di Maia Giacobbe Borelli

Comprendiamo il nostro tempo solo quando ormai è troppo tardi.

Zygmunt Bauman

«Voglio la pace nel mondo, salvare le foche, voglio firmare una petizione…sono simpatico, aperto e liberale, amo l’arte moderna, i festival di teatro, la musica sperimentale e un buon bicchiere di chardonnay…In questo momento non so più esattamente dove andare, se indietro o avanti o stare fermo del tutto.». Se vi riconoscete in questa descrizione, può interessarvi Je suis Fassbinder, visto al Théatre national de la Colline a Parigi il 15 maggio 2016.

20152016_spectacles_jesuisfassbinder_cfernandezjeanlouis_019Si tratta di una insolita alleanza franco-tedesca, la prima produzione del Théatre National di Strasburgo nata dalla collaborazione tra Stanislas Nordey, che del TNS è il nuovo direttore, e Falk Richter, emergente regista berlinese, conosciuto per Small Town Boy (2014) pièce provocatoria contro l’omofobia, e per il caustico Das System (2008), un precedente allestimento realizzato con Nordey, presentato a suo tempo al Festival d’Avignon.

Perché ne parliamo? Per l’audacia e l’arguzia nel raccontare il caos attuale della Germania (e dell’Europa tutta) a partire dalle riflessioni e provocazioni esposte trent’anni fa da Rainer Werner Fassbinder (1945-1982), e per il talento nel proporle in scena attraverso un gioco d’attori progettato in modo che sembri sempre al confine tra riscrittura e improvvisazione, con il risultato che lo spettatore non capisce mai di quale modalità si tratti, continuamente spiazzato dagli attori che recitano sia se stessi, fingendo di improvvisare, sia i propri personaggi. Il testo proposto da Richter è costruito pezzo per pezzo durante le prove dai dialoghi e dalle considerazioni degli attori sui fatti di terrorismo. Il primo spunto è la sequenza filmata, proiettata sullo sfondo: vediamo Fassbinder che parla con sua madre nell’episodio di Germania in Autunno (1978), e s’interroga sulla deriva autoritaria del suo Paese di fronte agli attacchi terroristici della RAF (Rote Armee Fraktion guidata da Andreas Baader e Ulrike Meinhof, da cui il film Anni di piombo di Margarethe von Trotta del 1981), e queste immagini sono inframmezzate dai commenti in scena degli attori sulle aggressioni sessuali (o presunte tali) subite dalle donne tedesche a Colonia il 31 dicembre scorso e sulle derive delle relazioni interpersonali nelle vite di ognuno.

fassbinder-thomas-gonzalez-et-judith-henry-jean-louis-fernandezL’ambiguità comincia con il regista, Nordey, in scena nella parte di Fassbinder, si fa chiamare con il nome di Rainer ma anche con il proprio nome, Stan, in una sequenza alternata, anche comica, che fa perdere l’orientamento allo spettatore sul percorso intrapreso. Siamo di fronte a teatro che denuncia l’attualità o piuttosto a un gioco abile di scrittura in diretta? Sicuramente si tratta di un teatro che non rinuncia a osservare i comportamenti individuali anche quando guarda intorno a sé, quando si richiama alla cronaca più bruciante, per parlare di tutto e a tutti. E il gioco prosegue a più livelli, quello da cui è partita la “scrittura in diretta”, riprende più avanti, aggiungendo allo scambio tra i personaggi - Stan o Rainer, Laurent o la madre - il (finto) caos di una scena senza punti di riferimento, dove non si sa più cosa dire, fino a che il regista si ribella al suo ruolo e abbandona gli attori in scena, in un parallelo con la scena politica alla deriva di fronte alla crisi e al terrorismo.

Nel filmato Rainer Werner Fassbinder riesce a dimostrare, discutendo con sua madre mentre questa fa tranquillamente colazione, che la minaccia terroristica veicola pericolose derive autoritarie, invocate dalla gente comune, normalmente pacata e ragionevole. E che l’unica alternativa è usare l’arte per distruggere la società. Il dialogo è proiettato su schermo ma anche interpretato più volte, con molte interruzioni, dallo stesso Nordey (Fassbinder) e da Laurent Sauvage, attore corpulento e barbuto, nella parte della madre, poi i ruoli s’invertono, il dialogo ricomincia, s’interrompe, s’impenna, riparte, con piccole variazioni che ne cambiano il senso, tutto diventa surreale… e le nostre idee si fanno ancora più confuse… come può il teatro distruggere la società? Di quale libertà stiamo parlando, di fare come ci pare e di dire quel che capita? La libertà del caos? Stiamo parlando di quale Germania? Quella di Fassbinder o quella di oggi? O stiamo parlando del rischio molto reale che una maggioranza politica liberticida prenda il sopravvento in Europa? E non solo in Europa, riportandoci indietro ai regimi del secolo scorso, alle leggi speciali, alla sospensione delle libertà civili…

