Angela Bozzaotra

L'istituzione Santarcangelo dei teatri - Festival Internazionale del teatro in piazza nasce nel 1971 in un paesino situato nei pressi di Rimini, a circa un'ora di treno da Bologna. Non vi sono teatri a Santarcangelo, ad eccezione del Lavatoio, piccola sala dove si concentra il grosso della produzione teatrale locale. Teatro in piazza, viene denominato, in quanto sin dalle origini luoghi all'aperto o non prettamente teatrali sono stati scelti per gli spettacoli. Molte cose sono cambiate nei decenni intercorsi ma la costante resta la particolarità delle ambientazioni, la memoria che esse raccolgono. Nell'edizione 2016, l'ultima con la direzione di Silvia Bottiroli, il leit motiv è «la notte, il sonno, il sogno», al fine di restituire «un'esperienza rituale» che sia un viaggio intimo e allo stesso tempo condiviso. Il festival si apre infatti conLa Nuit des Taupes di Philippe Quesne - surreale concerto che avviene nelle profondità delle grotte - e si chiude con Natten di Mårten Spångberg, opera che dura una notte intera. Andiamo ad approfondire alcuni degli spettacoli degli ultimi giorni di questa edizione, che hanno avuto luogo dal 14 al 17 Luglio.

Hearing , Amleto , Natten

foto di Ilaria Scarpa per Santarcangelo Festival

foto di Ilaria Scarpa per Santarcangelo Festival

Hearing di Reza Koohestani si svolge presso l'istituto tecnico Molari. Il dramma si svolge in un dormitorio di Teheran e tratta di un incidente di percorso capitato ad un gruppo di studentesse. Una di loro invita un ragazzo nella sua stanza la notte di capodanno, possibilità proibita in un paese integralista come l'Iran. La sua compagna rivela ciò che ha sentito circa l'incontro clandestino (i rumori e le voci della stanza accanto alla sua), e da tale casus belli scaturisce una sorta di inquisizione pubblica. Tra gli spettatori è infatti seduta la guardiana del dormitorio la quale per tutta la durata dello spettacolo interroga le due studentesse e una sua collega di lavoro. Il dramma si rivelerà una 'sonata di spettri': le due protagoniste, la studentessa ribelle e la guardiana, dopo il misfatto si sono suicidate, e non sono altro che fantasmi.

Fortebraccio teatro Roberto Latimi - AMLETO foto Fabio Lovino

Roberto Latimi - AMLETO - foto Fabio Lovino

La medesima istanza tragica, accompagnata dall'unione tra macchina e corpo umano, sebbene in maniera del tutto differente, avviene nell'Amleto + die fortinbrasmaschine - del regista e attore Roberto Latini. La rappresentazione ha luogo nella storica residenza L'Arboreto - Teatro Dimora di Mondaino. In questo luogo suggestivo e isolato abbastanza da far dimenticare la realtà esterna, Roberto Latini ha svolto una residenza artistica con la sua compagnia Fortebraccio Teatro. L'esito è uno studio sull'Amleto scespiriano, che si collega al percorso artistico di Latini. Lo spettacolo vede l'autore-attore solo in scena lungo tutta la durata, richiamando la concezione della "macchina attoriale" di Carmelo Bene. Il concetto di macchina infatti ha una triplice declinazione: si riferisce al corpo e alla voce di Latini - il quale interpreta tutti i ruoli e varia dal tragico al grottesco -, rappresenta un richiamo esplicito al testo Hamletmaschine di Heiner Müller e, infine, viene indicalmente posta in scena quale doppio del corpo dell'attore. Di fatti un macchinario assai grezzo e artigianale nella costruzione, richiamante una sorta di manichino cyberpunk, entra in scena a dialogare con Latini attraverso una voice recorded che funziona da eco della voce dell'attore. Lo sdoppiamento, l'identità molteplice, il trauma dei legami affettivi, la ricerca di sè, queste le tematiche universali, torbide e stranianti toccate da Latini, in un citazionismo costante che non manca di stralci di lirismo autobiografico. L'attore è l'uomo, la vita è la scena: impossibile separare le diadi, è una questione esistenziale, prima che artistica. Come un funambolo Latini effettua continue acrobazie, chiama in causa l'estetica anni Novanta sfoggiando un trucco dark e tacchi a spillo verniciati di rosso, guardando uno schermo televisivo, si relaziona agli spettatori attraverso il vettore caldo e umano della propria voce, e subito dopo raffredda il ritmo della performance attraverso il mascheramento e l'utilizzo di dispositivi elettronici. Una drammaturgia densa di rimandi e sottotesti, che racchiude un'esperienza decennale dell'artista e della compagnia.

