Maria Cristina Reggio

Il debutto della regista da Oscar Sofia Coppola nella lirica ha assunto la forma di un evento mediatico, la Traviata con costumi di Valentino al Teatro dell'Opera di Roma. L'opera verdiana ha rappresentato infatti la curva più alta dell'iperbolica ascesa del Teatro lirico della Capitale in questa stagione 2015-16, con uno strepitoso sold-out e un'anteprima la cui lista degli invitati era da fare invidia persino alla Scala. A onor del vero, quest'anno l'Opera romana, risalendo la china di una crisi che si pensava insuperabile, era già stata rilanciata dal sovrintendente Carlo Fuertes con un'ottima programmazione finalmente competitiva, aperta alla regia e alla musica contemporanee. In quest'ultima Traviata però, ci sono due ragioni di più a motivare tanto entusiasmo da parte dell'eterogeneo pubblico dell'Opera di Roma: certamente la curiosità di assistere al primo lavoro teatrale della giovane cineasta americana figlia d'arte e reduce da un'interpretazione pop visivamente dirompente della biografia di Marie Antoniette (2006) ma, soprattutto, ammirare nella vetrina amplificata del boccascena teatrale, gli abiti cuciti addosso alla divina femminilità della mitica Dama delle Camelie dal re internazionale dell'alta moda made in Italy, il celebre Valentino. Ma se nel film sulla regina francese una strepitosa colonna sonora rendeva post-moderna l'adolescenza di una docile quanto insofferente Barbie in versione rampolla di Maria Teresa D'Austria dedita al continuo cambio d'abito e al consumo sfrenato di pasticcini, lollypop e champagne, ora la cornice austera del teatro lirico sembra avere intimidito la libertà registica di Sofia Coppola al suo debutto nel melodramma e lei, forse proprio in ossequio al mondo del fashion style tanto evocato nel suo film, ha consegnato la sua prima regia teatrale nelle mani del più famoso couturier italiano di fama planetaria, Valentino, tra l'altro organizzatore e sostenitore economico, con la sua Fondazione, dell'intera impresa.

Traviata atto IICome ammette lei stessa nell'intervista contenuta nel trailer ufficiale, il linguaggio teatrale nel quale si cimenta è tutt'altra cosa rispetto a quello cinematografico e così, alle prese con la lacrimevole vicenda della Traviata, la regista cinematografica non prende posizione e non offre considerazioni sul tema archetipico dell'amore borghese tra Alfredo e Violetta, e men che meno sul'opposizione politico-sociale tra aristocrazia e démi-monde, ma si limita ad organizzare un'opera che si potrebbe definire di repertorio. Mentre i solisti e il coro occupano con staticità le loro postazioni, obbedienti a una coreografia, in una scena che fa vagheggiare con nostalgia - ma come copie a bassa risoluzione - la memoria degli antichi fasti zeffirelliani, l'unico compito che la regia sembra riservarsi sembra essere quello di ricostruire un'atmosfera simbolico-naturalistica. Gli spazi di tutti i tre atti, che procedono simbolicamente da una scialba luce fioca fino alla più mortifera oscurità, sono infatti filtrati da tipiche vetrate parigine tardo Settecento, oltre le quali si intravede, fuori, il mondo. In analogia con quella di Maria Antonietta filmica, la vita, per la Traviata parrebbe essere sempre altrove, un qualcosa che sente scorrere fuori dall'artificiale prigione elegante nella quale vive, ma l'interpretazione di Sofia Coppola si ferma qui. A dire il vero, si intravedono alcuni minuscoli oggetti simbolici disseminati nel racconto, dal candeliere alla gabbietta, ai tavolinetti da gioco striminziti, ma nessuno di questi riesce ad assumere lo statuto di vero segnale indicatore trainante, e tutti si disperdono inutilmente nella vastità del palcoscenico teatrale dell'Opera di Roma, dove non si può ricorrere alla protesi dello zoom e al primisssimo piano, tanto cari al linguaggio cinematografico della regista.

12-Violetta-Valentino-La-traviata-Sofia-Coppola-SuzyPiuttosto che affrontare i motivi per i quali oggi abbia ancora un senso rappresentare la Traviata di Verdi, Sofia Coppola utilizza quest'opera come pretesto per ricreare un magnifico set pubblicitario, con tanto di unicissima colonna sonora lirica, per la sfilata planetaria degli abiti della Maison del celebre stilista, andata in scena non nella hall del teatro ma direttamente sul palcoscenico. Tutto l'allestimento, musica compresa, serve a fare risplendere gli abiti di Violetta, firmati direttamente dal maestro. Non si possono rubricare come veri e propri costumi, privi come sono di connotati storici o teatrali, ma sono autentici vestiti da sera di una diva dello star-system, adatti per una sfilata in passerella oppure su un red carpet cinematografico. Tutto, sulla scena di questa Traviata, è pensato per animare quegli abiti, a partire dall'incongrua scala televisiva del primo atto, lugubre, bianca e spettrale proménade per una magnifica vamp o per una sciolta presentatrice di Sanremo, senza scomodare la ben più tragica Gloria Swanson. Su questa passerella in declivio scende, lento e inesorabile, "portato" dal corpo della cantante (che non è una Divina, ma Francesca Dotto, una bravissima soprano, semplicemente umana e poco appassionata) che lo indossa, il vero personaggio teatrale di quest'opera: uno splendido abito dalla lunga coda che sembra piumata come quella di un pavone. Nella scena del ballo-gioco in casa di Flora, un ampio sbuffo rigonfio sulla coda di un nuovo abito - in rigoroso rosso V - è come dotato di vita propria, unico tra tanti luttuosi vestiti neri. Infine, la perfetta camicia da notte color carne, che dà il segno dell'eleganza madreperlacea - come in una clip pubblicitaria o un inserto del Venerdì - ,indossata da Violetta alla morte, in un'immensa stanza vuota. Gli abiti di Traviata attraggono gli occhi degli spettatori estasiati e invece che avere il ruolo di costumi, che identifichino i personaggi, diventano "motivo" unificante dello spettacolo, indifferenti rispetto al ruolo di chi li indossa nel dramma, segni poco teatrali e molto strutturali, direbbe Baudrillard, che alludono a un mondo referenziale esterno al teatro: non quello reale, abitato dagli spettatori, come avrebbero voluto Giuseppe Verdi e Francesco Maria Piave, ma piuttosto quello immaginario del glamour, del lusso, della magniloquente seduzione fittizia e irraggiungibile che abbaglia con intermittenza mediatica nelle vetrine, nei tabloid e nelle pubblicità sugli schermi globalizzati. Questo è il tema che davvero appassiona in questa sfilata -Traviata, al punto da far incuriosire, pure, con un certo annoiato stupore, sul sacrificio da mélo di una certa puttana francese che in scena si lascia morire per non rovinare la vita borghese di un amatissimo Alfredo. E l'unico segno che davvero si imprime sul palco e nella mente, come un'autentica novità da non dimenticare, non è nelle iniziali di Violetta Valery, bensì nel marchio creato dal nostro più internazionale couturier, la V di Valentino Fashion House.

 

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