fassbinder-1-jean-louis-fernandezIl testo di Richter, oltre alla denuncia contro la generale deriva politica totalitaria che sta prendendo spazio in nome della sicurezza, è una lente d’ingrandimento puntata sull’attuale devastazione nel campo delle relazioni intime tra le persone, sulla perdita del desiderio, la confusione e l’ambiguità dei ruoli sessuali. Nello specifico molto si dice e si mette in dubbio a proposito della denuncia di numerosi casi di migranti per molestie sessuali alle donne tedesche la notte di Capodanno, quando sappiamo, dicono gli attori, che il 90% delle violenze sono consumate comunque tra le mura domestiche e che quella sera le violenza furono non più di tre o quattro. Colpa degli uomini tedeschi che, impegnati a fare yoga, non sanno più difendere le proprie donne? O delle donne tedesche che si offrono al gioco sessuale nelle notti di festa ma poi si ritraggono di fronte al migrante? Colpa dei migranti che non sanno stare alle nostre regole o sono queste che cambiano secondo chi le deve rispettare? E poi, c’è stata veramente violenza sessuale quella notte? O quella notte è sempre stata così?

Un teatro contemporaneo, nel senso dato da Agamben di un teatro che, con lo sguardo fisso sul suo tempo, riesce a mostrarne le ombre. Il testo irrita, con, questa sua messa a nudo delle nostre contraddizioni, scandaglia nel nostro intimo, sembra a volte anche misogino, ma sicuramente fa riflettere. E, come dicono gli stessi personaggi, non si appoggia per l’ennesima volta sui russi del secolo scorso per parlare vagamente di noi (in un chiaro richiamo al Gabbiano con la regia di Thomas Ostermeier, in scena negli stessi giorni), proponendo un bizzarro dialogo a distanza tra i due autori, entrambi molto significativi per la scena tedesca ma anche europea.

I nostri personaggi-attori (o attori-personaggi), dichiarano comunque in scena di sentirsi come personaggi di Cechov, «come quelle orribili sorelle e i loro ufficiali che si trascinano inutilmente, aspettando di essere spazzati via da non so quale rivoluzione…qualcosa sta per arrivarci addosso…lo sento…è qualcosa…qualcosa…uno sconvolgimento, una tempesta [...]».

In scena si litiga, ci si accusa urlando «Ma questo nel testo non c’è!», si denuncia il sessismo e razzismo dilagante, di cui siamo intrisi nonostante i nostri proclami tolleranti, si dichiara di avere paura, si dicono banalità, si maledice l’Europa, «che non si regge più in piedi e che è lacerata», si scompiglia lo spazio riempiendolo d’immagini della nostra cultura, ci si veste tutti da donna, richiamando il vestito verde di Petra von Kant, e con lei si rompono i piatti e i bicchieri, ci si spoglia e ci si mette a nudo, anche letteralmente, mostrando saltellanti genitali maschili, facendoli danzare la danse de la bite d’origine immigrée, chiedendo di essere coccolati, di non essere più disperatamente soli…

Infine, nel disordine totale sulla scena, tra cocci e carta che vola, la madre di Fassbinder dallo schermo esprime il desiderio che ci governi una sorta di dirigente autoritario ma del tutto buono e gentile, che sia bravo…e con questo desiderio messianico che qualcuno ci liberi dai problemi si conclude lo spettacolo, iniziato peraltro con la prima parte di questo stesso dialogo tra Rainer/Stan e sua madre/Laurent, iniziato sì, ma poi continuamente interrotto dall’inarrestabile caos.

Lo spettacolo Je suis Fassbinder di Falk Richter, ha debuttato a Strasburgo al TNS il 4 marzo 2016. Regia di Stanislas Nordey e Falk Richter, con Thomas Gonzalez (Thomas), Judith Henry (Judith), Eloise Mignon (Eloise), Stanislas Nordey (Rainer /Stan) e Laurent Sauvage (Laurent/ madre).

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