riverbera acusticamente nella strada attraverso un sistema di altoparlanti, scandendo la performance pittorica e disciplinandone la durata. Lo schermo-specchio diviene così il non-luogo in cui i luoghi confluiscono e l’accurato lighting design fa sì che la performance sul palco e quella nella cavea – reciprocamente consapevoli eppure indipendenti – si sovrappongano via via con gradi diversi di densità visiva; a ciò fa riscontro, sul piano sonoro, la texture cangiante della scrittura orchestrale che Vacchi gestisce con la consueta maestria.

Il risultato finale è un’articolazione ‘liquida’ della drammaturgia, che sebben non equivalga a una non-drammaturgia (come pure qualche recensore ha scritto) di certo rende poco percepibile la strutturazione in tre atti della partitura. Al suo posto, ciò che materialmente ‘arriva’ allo spettatore in poltrona è un magmatico rapporto fra superficie e profondità, un flusso ininterrotto dal quale emergono le ‘immagini sonore’ riflesse dallo specchio: suggestioni fauve (la danza finale dell’Atto I), l’evocazione acustica delle musiche dei pellerossa (Atto II), episodi in scrittura madrigalistica (il dialogo fra i tre scienziati nell’Atto III) e via discorrendo.

La direzione sicura di John Axelrod guida l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in una prova impegnativa, specie per quanto riguarda la gestione dei volumi e la restituzione degli impasti timbrici. Ottima interpretazione del Coro e tutti i solisti vocali, in particolare il baritono Roberto Abbondanza (un Giasone di Fere scolpito nel bronzo), il soprano Alda Caiello (intensa, nel ruoli di Rea, Alzata con Pugno e Aung San Suu Kyi) e il tenore Pietro Picone, che dipinge con autentico lirismo il solo del Lupo Due-Calzini, doloroso canto d’amore alla Madre Terra. L’accoglienza si può dire sostanzialmente positiva, salvo qualche isolata (e prevedibile) contestazione. Con questo spettacolo L’Opera di Firenze manifesta il suo sostegno all’organizzazione Sea Shepherd e alla sua missione in difesa degli Oceani.

[Locandina]

(Opera di Firenze, 7 maggio 2016)

Direttore

John Axelrod

Live Performance dell’artista

Moby Dick

Regia

Edoardo Zucchetti

Visual Artist

Cristiano Koreman

Il cantastorie

Millelemmi

Giasone di Fere

Roberto Abbondanza

Dioniso di Siracusa

Marcello Nardis

Alessandro di Macedonia

Italo Proferisce

Alessandro di Fere, John Dunbar

Paolo Antognetti

Piccola Nuvola

Filippo Coffano Andreoli

Romolo Augustolo, Pawnee, Oppenheimer,

Matteo Ferrara

Rea, Alzata con Pugno, Aung San Suu Kyi

Alda Caiello

Cuoco, Sioux, Fermi, Paul Tibbet

Marco Bussi

L’Ambasciatore, Due Calzini, Compton

Pietro Picone

Lawrence

Mirko Guadagnini

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro

Lorenzo Fratini

 

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