foto di Ilaria Scarpa per Santarcangelo Festival

foto di Ilaria Scarpa per Santarcangelo Festival

Altro gioiello di quest'edizione del Festival, appartiene alla danza. Il coreografo norvegese Mårten Spångberg presenta il suo ultimo lavoro - la cui prima nazionale si è tenuta al Museo MamBo durante la Live Arts Week a Bologna lo scorso aprile - Natten ,tradotto: "notte". In una sala squadrata e ampia, dalla quale sono state tolte le sedie, gli spettatori si posizionano a cerchio, seduti o stesi su materassini posizionati per l'occasione. Al centro dello spazio scenico, un ensemble di nove danzatori - con il coreografo seduto al buio al mixer - si alternano in danze di gruppo e solo. Alla luce sottile dell'illuminazione esterna, che penetra dalle gelosie della vetrata della sala, i corpi divengono sagome, figure indecidibili tra l'umano e l'apparizione. I movimenti a ralenti richiamano una sottolineatura del gesto, le mani disegnano benedizioni e segni ritualistici; un rito di passaggio, dall'età giovanile a quella adulta, dalla notte all'alba, dai conflitti e pulsioni inconsce alla loro risoluzione. I danzatori di Natten sono ventenni, dotati di una spiccata bellezza nordica. Eppure sotto la bellezza si cela l'incoffessabile: gli abiti si tingono di vernice rosso/sangue, il nero inghiotte i corpi, il rumore di un temporale incombe. Gli spettatori sono testimoni della danza rituale, e assistono alla trasfigurazione dei corpi sublimati dalla luce dell'alba, che porta una pace non terrena, rivelazione di una grazia conquistata attraverso un percorso iniziatico.

Il rito delle Azdore , Crude Dopofestival, Strettamente confidenziale

foto di Ilaria Scarpa per Santarcangelo Festival

foto di Ilaria Scarpa per Santarcangelo Festival

La notte è il momento privilegiato per i rituali. E di fatti, Markus Öhrn - artista svedese emigrato a Berlino - dà inizio al suo Ritual #12 - DAI allo scoccare della mezzanotte. Associando un ricordo autobiografico (l'ultimo desiderio espresso dalla nonna, il suo rimpianto per essersi dedicata troppo agli altri e poco a se stessa) alla figura dell'Azdora, matrona custode del focolare tipica della tradizione romagnola, Öhrn chiama a sè un gruppo di donne di mezz'età di Santarcangelo, e attraverso un percorso umano e artistico le trasforma in una band metal. L'undicesima tappa del progetto si svolge a Villa Torlonia, a Cesena. I partecipanti sono bendati, e trasportati in questa sorta di fortino (in passato residenza di Giovanni Pascoli) dove vengono guidati dalle Azdore stesse -truccate come Alice Cooper dei tempi d'oro- a porsi al centro del piazzale interno alla villa. Qui si trova una costruzione di inferriate a più livelli, che ricorda quell'estetica da cantiere post-industriale tipica degli anni Novanta. Accompagnate dalla compositrice e percussionista Stefania Alos Pedretti e da Öhrn stesso, le Azdore si dispongono sui diversi piani dell'impalcatura e danno vita a un concerto metal, imbracciando chitarre e bassi elettrici, ripetendo incessantemente la parola "DAI", derivante dalla lingua hindi. Al termine del rito, ha inizio Crude il dopofestival curato da Motus, storica compagnia teatrale italiana degli anni Novanta. Daniela Nicolò & Enrico Casagrande immaginano uno scenario alla Mad Max, con una serie di deejays che si avvicendano sulla costruzione centrale, un jeep nera arredata con monili e chincaglierie parcheggiata nel piazzale e trasformano un piano sotterraneo di Villa Torlonia in uno spazio surreale, dove al centro è posto un rodeo bull a disposizione degli astanti, tra luci violette e musiche trance. Una modalità di abitare i luoghi di notte, come nell'importante tradizione clubbing della Romagna, di cui ricordiamo le performance in discoteche quali il Cocoricò di Riccione, dove la vita notturna può essere resa un'esperienza visionaria grazie all'intervento diretto degli artisti.

Avviene lungo un'intera serata, in un luogo altrettanto suggestivo quale la Grotta Stacchini situata a Piazzetta delle Monache al centro di Santarcangelo, la performance/installazione Strettamente Confidenziale di gruppo nanou. La performance è un dispositivo performativo/visuale composto da corpi in movimento, loop sonoro e flusso video. Tra le pareti rocciose, in una rapsodia voyeuristica i performers vagolano in un liquido amniotico che imprigiona e stilizza i corpi; fumettistica situazione ritraente un'umanità post-atomica e larvale in attesa di essere espulsa dal ventre/grotta che la tiene al sicuro quale locus underground.

Il fondo speculativo di provvidenza

Fondare una «comunità politica legata a una decisione, attraverso un coinvolgimento totale»1 è l'obbiettivo di Christophe Meierhans e Luigi Coppola e del Fondo Speculativo di Provvidenza (http://thespeculativefund.org/speculation/speculation-2/). Gli spettatori divengono parte attiva del Festival attraverso un'esigua donazione; si diventa automaticamente soci del fondo e si può proporre come investire i soldi raccolti e approvare/disapprovare le proposte altrui, che sono affisse ad un wall situato nella piazza. Il progetto risulta un'ardita messa in discussione del sistema democratico attraverso l'applicazione dei suoi stessi meccanismi all'interno di un contesto situato nella zona grigia tra realtà e finzione. Ne viene fuori un «sistema ineguale, dove l'ultimo ha ragione», in cui vengono messe in questione norme etiche e realtà economica. Un modo per riflettere anche sul del festival stesso, invischiato nell'ambigua dicotomia tra manifestazione di pubblico interesse e distanza dagli abitanti di Santarcangelo (ad eccezione di Azdora e dei Dopofestival).

  1. Da un'intervista informale concessami da Christophe Meierhans il giorno 16 Luglio 2016. []
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