di Francesca Magnini

Se l’indimenticabile ritornello di Feelin’ Good, celebre brano composto nel 1965 da Anthony Newley e Leslie Bricusse, potesse avere un’espressione fisica oltre che un’intonazione melodica, sarebbe quella cristallizzata sul volto dei danzatori di Estasi che, nel debutto nazionale al Teatro India di Roma lo scorso 23 giugno 2016, hanno donato i loro corpi – nudi, dipinti, plastici, ansimanti, tormentati da un eros voluttuoso, potenti e insieme così fragili, in una parola “contemporanei” – al Desiderio che Enzo Cosimi ha indagato in ogni sua forma. Non è la prima volta che l’incontenibile coreografo romano sprofonda nel magma vizioso del Piacere per scavarne l’essenza, con audacia, ma in realtà senza provocazione. Il coreografo ha contestato tenecemente chi ha tentato di etichettare i suoi spettacoli come “criptici”, “ossessivi”, “complessi”, rivendicando al contrario l’utilizzo d’immagini semplici, antiretoriche; configurazioni stratificate secondo una visione multidimensionale in cui la drammaturgia abbraccia il suono, l’immagine-video e il corpo in un’unica dimensione. Gli spettatori del Teatro India hanno accolto bene quest’ultimo spettacolo, fatto sì di cinismo, ma anche di spiritualità e bellezza, che si accompagnava in cartellone ai lavori di: Michele di Stefano/MK (Impression d’Afrique), Fabrizio Favale/Le Supplici (Ossidiana), Julie Ann Anzillotti/Compagnia Xe (Theatre Dances), Salvo Lombardo (Casual Bystanders), Michele Pogliani/MP3 Project (#Black 2.0) e Boriana Sechanova/Ballet Arabesque Bulgaria ( Carmen Collection).

Estasi-di-Enzo-Cosimi-ph.-Lorenzo-Castore-2Estasi (2016) è la seconda tappa della trilogia “Sulle passioni dell’anima”, preceduta da Fear Party (2015), in cui la riflessione era sulla Paura collettiva. In attesa del Dolore che verrà (in una produzione attesa per il 2017), stavolta il Desiderio è colto da Cosimi attraverso sfumature fatte di erotismo, estasi mistica, amore e morte, pulsioni primordiali addolcite da abile humor; un mix d’autore interpretato mirabilmente da Paola Lattanzi, danzatrice storica della compagnia (già protagonista di successi come Sopra di me il diluvio del 2014), insieme all’eterea e potente Alice Raffaelli, Elisabetta Di Terlizzi, Pablo Tapia Leyton, Davide Valrosso, Giulio Santolini. Questi sapienti danzatori, così diversi tra loro, sono accomunati da un flusso di energia cosmica, terrena e aerea, che li avvolge in scena in una spirale di abiti consunti utili solo a rivestire, insieme ai colori accesi dipinti sulla pelle, alcune parti del corpo: immediato il riferimento a Pistoletto, che già Cosimi indirettamente evocava nella performance/installazione La bellezza ti stupirà (2015) dove alcune piramidi di stracci facevano riflettere sulla solitudine e la marginalità degli homeless nella società contemporanea.

Niente da nascondere del corpo, niente di cui vergognarsi, si capisce fin dal primo quadro di Estasi: gli abiti passano da uomini a donne senza differenza, da gambe a braccia, dalla testa ai piedi e si riempiono di altre vesti fino a creare manichini voluminosi e grotteschi, maschere buffe straniate da volti di plexiglass in un’atmosfera senza ossigeno. Uno scenario decisamente pop, realizzato da Cosimi grazie alla collaborazione dell’artista visivo Lorenzo Castore.

Estasi-di-Enzo-Cosimi-ph.-Lorenzo-Castore-1Corpi caldi che s’intrecciano, mossi non solo dalle note voluttuose e reiterate di Feelin’ Good, ma anche da quelle altrettanto sensuali di Ja t’aime...moi non plus di J. Birkin e S. Gainsbourg, a tratti interrotte da suoni che tuonano cupi in un’atmosfera rarefatta dove i colori migrano, insieme alle bolle di sapone sparate in aria. Corpi voraci e al tempo stesso eleganti, che mai volgarmente si liberano in atti erotici espliciti, ma che sempre si cercano, s’inseguono, si trovano, si accarezzano e irriconoscibili si lasciano di nuovo. Corpi deformati, gravidi di altri corpi e di altri vestiti, invadono lo spazio che li circonda e accelerano il tempo sempre più vorticosamente, in attesa di luce e di una salvezza che non arriverà. Nomadi alla ricerca di una fuga dal buio più che da se stessi, caricano, trascinano, scompongono e raccolgono i loro stracci fino a generare un vortice che esplode in uno spiraglio di redenzione. Un barlume di speranza che arriva dopo tanto peregrinare, acceso dallo splendido volto di Alice che, aggrappata con tutte le forze a una piramide umana che la sostiene in direzione del cielo e ansimando quasi fosse la vittima sacrificale prescelta di questa generazione corrotta e decadente, illumina di una rara bellezza tutta la scena e chiude un quadro perfetto di movimento, suono e colore.

Quest’opera, è nata ed è cresciuta in luoghi densi di significato: uno spazio magico in mezzo al bosco e una Lavanderia a Vapore. Dopo un iniziale periodo di residenza creativa all’Arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, la compagnia è transitata al Centro Regionale per la Danza di Collegno (Torino), per poi tornare in una seconda fase di nuovo all’Arboreto. Cosimi ha quindi raccolto i corpi e le menti dei danzatori arricchite da questa forte esperienza di comunità e li ha affacciati alla vista del pubblico prima della prima, in forma inedita. Questo percorso ha lasciato delle tracce e ha determinato conseguenze. L’estasi, si sa, da ex-stasis significa “venir fuori”, gettarsi nel mondo, esporre l’interno all’esterno. E questo processo non avviene in un giorno, richiede tempo, calma, riflessione; quel tempo “a perdere” che la condizione creativa, isolata in uno spazio appositamente dedicato, dilata e arricchisce di sentimenti e visioni nuove. Tra alberi e arbusti della macchia mediterranea sono nate delle idee e sono maturate delle consapevolezze. Questo si evince bene dalla coesione di una compagnia eterogenea e dall’intesa che i danzatori trovano in scena quando incarnano pulsioni, desideri intimi in bilico tra privato e pubblico, libertà e schiavitù, morte e beatitudine.

Con la rassegna Il teatro che danza, il Teatro di Roma si è esplicitamente proposto di aprire una finestra sulla “creatività che usa il corpo in movimento”. L’indagine sulle “plurali forme della performance di oggi”, l’attenzione alle “nuove tendenze del teatro-danza, del teatro fisico, del teatro dei corpi e d’azione” – per citare le parole del Direttore Antonio Calbi in calce al programma – sono state molto apprezzate dal pubblico romano, che ha risposto con grande partecipazione. Manifestazioni come queste possono riconciliare lo sguardo assopito della città con il multiforme panorama che la scena coreografica romana offre, non solo attraverso una selezione di opere da fruire, ma tramite un vero e proprio coinvolgimento sia nei discorsi che corrono intorno alla danza contemporanea italiana e internazionale più in generale, sia nei confronti degli universi estetici dei vari coreografi – fatti di architetture e codici di movimento ben precisi – la cui produzione singola, quando sconnessa del tutto dal resto della teatrografia, rischia di dimostrarsi ostica o faticosa da comprendere.

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